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La vertigine

Tornando dal mercato con il salmone e il cartoccio di tartara nello zaino rido da sola: mi mancano i croccantini e ci siamo, sono un siamese. Passo dal cane cieco che punta la strada per abbaiare a chi passa, ma tanto non vede nemmeno le ombre e forse è il mio animale preferito di sempre. La famiglia di hoarders tiene il neon di cucina sempre acceso, con i portatili sintonizzati su canali diversi, un apprezzabile effetto di vivacità metropolitana accompagnato dall’odore che sfiata dalle finestre, un’essenza rancida e calda di lasagna dimenticata in forno. Stanno bene, anche se ogni tanto ne rianimano uno: hanno diametri stupefacenti.

Prendo la via che va alla fabbrica abbandonata, dove in ogni appartamento vivono troppe persone di cui non si sente mai un rumore: chi ha paura vive in punta di piedi, circondato da segnalatori anonimi, razzisti, beghine. L’assenza della chiesa in strada è assordante, la mancanza di umanità un batterio che ci ammazzerà tutti. Qui non c’è nessuna integrazione, solo qualche sorriso a sottolineare che sappiamo essere amabili, che ci dispiace, che davvero non capiamo cosa sia successo.

Passo davanti alla casa dei drogati che ululano e fanno a botte, e quando arriva la polizia continuano a sparare boiate, nonostante l’ora, l’eroina, il freddo abissale. Non li condanno, anche io senza routine sono materiale da bidone, ma, a parte il subwoofer, tengo di conto le orecchie dei vicini. Due li conoscevo da ragazza: una ormai è gonfia come un cadavere di orca, l’altro è un povero ebete, qualche volta mi chiede di prendere un caffè e mi dispiace di essere diventata così intollerante. D’altro canto, devo difendermi dalla calamita per casi umani che sta qui, dentro il mio cuore di bambina grassa. Ti voglio presentare uno, mi dicono, e io già lo vedo sotto casa, con la foto del mio cane a brandelli e il braccialetto con le nostre iniziali, che sniffa i miei vestiti lasciati alla Caritas, che fa una pubblicazione del nostro matrimonio posticcio. Un ottimismo che sta dando i suoi frutti: un altro anno e posso dare un contributo cruciale alla dottrina talebana dell’astensione.

Cammino per la via dei panni gloriosamente odorosi, con la faccia verso l’altro e le narici spalancate, attraverso la piazzetta col bar trucido e faccio finta di non sentire i commenti di quella milionata di euro di pensioni che ci si accampano davanti. Tanto, fra qualche anno, nessuno ti dirà più niente – mi dicono le amiche – vedrai te, i commenti, lo sguardo abbassato e la tensione scompaiono, si diventa trasparenti. Io a questa storia mortifera non c’ho mai creduto e rimango team-Picasso, per una vita piena di strafalcioni o amori non vissuti con petty-points sulla lavagna, con ex che si mettono con donne più brutte e io lo vengo a sapere. Tifo per la speranza senza appiglio eppure forte come l’energia dei bambini piccoli quando hai sonno, insomma, mi piace pensare alla vita, persino la mia, come ad un’epica.

La nostra anima diventa lentamente la sommatoria delle nostre paure, e una delle mie è proprio quella di avere vissuto una sola dimensione, senza mai entrare in contatto con me distanti e possibili. Forse per questo mi piace tanto guardare dentro le case, per immaginare come sarebbe stato se, o scrollare i video delle persone di ogni forma, età e colore che ballano: mi piace la gioia incontenuta, la vertigine di quando per qualche attimo,  e facendo gli scongiuri, va tutto così bene che la gola si strozza.

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Vacare, mai

La tempesta è passata, l’abbiamo trascorsa giù a Pescia nella casa enfilade, tagliata per ricavare due appartamenti, con la cucina color blu petrolio. Molti quadretti di poco valore portati da me e qualcuno da catalogo, comprato da mamma o con lei come soggetto, in una Punta Ala di cento anni fa, quando i bianconi milanesi erano ancora una minoranza ed i marinai bruni badavano gli yacht in diga foranea – con le amiche che ci stavano sopra. Una volta è arrivato Kevin Costner, dopo Balla Coi Lupi, un delirio. Un’altra volta c’era Pippo Baudo, mi aveva preso per mano mentre la signora Katia cantava ‘vieni c’è una strada nel bosco’, prima di evaporare nella loro villa. Sono stata famosa per due minuti.

I giorni al mare iniziavano presto con mamma e, se papà ci aveva raggiunto, finivano molto dopo il tramonto. La calda eternità della giornata in spiaggia partiva con le creme sulle spalle e continuava con frutti, schiacciatine bisunte, biscotti danesi e molti bagni. La mia ora preferita era quando si giocava a ‘storie’, un canovaccio in cui io ero sempre una sirena. Quando sono arrivate le milanesi, con le Converse e gli shorts nelle mele, abbiamo smesso di giocare a storie. Meno male che suonavo il pianoforte, e siccome mi riuscivano i Guns n’ Roses, mi ero comunque collocata nella scena, anche se quando loro andavano agli scogli a strusciarsi, o in discoteca, mi lasciavano con quelli più piccoli a giocare a nascondino.

Pensavo ai miei giorni marini oggi, alla loro estensione incommensurabile, nella consapevolezza di non essere più capace di passare una giornata senza lavorare. Pensavo ai flussi intricati che controllo dal tavolo, alle migliaia di storie acquisite e persone che ho incontrato in trent’anni, concedendo così poco alla mia esperienza personale: tic, toc, sono venti minuti che non controllo il server, le mail, il telefono.

Sono diventata un termometro emotivo, una radio calvinista capace di captare i pericoli e leggere le micro-espressioni, un radar che non trova una zona senza segnale. Per questo, l’unica vacanza possibile per me è quella dove mi portano, sbaglio le strade, seguo quelli che camminano. Così torno al tavolo, con il computer, e controllo le mail, il server, i dispacci, i messaggi, i report, e con l’impegno indefesso do pace ai pensieri. Cerco una perfezione simile alla mia, volenterosa ed asettica, e non trovo una mano da stringere quando alzo la testa.

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Note dal bosco

Brutto, come la faccia di un candidato alle elezioni che deve perdere ma ce lo mettono lo stesso, come una lettera scomposta di un uomo che non vuoi nemmeno più sentire nominare, come uno sguardo d’intesa di una persona che ti piace poco, ma si fa finta, siamo grandi. Come il sorriso di circostanza quando ti offendono nel profondo e non lo sanno nemmeno, come i tributi ai morti che sono stati meschini, come una passione che ti lascia lì, senza dare segnali premonitori, come un marito che cambia quando la moglie si allontana. Come chi urla di prima mattina, o parla in viva voce al telefono mentre si cammina nel bosco. Come il malmostóso che ti accusa di non capire, di non accogliere, mentre affoghi nell’acqua dei piccoli, grandi dolori familiari, quelli che si sussurrano perché fa vergogna. Brutto, come chi pensa a sé come se fosse molto importante, molto rilevante.

Bello, come la coppetta di gelato da un euro. Come le unghie sudice dei bambini in estate. Come quando ti siedi accanto e non dici nulla, per ore. Come lo sguardo di chi incontri mentre corri: l’affetto, il tifo, la preoccupazione. Come i pesci, che navigano così bene nell’acqua senza mai chiedersi cosa sia, come chi permette che le cose accadano senza metterci la zampa, per vedere come va a finire. Come la mano che ti carezza la testa, una sola, quella della mamma, che parla mille lingue e due galassie. Bello, come trentasei files vocali con la voce della bimba, che deve avere trovato un pulsante, anni fa, salvandoli in una cartellina di sistema. Bello, come lo stomaco che fa le pieghe libero, nel letto, la notte. Come l’acqua molto gassata. Come chi ha rinunciato ai superlativi. Come chi si prende in giro con bonario affetto, ma ha imparato piano piano a non farsi fare male. Come chi è forte coi forti e tenero coi teneri, e non il contrario. Come lo sguardo felice del cane quando rientri in casa (o degli avventori quando entro nei ristoranti). Come le cose inaspettate ma anche i momenti fondanti della nostra memoria che non si ripetono. Bello, come il rosario fosforescente che mi porto in borsa, così, tante le volte mi viene voglia di pregare, parto in vantaggio. Come le mie scarpe nuove per correre, così a sera mi fanno male solo (tutti) i muscoli ma i talloni no. Come i capelli che mi stanno ricrescendo e cosa mi viene in mente di tagliarli ogni tanto, non lo so. Come le sfide che si perdono, che sono più divertenti delle altre. Come quelli che al ristorante sparecchiano prima che arrivi il cameriere e che nei bagni pubblici puliscono prima che rientri il responsabile. Come la fortuna di non dovere mai vedere qualcuno sprofondare nell’oceano della follia, troppo freddo per graziarci, troppo basso per non lasciare le nostre sagome a vista, sul fondale. Bello come il mondo, la galassia, i buchi neri ed il tempo che passa come l’acqua fra le mani, come le promesse degli amanti e le buone intenzioni della notte dopo i bagordi. Come la rivoluzione che si deve fare ogni giorno per rimanere vivi dentro – e la gentilezza che si deve usare quando ci riesce.

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Attenti alle cose immonde, alle belve che pungono e al brodo

Passeggio lentamente, con i piedi gonfi e le palpebre pesanti, voglio andare a letto. Dietro l’angolo della grande casa abbandonata di pietra, appena sotto quella della signora ancora allegra, sul dirizzone che porta al bosco, vedo un corpo disteso e urlo – invece il ragazzo è ancora vivo,  guarda le stelle. Mi saluta salvesignora, e dopo poco si fa presente anche una lei, distesa vicino, ‘sera, dice, flebile come se fosse alta un metro. Sorrido di nascosto, non imbarazzo i bambini che si tengono la mano, quasi corro via con gli stivali nello zaino.

L’odore di erba tagliata è forte, la pietra sotto i piedi è calda, c’è un soffio di aria che mi devia al giardino con le lucine natalizie e l’acqua che scorre. Massima attenzione a non pestare cose immonde o bestie velenose. Da piccola guardavo la vite con il naso in su e mi è cascata una lucertola in bocca. Una volta mi sono seduta su un ragno e mi ha martoriato una mela del sedere, ci ho messo un mese e gli antibiotici a farmelo passare. Inseguendo un cane, un’altra volta, ho strusciato forte una caviglia contro un muro basso, che mi ha fatto male più di quando i lacci dei pattini a rotelle mi aprivano le piaghe nella pelle, insomma: la natura sempre matrigna.

Mi scrive un vecchio amore, chiede come sto. Rispondo bene, e tu? ma non mi interessa; si apre la forra, volano gli spiriti dei morti, le parole non finiscono più – male lui, male loro. (Chissà se mi hanno preso in giro quando ero una loro anche io)Vuoi uscire, chiede, ti va? No, non ha funzionato prima che eravamo giovani e liberi, figuriamoci ora che sei diventato un totem del dio del brodo. Mi scrive che ha nuovi progetti, che sta imboccando la via giusta, penso allora che ha cinquant’anni e forse si trova in un cimitero di montagna.

Penso a quella povera ragazza che si è sposato, ai figli, al fiato di tutti e due al mattino, alle facce lunghe come ponti tibetani, ai massaggi craniali del parrucchiere che pian piano diventano l’unico contatto piacevole attorno al cervello di una donna. A lui che esce e la lascia a casa, con il telefono e le dita di un pistolero. Continuo a trotterellare verso il giardino e penso che ci vorrebbero occhi nuovi e pianeti sconosciuti, mica solo per me.

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Corro e penso ai baci

Se qualcuno mi chiede a fine anno cosa è successo di nuovo, gli dico che ho perso molta della mia paura ed iniziato a correre – qualche chilometro, a gambe divaricate per non strusciare le cosce, con i calzini rosa rinforzati, uno spettacolo grottesco. Non ho fiato, forse per le sigarette o forse perché non sono fatta per lo sport. Corro e penso ai baci, come se avessi sedici anni: mi abbraccerò con qualcuno, di nuovo, sul prato, sperando che non duri? Oh, il sadismo mortifero dei rapporti a lunga gittata, le aspettative tradite, l’affaccendarsi, la vita straziata dall’assistenza a titolo gratuito che una povera donna deve fornire in questo secolo strambo per fare parte della tribù – sei stata brava anche tu? No, non per me. Non per me la spesa fatta in due, uno ai detersivi e una al banco formaggi, ma la montagna scalata sotto lo sguardo benevolo di un amico innamorato, o la televisione per quattro giorni con il caffè americano, i crackers piccanti ed il turbante a contenere i capelli annodati, poi ci vediamo presto, quando?, presto. Sono diventata una teppa, vivo nell’anticamera della solitudine eterna, con troppe abitudini, cani, tazze e autoabbronzante.

La paura, da quando non ho più nulla, se n’è andata e spero che non torni. Non possiedo il mio tempo libero, dedicato ad una creatura cui guardo come i fiori al sole ed un’altra che è una punizione adeguata ad una vita precedente di omicidio e cannibalismo. Non ho una macchina, non ho una casa, ho tre pantaloni e due magliette, un paio di stivali lisi e un giacchettino con le maniche che si allungano, così sta anche legato in vita come una gonnellina. Non posso prendere uno zaino e andare a camminare in China, ancora, ma il 2026 non è così lontano.

Ho sognato questo ragazzo, elegante con la sua camicia aperta e la pancia tonda e soda, che mi piace tanto. Avevamo le mani intrecciate dietro la (mia) schiena, il salotto era pieno di persone e nessuno sapeva: era una sensazione così bella che mi porto il ricordo addosso da due giorni. Sono ridicola? Forse sono ridicola e grassa. Poi mi sono fermata sulle scale di pietra a fare micio a quello con gli occhi azzurri che mi chiama morina, ma non era un sogno, mi pare. Appena si è alzato sono corsa via, sia mai che si passi da una tenzone a una cena, poi un’altra, poi la reversibilità e la morte.

Posso rimanere qui, appiccicata alla tastiera, senza nessuna competenza che non sia lavorativa, in attesa di quelli che mi somigliano? Penso di si, fino a che la vita non venga a riscuotere conti seri di quelli che ti scavano l’intestino solo a pensarci, fino a che la salute e la musica ci accompagnino – o almeno, lo spero.

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Nella bolla

La routine ferrea che mi sono imposta per navigare vent’anni di lavoro in remoto mi continua a medicare anche durante la grande bolla, la quarantena del covid. Mi sveglio alle otto, leggo fino alle nove, pulisco la casa e preparo l’acqua calda nel bollitore, un kettel inglese che ormai mi appartiene più della pasta al sugo. Scarto la torta di porretta della bimba, faccio tre fette con il coltello che taglia la lamiera e ci sdraio la marmellata alla fragola; la sveglio con un dolce in mano sperando che mi dia un bacino: a quattordici anni, lei, e quarantacinque, io, non è mica detto. Qualche volta capita, altre volte siamo già partite con la nostra giornata separata e ognuna sta nel suo mondo, pieno di risposte da dare. Quando c’è scuola normale lei è partita da sola alle sette e mezzo, vestita come un chicano della Skid Row e posso attraversare casa in mutande senza vergognarmi della pancia molliccia che mi è rimasta dopo il parto cesareo, farmi il primo caffè americano seduta in cucina al buio, con le ciambelle di pancia che si adagiano una sull’altra e la sensazione costante di non avere mai avuto il corpo che avrei meritato.

Apro le finestre, tutte, e mi godo il giallo delle mura circostanti, che sembra ci sia sempre un sole grande. Pigio il bottone del bluetooth sulla cassa della cucina e connetto il cellulare, scelgo la prima canzone sperando di imbiffare l’umore della giornata e parto verso il bagno color petrolio: pasticche per la tiroide, dentifricio, autoabbronzante dalla punta dei capelli all’inizio dello scollo, coda, matita delle sopracciglia e cremina colorata per coprire la rosacea sulla guancia sinistra, un delta con affluenti dal rosso al viola che arriva fino alla narice e scema verso il mento. Ogni mattina penso che sono molti anni che qualcuno non mi vede così, storta, di primo acchito, rimanendomi affezionato nonostante io sembri la zia di me stessa. Poi la tuta da combattimento, una specie di uniforme da supereroe in lutto, tutta nera e gli adorati stivali col tacco per non sentirmi una ciabatta abbandonata in casa.

Lavoro accanto al frigo e, con mia sorpresa sincera, non lo apro ogni due minuti. Inizia il viaggio nel mio microcosmo, il mondo dove vivo, con il gate spazio-temporale appiccicato alla tastiera e centinaia, migliaia di mail. Leggo ad alta voce, per cercare di capire bene cosa mi volevano dire, ma ancora oggi faccio fatica a non mettermi nel mezzo, a non interpretare. Ogni ora una chiamata e un nuovo tazzone di acqua calda e qualcosa. Alle undici taglio le verdure e le metto in padella con un visibilio di cipolla e aglio, metto il fuoco piano piano, la cucina diventa bella calda, mi metto il rossetto: chiaro, nei giorni buoni, rosso o mogano in quelli difficili. Mi fanno compagnia i due anelli d’argento giganti che sono gli unici che mi resistono al dito e che coprono entrambe le nocche. Se il giorno prima ho mangiato poco, entrano nella mano destra, se no partono da sinistra e poi si spostano appena me lo ricordo.

Ho iniziato a fare questo lavoro perché volevo diventare ricca e famosa, per fare vedere a tutti che valevo qualcosa. Oggi non mi importa più niente delle coccarde, sono diventata come quei ciabattini ciechi che sanno fare bene i sandali – e quello fanno. Rileggo, mi correggo con orrore, mi ammazzo di precisione e diagrammi di flusso, ascolto davvero tanta musica, parlo a botte di ore su Skype, studio parecchio come non mi è riuscito mai a scuola e sono felice come un animale senza predatori dintorno.

Mi piace camminare, mi manca molto, e pianificare esperienze per altri, ma il viaggio vacanza non mi racconta più nulla: amo la mia scrivania, il mio computer, il mondo là fuori che governo senza entrarci. O partire senza sapere quando torno, con due palanche in tasca e dei sandali da corridore: appena la bimba è maggiorenne lo faccio, me ne vado in America a vedere i diners nel deserto con la mia sorella. Poi voglio andare a Panama. E poi nella campagna Cinese, probabilmente a pensare alla mia scrivania con tutte le cose sopra e dentro. Ora non posso: mantengo la mia piccola famiglia, assisto clienti, curo terapie mediche, rispondo alle mail, pulisco casa, tengo anche un cane.

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L’ultimo bacio

L’ultimo bacio lo ho dato sui monti a cavallo fra il 2008 ed il 2009, la notte di capodanno: davanti al bagno, mentre di lá servivano coquilles Saint-Jacques. La piccola in collo alla mia mamma nella stanza con la musica e io nel corridoio marmato antistante il gabinetto, rotonda, con un vestitino nero elasticizzato promettente, decapata di autoabbronzante. Un bacio lungo e pieno di festa, ma un poco tirato via per non offendere nessuno, e la mano sua sulla schiena grassa mia. Per favore leva la mano, pensavo, posati magari sul sedere o sul gomito, uno è fatto apposta per queste cose e l’altro ci si sentono le ossa, ma poi mi è passata perché il cuore mi faceva i sottovuoti: un bacio! Io! Sono bella stasera, si evince da come mi guardano tutti.

Poi ho ballato molto, sperando che qualcuno si accorgesse di me, per sentirmi di nuovo una cosa mirabile, dopo avere spremuto le puppe a fare il latte, coi capelli unti, puzzolente di ormoni sperduti, per mesi, anni. Ciao, chi sei? Grazie di avermi baciato. Grazie di avere accolto la mia disperazione stupita di donna di famiglia suo malgrado e di avermi abbracciato la trachea con quella lingua mobile – ma non troppo. Non me lo ricordavo così bello, cavoli. Dodici anni fa.

Grazie di non avere chiamato il giorno dopo, o quello dopo ancora, l’ho apprezzato mentre pregavo che l’Inglese morisse di colpo potendo rimanere bene concentrata sull’argomento. Non so nemmeno come ti chiami e mi sono presentata col mio nome finto, Elena. Poi hanno spento le luci, tre, due, uno, bum!, buon anno – speriamo che questa cena a base di pesce in mezzo ai monti, con relativo intrattenimento musicale, duri almeno un trimestre per riprendere fiato: mi sento come se fosse tutto finito. Ho speso tutto quello che avevo per tenere a galla un cannone di ferro in mezzo al mare. Ho paura di morire senza avere visto una mansarda parigina con dentro un uomo interessante cui garbare molto, come nei film mainstream che piacciono a me: si fottano i francesi con tutti quei sottotesti e sottintesi – nei film, dico, nel formaggio va bene. Poi nel buio mi ha preso la mano un secondo, poi mi sono riseduta con la bimba in collo. Fine.

Senti il fiume? Mentre torniamo a casa coi finestrini un po’ aperti tutti intabarrati dentro i giacchetti, chi dorme, chi ha una vita un poco meno difficile e io, senti che suona come la sabbia che canta, come lo sbuffo di un vulcano – e io ci sono sopra. Come quando da piccini in parrocchia si scappava in sacrestia per darsi la manina: così, quella gioia che attacca le dita dei piedi al pavimento sempre freddo della chiesa. La festa non finisce mai nella mia testa, qui si sta meglio che a casa. Spero che questa roba sia servita a qualcosa.

La nonna passa con la scopa e mi dice scansa i piedini, se no non ti sposi. Salto con i piedi nudi sotto la scopa bella sudicia, per essere sicura: e come ho fatto a non ricordarlo dopo? Ora però importa poco e poi ce l’ho fatta, vivo da sola con la bimba, non devo camminare in punta di piedi o fare finta che vada tutto bene, mi sono aperta la prigione e mi sono pure ripresa gli oggetti personali. Poi ho molto altro, non so perché continuo a parlare di questo ma se viene fuori un motivo ci deve essere. Mi lavo spesso i denti, spero di dare un altro bacio, anche fra dieci anni, di sfuggita ma anche a lungo. Un bacio clemente, perché comincia a cascare tutto verso il basso e ho due peli nel collo che sembrano trapiantati da un cinghiale.

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Siamo rimasti tutti con qualcosa

Riconosco il passo pesante, saranno le quattro, ma vengo graziata: è il vicino che ha sbagliato casa, scale, fidanzata, gli chiedo ‘cosa ci fai qui’, ‘vado a letto’ dice. Lo giro di centottanta gradi, riparte giù, per le scale, ‘si, ma a casa tua’, dico. Puzza di alcol chiaro, un odore diverso da quello diabetico del vino. Avverto la compagna, non la prende bene, mi chiede ‘cosa gli avete fatto’. Penso che siamo cieche, sorde, condannate ad allevare bambini che invecchiano. Nulla gli abbiamo fatto, e poi abbiamo chi? Sono a letto dalle nove, ma di sotto c’era una festa, ho anche messo una foto su Facebook.

Alle sei la grazia finisce, rientra con il passo di chi si porta un divano sulle spalle durante una scossa di terremoto, l’odore di fogna passa la porta come un calcio, la rabbia è talmente forte che ho paura mi venga un collasso allo stomaco. Stai zitta, la bimba dorme. Tieni la bocca serrata, strizza gli occhi e respira pianissimo. Dove sei stato, cosa hai fatto stavolta, con chi o cosa hai deciso di scavarmi altri dieci centimetri di fossa?

‘Signore fallo morire’, prego tutte le sere. Subito dopo mi pento, poi vado anche alla chiesa anglicana a confessarmi, tanto Dio non si arrabbia se cambio declinazione, il prete mi guarda come un lupo guarda un coniglio zoppo. Mi succede spesso. ‘Vado a camminare’ penso, la mia soluzione ad ogni problema. Esco e metto le cuffie con i bassi potenti, ma ho pochi minuti, devo tornare dalla bimba, non si deve accorgere di nulla. Pioviggina, sono viva solo fra gli alberi. Domani ricominciamo, vedrai che ce la facciamo. Domani cambiamo bar per parlare, ‘uno dove non hai lasciato i debiti, cosa dici’? Domani passo a pagare al pub, ho paura che non diano il succo di frutta alla bimba se lo chiede. ‘Quanto deve?’ ‘Ottocento’. Ottocento. Pago.

Domani chiamo mamma.

“Come stai amore?’. ‘Sto bene mamma. Mi portano sempre a giro la Domenica’. Vorrei stare a casa, ma siamo un circo itinerante, un orrore – questo non glielo dico. Al ristorante non ordino, mangio gli avanzi di tutti, di nascosto come sempre: chi nasce tondo non muore quadrato. Domani si riattacca, un’ora e cinquanta di treno, poi il baretto; penseranno che sono matta con questo computer a botte di dodici ore a volta. Il maggiordomo alla villa ha spento la piscina riscaldata, per farci dispetto, devo risolverla, loro non sanno che per me questa è acqua fresca. Mangio un uovo lesso a mezzogiorno e uno alle tre. Mi sballa il cuore. Mancano cinque giorni a Sabato, speriamo che scoppi una guerra o che mi lascino stare a casa questa Domenica.

Quattro anni dopo, oggi, cammino senza cuffie e senza bassi, con il cane e una maglietta che lavo la sera e rimetto spiegazzata la mattina. Non mi ricordo nulla dell’odio che ho provato ma molto della paura del rumore, di notte, il desiderio che la bimba non si svegliasse, che non capisse, che non venisse impestata dalla mia rabbia bestiale, primitiva, che non sentisse le parole strascicate di quello che cammina coi piedi di uranio.

Sono sudata, contenta e ho la sensazione forte e pulita di avere girato l’angolo. Mi accompagno, senza bizze, alla Pieve, salutando ciclisti e donne con la lattuga in collo. Siamo tutti rimasti con qualcosa, io con un cesto d’amore da dare, che per ora tengo per me.

Non ho nessun conto da pagare.

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Juanita de Paola vita piccola

Ciao, sono io

Hai controllato le bollette, hai fatto le somme e le sottrazioni, lordo meno tara uguale peso netto, ovvero quello che finisce nella vita bella: la pizza, i gelati, le tutine di cotone al mercato per la piccina, l’umido Cesar per il canino. Ti sei svegliata di notte alle tre e quarantadue, succede spesso, per valutare tutte le cose che ti faranno morire senza un soldo e abbandonata da tutti, non stai prendendo nemmeno in considerazione che un giorno qualcuno appaia e ti voglia accompagnare: a te gli uomini ti chiedono i soldi, si vede che sei forte, mica come quelle stupide che si fanno trattare bene, pagare le vacanze, regalare gli anelli, cambiare le lampadine. Te no, te sei Atlante.
Nel tragitto ai bidoni della spazzatura incontro la Diana, mi dice ‘finalmente ti sei levata i tacchi’, penso che li ho dimenticati in montagna, as you do, e che sono in terra con questi sandali da frate, mica lo trovo uno che mi voglia sposare – sono signorina – se non mi vesto un pochino elegante. “Juanita pettinati” mi ha detto mio papà subito dopo che ho partorito, con quella faccia gonfia ed i capelli unti sembravo una carcassa di balena, effettivamente. Non capisco cosa ci trovino di bello le donne nel parto, a me sembrò di morire con un petardo nel sedere, e poi la bambina non si slegava dal cordone, mi hanno tagliata dopo trenta ore e meno male che lei non ne ha risentito. Avrei voluto tanti bambini, ma quel dolore non lo voglio provare mai più. I bambini se li tirano su le donne, ma allevano anche gli uomini, una fatica che l’Everest coi tacchi è una bischerata. Sei passata nuda davanti allo specchio, dopo la doccia, e hai chiuso gli occhi, di fatto non ti sei mai spogliata davanti a nessuno.
La pancia, in basso, dopo il brutto taglio del cesareo è rimasa scollata dal corpo, una ciambella di lardo su una struttura muscolosa, forte, ma non mi metto il costume da tanti anni: mi vergogno. D’Inverno ce la faccio bene, compro le mutande con le stecche, ma d’estate il bombolone epidermico galleggia e io me ne vado in montagna invece che al mare. Hai lavorato quattordici ore. Hai sperato che lui abbia deciso di iniziare una nuova carriera come guardiano delle statue dell’isola di Pasqua, ma questo succede alle altre: tu lo campi, ne tolleri la presenza così come si fa con una recidiva, e i dottori ti dicono che ce la farai. E te dici ‘si, ma quando?’.
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Uovo

Per cucinare un uovo in camicia di forma compatta e con un ripieno piacevolmente moscio, ma non moccoloso, ci vogliono una serie di piccoli accorgimenti con cui prendere la mano e il senso dell’uovo, ovvero un orologio interno che ti fa sentire il momento opportuno per tirarlo via dall’acqua a bollore, anche a dispetto del timer.

Cucinare è opera per i diligenti. La preparazione è un’ouverture mentre la sequenza che culmina nel piatto richiede attitudine personale a seguire un preciso percorso, comunque tracciato da altri, nonché la memoria dei tempi, il rispetto delle dosi, l’utilizzo di temperature e metodi di cottura che funzionino. Per questo motivo e per la mancanza di tempo, che caratterizza i miei giorni da quando ho iniziato ad ingozzarmi di lavoro, cucinare è qualcosa in cui non mi trovo a mio agio – come guidare, parcheggiare, andare alle feste, pranzare con persone che non mi abbiano fatto innamorare almeno una volta, appaiare colori, mettermi in costume, parlare al telefono e molto altro.

L’uovo affrittellato è diverso, elementare come bere il caffè espresso al bar, simpatico e volgare come una scarpa alta con la zeppa o un paio di zoccoletti sotto delle caviglie forti. Fritto col pomodoro, poi, ricorda il disegnare all’asilo: tutti ti dicono bravo, ma tu sai bene di avere fatto un pastrocchio e va bene così.

L’omelette prende da subito una piega pop da canzoncina estiva, con quella consistenza idiota che recupera dignità solo con qualche erbetta e una dose abbondante di sottilette o fontina (per gli esperti che non si fanno venire un attacco di ansia al bancone del formaggio – troppa scelta, troppi colori e tagli, praticamente un lavoro non retribuito). Comunque sciapa, tragicamente porosa, non ci sono dubbi che in questa epoca di timidezza esistenziale l’omelette raccolga grande consenso dalle folle ignoranti che, su su dalla fogna puzzolente delle loro rabbie sommesse, sono venute a ricordarci il suono perfetto del latino, la grazia secca della compostezza, la consistenza lenitiva della frittata di pasta dopo una cena annaffiata (tristemente) a merlot.  

Completamente diversa e titanica è infatti la frittata, untuosa e impenetrabile, ghiotta come un giornalaccio, sfumata di spessore verso l’esterno della padella, vivace come l’amore dei vent’anni, rara come le lucciole in campagna quando mani vergognose si cercano per camminare strette, spaziale come il sogno di una vita a New York, sensuale come una donna con le gambe forti.

Non ho nulla da dire sulle uova strapazzate, quelle che purtroppo mi somigliano di più: si faccia finta che non siano l’ennesimo poached-egg in salsa olandese finito male, ci si racconti la storiella dell’intento, tanto un pasticcio rimane un pasticcio. Bruttine a vedersi, possono mantenere un certo decoro fino a che non si trovino esposte vicino ad un uovo barzotto condito con una spolverata di pepe rosso, uno schiaffo morale meritato eppure doloroso.

Che c’entra: ci si prova comunque. Anzi, ci si dichiara. Ci si gira verso la tavola e si dice mi dispiace, volevo farli diversi ma mi si sono rotti i tuorli. E tutti scansano i piatti per fare posto al tuo vassoio coperto da una ciotta gialla, dicono ‘non ti preoccupare’ e se la mangiano sorridendo perché l’hai fatta tu, e ti vogliono ancora più bene, così come ai cani con tre zampe.

Ho visto donne rompere la testa d’œuf à la coque con una cucchiaiata che sembrava un test attitudinale per Guantanamo. Ho visto uomini buttare la salsa barbeque sugli ovetti di quaglia. Ho assistito al taglio di uova sode col coltello seghettato, una pletora di fette bianche, anemiche, ed il tuorlo sfarinato tutto attorno, spampanato, come un piscialetto.

Ho visto me stessa sfornare omelettes ogni Domenica mattina per poi tornare a letto e passarci un giorno intero, nella speranza di sparire per sempre pur di non dovere affrontare il mostro a sei teste che era diventata la mia vita privata. Ho visto me stessa ordinare le uova più extravaganti in qualche disgraziato hotel a cinque stelle, sperando di auto-fagocitarmi assieme al maggiordomo e agli argenti, e poi pubblicare una bella foto su Instagram senza poterci scrivere ‘aiuto, sto male’ sotto. Ma quel tempo è finito, Londra è lontanissima e io pubblico solo foto della mia faccia quando ride – ho pianto molto. Non sono (più) arrabbiata, non cerco riscatto e spero che la terra mi sia lieve mentre la cammino ancora da viva, con rinnovata gioia. All’amore, che ho trascurato per tanti anni, chiedo di tornare a trovarmi un giorno, e se dovesse succedere, vorrei che ci fossero le lucciole e il pane con la frittata.

Ho smesso definitivamente di cucinare, ma nel mio piccolo sono un mago delle uova, che preparo solo per me. Da qualche mese le prendo dal contadino e mi bevo il tuorlo arancione bello crudo, senza sale naturalmente. A quelli che preoccupati mi dicono che si può morire di salmonellosi, dico che sono cresciuta in campagna e che i batteri possenti se ne stanno negli ospedali sterilizzati, raramente nei pollai e tra gli alberi. E che si muore comunque, tanto vale godere.

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Quello lo so fare

I cani qui attorno abbaiano come se questo fosse un canyon, eppure il suono sta bene con i canti dei rospi. Qui è Vellano sopra Pescia, con la radio sulla stazione classica e con i sagrati che arrivano dal ristorante in basso, lievitati come il pane sotto il cielo del Dio bestemmiato che noi Toscani pratichiamo senza offesa. Latrano alla stessa maniera di quando questa palla infernale è iniziata, fra premesse di amore immenso e diverso, figli, compagni e i loro compagni di cui non volevo sospettare l’esistenza, malattia e una vagonata d’affetto che era meglio se stavo un pochino più cauta, ma tanto non mi riesce. E quelli come me ci pigliano delle belle musate sull’amore, perché siamo nati col chip storto, e poi c’è finita l’acqua sopra, e poi invece di portarlo al centro assistenza vai dal cinese, spendi meno ma nulla.

Una ci spera sempre, nonostante tutti quelli che le vogliono bene e sanno cosa fare. Loro si, chissà come fanno.

Non ho acquisito una conoscenza particolare, non ho capito come funziona, non ho maturato una capacità superiore di capire le cose, la vita, ma so come si fa a nascondersi in uno stanzino sperando che, piano piano, tutto passi senza interventi – quello lo so fare. Non ho preso la coccarda del campione, non mi hanno ringraziato, non mi è venuto il terzo occhio, ma spesso mi si blocca il collo sul lato sinistro e penso sempre che sia una ghiandola inferocita, un cancro, la giusta punizione.

Sono tutti preoccupati per me, non sei ancora vecchia – dicono, devi pensare per te, è la tua vita, e io gli stendo a tutti le mie magagne in maniera chiara e umile come la pancetta sulla padella a friggere, le di lui cliniche, la malattia mentale che è diventata una cosa di cui non si parla ma che pesa come un tir ripieno d’acqua e poi congelato, il nostro itinerario – non posso dire nostro, è il suo, io mi devo emancipare – la nostra vita che è evaporata e tutto quello che ci ho messo che mi fa vergogna. Presento il mio caso, un episodio di CSI, e tutti hanno le lenti e il DNA (it’s a match), e io sono qui imbrattata di viscere, ma giuro che non ho ammazzato nessuno.

Continuo a non cenare la sera, devo fare pace con il fatto che alla fine non sono mica grassa, che forse anche io un giorno avrò una televisione in casa e una opinione di cui mi importa, nel frattempo sto su una terrazza di pietra con le bodde che urlano di sotto e io sono felice, come ora, più di quanto mi riesca.

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Le buone notizie che non ti ho dato

Ho dormito in ragnaia, l’annesso della casa di Vellano che fa rima col panorama, popolato da insetti ma soprattutto aracnidi di ogni forma e grandezza. Dormo spesso qui ultimamente; la verità è che pur di stare sola passerei la notte in una valigia, o dentro il frigo, o sopra la legna in garage. I neon color limone acido e violetto sono rimasti accesi fino a che il rumore delle bestie rare che popolano (anche) il giardino è sparito, oppure sono crollata e amen.

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Massacro

Camminiamo come due semi-morti, controllando bene la punta delle scarpe passo dopo passo: che si trovi lì il segreto di un’unione felice? “Dovremmo fare come Sarah e John”, dico “e separare famiglia e amore, fare un sacco di viaggi assieme, attività a due, ma avere un amante, quelle coppie lì”. Un paio di secondi e capisce di chi sto parlando, di loro che comprano i cd assieme, poi lei ha un ragazzo e anche lui ha un ragazzo. “Non dire cretinate”, dice. Parliamo ad un volume impercettibile, sibiliamo veleno, ci segue la piccina, che non ha bisogno di sapere, ancora, quale massacro sia avere una famiglia per chi, come noi, si è incontrato sull’isola-che-non-c’è. Ci stiamo andando a divertire, per definizione, anche se dopo dieci anni ci vogliono un sacco di soldi per fare qualcosa che rimanga impresso: quindi andiamo, come montoni al sacrificio, in un Sabato qualunque. Sarà champagne, macarons, millefeuille, carpacci, un tripudio di modernismi per borghesia benestante, quelli che diventiamo quando siamo infelici.

“Sembra di essere allo zoo sub-umano di Dubai”, dico. “Falla finita”. Sono ipnotizzata da un tavolo con sei persone identiche, e un altro tavolo con una signora bionda, bellissima, una bambolona di settant’anni coperta di animali morti. Non li ha catturati nel bosco, probabilmente, quei topi pelosi, non a mani nude, non per cuocerne le carni su un fuoco vivo dopo una battuta di caccia: li ha certamente accattati da Harrods e non ha dovuto sudare nemmeno un pochino. Se qualcuno si volesse mettere la mia (pelosa) pelliccia dovrebbe corrermi dietro almeno una notte, penso.

“Guarda che belle scarpe”, dice.

“Sembrano ortopediche, poverino, forse ha perso mezzo piede”, dico. La piccina ride, ma dice che sono di Adidas, e sono molto cool. Sembrano, sinceramente, le scarpe di uno con le moppine rimasto intrappolato sull’Etna mentre eruttava. “Costano tantissimo”, dice la delfina, con ammirazione.

Rientriamo nel silenzio cupo e livoroso, ma sorridenti: la bambina si sta divertendo e noi sembriamo bloccati da una emiparesi alla mascella. Arrivano i mini-burgers, tre pallette che unite compongono un big mac, ma separate compongono ventiquattro sterline. Ci sono anche le patatine fritte surgelate, ma tagliate diverse, meno quadrate. Altre sette sterline. Certo che ci vuole una brancata di mentecatti come noi per stare qui. Non c’è traccia di un maschio eterosessuale nel diametro di dieci miglia e questo è sempre un buon segno quando si mangia e si comprano quadri.

Gesticolando lui rovescia un bicchiere di champagne (con fragore), ce lo sostituiscono subito. Senza farcelo pagare. Gli faccio una foto con tutto il tavolo sbrodolato, dico, “Questa la uso alla prossima litigata”. Sorride. Sono una fonte inesauribile di freddure, io. “Non devo gesticolare mentre parlo”, risponde. Ce l’abbiamo fatta: sosteniamo ormai due dialoghi diversi, allo stesso tavolo, nello stesso tempo, senza interferire minimamente l’uno con l’altro. Siamo una metafora, un ologramma. Mi fa furia, dobbiamo andare a comprare un migliaio di cose per la piccina: eccoci a Golconda, ovvero i grandi magazzini. Tutto profuma di teflon, ci sono le paillettes, le farfalline, i nasi rifatti, le emanazioni umane coi capelli fatti a bitorsoli, le tiare, i droni col motore a ione, le pellicciotte fucsia, i mariti bassi con le scarpe di coccodrillo, le gemelle vestite identiche (con le farfalline, le tiare, i capelli a bitorsoli), le bocche pastose, gli stormi di pinguini ingioiellati, i giapponesi alti.

Arriva notte, ce ne usciamo con pacchi di cose, andiamo a casa. ‘Prendiamo un taxi’ dice, ‘No, autobus’, dico assertiva e ferma. Non fare con cento sterline quello che puoi fare con due, penso. Sono soddisfatta, dentro di me, io Potnia amministratrice, che tiene la sua manina ferma sui conti di casa. Sul treno, dopo il bus, incontriamo diciassettemila (per davvero) persone che erano ad una partita di rugby molto speciale, mi dicono, dove si inizia a bere la mattina e gli uomini si vestono da donna. Ballano nel compartimento, mondi di birra e gin, sembra di essere dentro una distilleria di sidro, due fermate e siamo a casa.

“Rimani giù, stasera” mi dice. In genere io salgo, di tre piani – abbiamo una casa enorme. Vado a letto alle sette e mezzo quasi ogni giorno, dopo una camomilla, e la mattina mi sveglio fresca, dimagrita e depressa come una rosa da serra. Rimango.

“Ti odio. Mi hai rubato il posto. Mi hai fatto diventare quella che tiene i conti, a me, che a dodici anni ho comprato una vasca idro-massaggio senza avere una lira (per mamma, ha pagato papà). Mi hai bloccato a casa mentre te continuavi a volare, a uscire, a fare il pazzo. A me, la perfetta miscela di Tanguy e Gay Peter Pan, a me, che ho dormito su almeno mille divani letto, mi hai relegato a donnina nel malefico talamo nuziale, mi hai fatto diventare un santino della mater cretinissima, regina della stamberga coi gerani, la cerebrolesa che sa quando finisce il detersivo per i piatti con tre giorni di anticipo. Io, voglio stare fuori. Io, voglio fare tardi. Io, voglio essere quella per cui tutti scuotono la testa, non te”. Silenzio. “E non stai nemmeno mai zitto un cazzo di minuto”. Gli dico.

Piange.

E piango anche io. Da dove arriva questa palla di caldo che sale su dai piedi e mi scoppia nella testa, uscendo dagli occhi?

“Non facciamo come John e Sarah, ti prego”. Dice.

“Mi piaci ancora”, dico. “Mi piaci ancora, sei cosi bello, ma non capisci cosa ti sto dicendo?”.

“Non ci ho mai pensato prima, ma perché non me lo hai detto?”.

Ma che ne so. Facciamo le tre. Stamani ho malditesta, non sono fresca, non sono dimagrita, sono felice come un girasole in un campo aretino sotto il sole alle tre del pomeriggio.

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Le cose dell’amore

Ho pensato alle cose dell’amore, a come si trovano nei posti dove non avevo desiderio di andare: nella troppa confidenza, nella conoscenza, nella paura di perdere le persone.

Le persone non fanno quello che gli altri si aspettano, ma quello che gli riesce. Ho imparato anche che non c’è nulla da fare a riguardo, se non ascoltare come se non si avesse nulla da insegnare, con la stessa tenerezza con cui ci assolviamo spesso, di nascosto, a letto prima di dormire.

Abbiamo siglato l’armistizio questa settimana, che vuole dire che io qualche volta esco invece di stare rintanata in casa e lui torna a casa a dormire in orari quasi compatibili, che io cucino qualcosa e lui (forse) porta la bambina a scuola così io posso lavorare, che mi fa i grattini ai piedi ma si guarda la real tv, che io parlo ma non dispongo, che lui pulisce i mozziconi di sigaretta dal terrazzo e mi lascia l’asciugamano sullo scaldino, la mattina.

Non parliamo mai di amore: quello sta sotto, che fa male, storto come una mano con l’artrite reumatoide. Non parliamo di amicizia: non siamo conoscenti, o amici di infanzia, non ci assomigliamo, a malapena ci conosciamo, è solo che ci siamo trovati qui e non c’è stato verso di uscirne. Nemmeno volendo, nemmeno a mettercisi di buzzo buono.

Ho imparato che un giorno odio e il giorno dopo, ormai, non ricordo. Che l’amore ti entra sotto pelle anche quando non lo vuoi. Che quegli altri sono sempre più bravi, meglio assortiti – loro non litigano su Trump, sulla Domenica che io non mi voglio muovere, voglio dormire, sull’Italia, su Dio, sul buddismo e anche su come si pulisce il water dietro, e i battiscopa – che se no la casa diventa una porcilaia. Gli altri viaggiano assortiti in coppia, e si fanno le foto, e noi abbiamo prenotato due vacanze diverse per lo stesso periodo senza avvertirci e ora voglio vedere chi rinuncia.

Noi siamo quelli al cui confronto le altre coppie diventano amori epici, unioni leggendarie, mentre noi speriamo ogni tanto che quell’altro muoia – senza dolore, per carità – per potere ricominciare senza senso di colpa.

<< Sai quei baci, quella sensazione di essere invincibili, la foga di sapere tutto dell’altro e quello che ti racconta non ti basta mai? Sai quando i suoi lembi sono roba da mangiare e tu hai la forchetta e la fame? Sai quando tutto attorno non c’è niente, tutto confuso, inutile? Non vorresti tornare indietro, non conoscermi?”.

Certo. Dice.

<< Non ti viene mai in mente, che so, di scaricare Tinder, di farti un profilo diverso, una vita diversa, di partire da zero in un segmento lontano, distaccato, senza conseguenze? >>.

Certo. Penso. Non ricordo cosa ha detto lui.

 

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Più a lungo possibile

Io adoro l’inverno per la sua atmosfera sospesa. È la stagione che custodisce tutti i corpi nei maglioni di lana, i fiori e i frutti nella terra, i paesaggi nella nebbia. Ci permette di stare, senza nessuna frenesia di azione. In inverno è lecito non avere niente a cui aspirare e non accorgersene nemmeno. D’inverno il mio mondo finisce dove il mio sguardo miope mi permette di vedere. Spero che duri più a lungo possibile.

Eva Meshia Bendinelli,  nata e residente a Pistoia da 35 anni, dove fa con passione l’odontoiatra, ma vorrebbe fare la danzatrice orientale. Vive con 4 gatti e 1 fidanzato paziente. Non potrebbe vivere senza poesia, sesso e musica, odia avere scadenze e la tovaglia storta – Suo il post su Facebook, Mercoledì 30 Dicembre 2015 –  Il Ministero delle Dispari Opportunità ospita donne (e uomini che parlano di donne) in gamba, illuminate, buffe, arrabbiate, sulla via del miracolo che è oggi una vita piena vissuta da donna. Qualche volta ospita anche i pensieri personali di Juanita.

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Un amore meno bello

Questo sia l’anno in cui ci amiamo meglio gli ho scritto nel biglietto di Natale, noi che non abbiamo passatempi in comune ma non sappiamo fare nulla da soli, noi che ci siamo incontrati ed era inevitabile, ma non abbiamo ancora preso le misure.

Il nostro amore, così diverso rispetto a quello di alcuni amici o a quello che mi ero immaginata, è  profondo e radicato come una malattia ereditaria che non guarisce, stracciato come un panno per vetri dal benzinaio e forte e vile come il filo da pesca. Guardami, sono io dico spesso, quando abbiamo perso la barca, il timone e anche il mare – e lui mi trapassa, non ricorda, e nemmeno io.

Ci si ritrova per sfinimento, siamo nello stesso esercito, abbiamo fatto noi due imbecilli senza testa una cosa così grossa come un figlio, e ci stiamo ancora riprendendo. Apparecchiamo allo stesso modo, beviamo e mangiamo le solite cose, siamo due pinguini reali che seguono l’istinto e rimangono assieme, con un cervello piccolo così. Pensiamo lo stesso pensiero, poi decidiamo sempre per due strade diverse, poi ci ritroviamo alla sosta, per un bicchiere di vino.

Leggiamo sui giornali che l’intimità è importante, due volte a settimana, io non mi ricordo quando siamo stati assieme l’ultima volta e di queste cose non si parla. Ti vorrei baciare, dico, ti puoi  lavare i denti che hai il fiato di un cane? Dice di si, chiede se mi posso cambiare, sono due settimane che mi metto il solito maglione. Già. Accendi la tivù, vai.

Ti ho comprato le mutande nuove. Ascoltami, sono uscita, ho pensato a te che cammini in stanza così magro, ti ho immaginato da dietro, nero dal collo in su, bianco come una lastra di marmo sotto la camicia e i pantaloni, un samurai da autoabbronzante, ti ho visto con le mutande mezze rotte e mi sono fermata in un posto, te le ho prese nuove, mi sembra un pensiero fantastico, così stai più comodo.

Che cosa è l’amore?

Ti devo parlare, ma non vorrei  tu usassi quel che ti sto per dire contro di me al prossimo litigio. Allora non me lo dire.

Non abbiamo avuto un’epifania ad un certo punto, non abbiamo scoperto qualcosa di talmente grosso che poi tutto è cambiato, non abbiamo mai sotterrato nemmeno un’ora del nostro passato facendo finta che non esistesse, che ci fosse stato un disguido. Non abbiamo un’arma segreta con un colpo in canna, non stiamo mettendo via per la pensione perché tutti e due abbiamo sempre pensato di morire presto, sai com’è.

Non ci siamo sposati, perché io vorrei farlo di nascosto nel bosco e lui scendere da un elicottero, perché io sono tirchia e lui è generoso, e lui ha bisogno di me per mangiare e io ho bisogno di lui per vivere. Io lo chiamo mio marito, lui mi chiama la mia ragazza. È l’idea delle bomboniere, per me, insormontabile. Io non sono trombata per queste cose, non ti offendere, ti supplico.

Preghiamo di nascosto uno dall’altra. Preghiamo uno per l’altra. Sono tutti migliori di noi, pensiamo, e abbiamo sempre ragione. Noi siamo quelli che a cena servono a rinsaldare le altre coppie, che quando vanno a casa parlano di noi e ringraziano il Signore di non essere a questa maniera, poi si abbracciano e fanno il quarto figlio. Siamo i meno affiatati. Siamo due generi, specie, elementi diversi. Siamo ridicoli.

Non corriamo assieme. Non giochiamo a tennis. Siamo fuori sincrono ma ci difendiamo come due pecore circondate da un branco di lupi, controlliamo gli scontrini per vedere che non ci freghino; io gli compro il formaggio verde, lui mi compra il pollo lesso e poi io gli mangio il formaggio verde di nascosto perché non voglio ingrassare.

Io pulisco: la casa, la gente, il casino, tutto. Lui apparecchia la casa per la festa, c’è sempre tempo per un festeggiamento, basta non andare a letto, baby, la vita è così corta, per favore non andare a letto. Non siamo vecchi.

Sono un peso per te dice. Si, enorme. Ma sei veramente un bel ragazzo, sempre così elegante, mi riempi l’occhio, ridi con il fischio e quello mi fa schiantare dal ridere. Mi piaci ragazzo vecchio che non è diventato un uomo, sei come me, una ragazza che non cresce e non invecchia, Peter Pan, solo che io sono più maschia.

Siamo due creature deformi che hanno trovato un lavoro, assieme, al circo.

Ho parlato stanotte? Si, tutta la notte, come sempre. Vorrei tanto dormire. Ma hai dormito, hai russato come una vecchia balorda. Oddio! Mi dispiace, davvero? Tutte le notti. Non solo moderatamente grassa, anche sguaiata: che tragedia.

Che sia un anno pieno di questa roba, e poi molti anni, che ci assistano lassù, che ci facciano invecchiare odiandoci e amandoci, probabilmente bevendo troppo ma molto meno di quel che potremmo se non avessimo figliato, ballando sui tavoli come due idioti appena possibile, ritrovandoci mogi nel taxi nero perché domani sarà un giorno di malditesta e perché abbiamo speso troppo, nell’uber che ci riporta da lei, l’unica ragione che abbiamo trovato.

Come mi sta? Sembro finocchio? Come sempre.

Io come sto? Sembri la Navratilova.

Proteggici, sempre.

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Juanita de Paola

Come l’acqua tofana

Respiriamo a Londra un’aria che somiglia all’acqua tofana. Sotto la cotenna dura come di cinghiale di questa terra, che è un’isola (e questo conta molto quando si misura la la forza dei suoi abitanti), c’è un fascio di tendini stirati, un eccesso di acido lattico che si fa sentire ma continuiamo a camminare veloci, la paura di saltare in aria in qualche buco sottoterra o in un centro commerciale è una palla di lievito che fa il suo dovere. 

La città continua a produrre eventi, eccitazione, la gente continua a partecipare, ma camminando tremano un pochino le ginocchia, e tutti i volti che non ci somigliano, tutte le donne velate, gli uomini con la barba, tutti quelli che ridono troppo o troppo poco sono un richiamo alla prudenza ed un brivido freddo. Siamo, questa è la verità, ognuno il nemico dell’altro. Camminiamo di nuovo come animali, scrutando velocemente e continuamente attorno, per vedere se siamo prede o cacciatori, o tutte e due le cose. Tornare a casa la sera è di nuovo cosa per giusti, “routine” è una cosa bella, non un ciclo da esorcizzare sul lettino dell’analista.

Cambio le rotte consuete, evito il centro, piano piano provo a tenere la bambina a casa il Sabato, e poi la Domenica e poi, magari, il resto della settimana – perché le mamme pensano di essere anche scudi nucleari – e poi cambio idea: non sto mica crescendo uno scarafaggio, se si deve morire, che la morte ci trovi vivi. Penso ai bambini, quelli che saltano in aria da ogni parte, penso ai loro genitori, che strazio infinito, alle donne violate, agli uomini a pezzettini, a cosa siamo diventati, il tempo si incapsula e concentra, diventando una cosa diversa, questo è un modo nuovo: stiamo cambiando vita e come sempre non abbiamo scelto niente. Eppure.

La gioia è tornata a trovarci, forse perché abbiamo paura, usciamo di più, piangiamo parecchio, ci stringiamo ogni notte e ridiamo il Lunedì. Abbiamo fatto la pace con tutto e con tutti e iniziato un nuovo corso, una vita più piena, più degna. Parliamo degli amici, dell’amore, degli gnocchi che si fanno in casa. Torneremo in Italia probabilmente a Primavera, ma stavolta in macchina.

Ci abbracciamo come fanno i pinguini nella tormenta, per rimanere vivi, sul pack. 

Foto dei ghiacci di David Doubilet, vincitore del National Geographic Wildlife Photographer of the Year

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Regolette di Dicembre

Le regolette di Dicembre sono in progress.
Intanto:
1. Sorprendersi nel fare/agire/reagire in modo nuovo in una situazione puo’ far venire i brividi della prima canna e l’ebrezza della prima sbronza.
2. Se stai per dire o dare qualcosa di importante, prepara il momento, restituisci importanza. Con chiarezza.
3. Reagire senza controllo a persone irrisolte che credono di essere risolte è come tornare indietro di tre caselle e stare fermi un giro, in ginocchio sui ceci, in un angolo buio di vicolo corto.
4. Il momento migliore per comprare un volo è adesso, ma tra il martedi notte ed il mercoledi notte costa meno.
5. Short answers.

Pensiero di Cristina Rajola Executive Producer at Doc/it- Italian Doc Screenings, Doc/it- Italian Doc Screenings, Own Air, Fluid Produzioni – Post su Facebook, Sabato 28 Novembre 2015 –  Il ministero delle dispari opportunità ospita donne (e uomini che parlano di donne) in gamba, illuminate, buffe, arrabbiate, sulla via del miracolo che è oggi una vita piena vissuta da donna. Qualche volta ospita anche i pensieri personali di Juanita. 

 

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Non succede più nulla

Pensavo all’amore.

Passata la fase in cui ci sono da scoprire cose, persone, aspetti del proprio compagno o compagna, si entra nella dimensione di lotta senza quartiere che è un rapporto di coppia esclusivo (o ritenuto tale da almeno uno dei due). Cosa ci accade, infatti, quando non succede più nulla?

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Una carriera al baretto

Cecilia mi cammina dieci metri avanti, per punirmi: sono una mamma cattiva. Le ho detto mangia guardando quello che hai in mano, se no da grande ti danno un piatto di fango coi vermi e tu te lo inghiotti senza nemmeno accorgertene.

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Amore e la distruzione

“Abbracciali tutti, tutto il giorno, raccattane i panni, lavane lo sputo nel lavandino, benedici le loro tracce terrene e l’odore dei panni sporchi, fallo in silenzio e con gratitudine: potrebbero portarti tutto via” (C.J.H). 

Non hanno uno sviluppo facile quelle relazioni che iniziano come la mia, simile a molte altre; una storia che è stata una scommessa allegra, un rimbalzo da un’altra molto più lunga e all’epoca più verosimile, forse una rivalsa. Prima una grande attrazione, la convinzione che tutto si accomoda per noi giusti. Poi una bruciatura che scarnifica, un rifiuto fisico dell’altro, un ribrezzo come da una sorsata assetata e generosa di latte rancido. Infine la solitudine vera, quella che si vive in mezzo a persone di cui non sappiamo niente, aldilà di quelle poche cose che costituiscono un’unione felice come una infelice.

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Un passato di tisane

Ho iniziato a lavarmi la faccia prima di andare a letto perché fra una settimana ho quarant’anni. Metto anche una crema che leva il rossore dal mezzo delle guance, ma non ci spero più di tanto perché bevo vino e pare che quella sia la causa – dice mia sorella. Metto un unguento alla rosa che profuma come il giardino davanti casa quando ero piccola, vado a letto e sogno la carezza della mamma che sussurra va tutto bene, con quella mano ruvida e corta che è identica alla mia.

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Che ti aspettavi da me?

La piccina non ci fa litigare.

Arriva in camera, anche quando ci massacriamo sotto voce, e dice me l’avevate promesso. Allora io smetto subito, lui continua, io vorrei avere una pistola, lui continua, io dico bestialità che arrivano da luoghi neri, ma sempre con educazione, con la voce bassa. Smettiamo e tutti ci addormentiamo con il torcistomaco. 

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Juanita de Paola

Salvati con un calcio

Ad un certo punto abbiamo affittato una casa enorme.

A me piaceva perché avevo spazio per nascondermi, la stanza della servitù dietro l’acquaio in cucina con il suo bagno rosa acceso e la porta nascosta, e una dispensa dove rinchiudersi in caso di assassinio imminente.