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Juanita de Paola vita piccola women

A braghe calate, due candele e due gradi.

Bisognerebbe trattenere quel coraggio di amare nudi in inverno in collina anche quando diventiamo più grandi, anche quando ci siamo assicurate la comodità di un hotel con belle lenzuola e cuscini raddoppiati.

Poco tempo fa mi hanno invitato in via ufficiosa a vedere una proprietà: che cosa dici, Juanita, si può vendere? E a quanto? Vi potrebbe interessare? Incredibile come il condizionale riesca a rendere il più innocuo dei discorsi meschino, da uomo che si strofina le mani unte mentre ruba le monetine dalla chiesa.  Mi sembri imbambolata, è così brutta? Il fatto che le persone mi scrutino la faccia mentre penso mi mette in una condizione di assoluta debolezza, ho una mimica napoletana, che mi deve arrivare sicuramente da qualche trisavolo, che è un traduttore simultaneo. Il problema si raddoppia quando penso ad un’altra cosa, a qualcosa che non c’entra nulla, che pure mi allerta sensi e crucci.

Quando ero una giovane ragazza il cui apparato era di continuo testato non disdegnavo come bodoir una casa abbandonata con vista, vuota ma non pericolante. Qualche mio amico ci andava a drogarsi, dove sto io negli anni novanta usava molto l’eroina, io invece ci andavo a levarmici i vestiti col mio fidanzatino, che sembrava scolpito nel bronzo da quant0 era bello. L’entrata era un pò angusta, ma il primo piano dove bivaccavamo era aperto sulla vallata; peccato che avessero fermato il cantiere perchè era ampia, orizzontale, una di quelle proprietà che compri per far vedere ai tuoi amici del Liceo che sei (sempre stato) meglio di loro.

Circondata da erba e colline, esposta a sud est, vedeva il sole tutto il giorno e tramontava su quello che probabilmente avrebbe dovuto essere il salotto principale, con al centro un grande camino (leggi: buco), che poi era l’ambiente in cui passavamo più tempo. E’ incredibile come lo scrivere mi abbia fatto conservare ogni minuto e quale risorsa sia nella memoria di una persona che, come me, dimentica ogni cosa: era sole e rossori sulla pelle, bistrattata da strusci anche sul cemento vivo, riassettamenti nell’erba, punture di zanzare e voli di mosconi, ritrovamenti di siringhe e scritte di amici, ormai persi, ma sempre nella memoria del cuore.

Si stava affacciati alla finestra nudi come bambini, anche perchè eravamo bambini, a guardare cosa c’era sotto e giurarsi che quello non sarebbe stato il nostro futuro. Ci si arrivava con il motorino, quello rosso che assomigliava ad una vespa. Una volta ci avevo trovato una distesa di candele e qualche coperta, fiori, spumante credo: era il 2 gennaio e lì ho festeggiato un mio compleanno. Bisognerebbe trattenere quel coraggio di amare nudi in inverno in collina anche quando diventiamo più grandi, anche quando ci siamo assicurate la comodità di un hotel con belle lenzuola e cuscini raddoppiati. Bisognerebbe avere una macchina che cattura le emozioni invece delle immagini, per farsi presente quanto sia divino essere lì, a braga calata, senza niente, capaci di rimanere in silenzio.

Lasciando la proprietà dietro le spalle dico a questo signore che la casa è valida, che non la curerò io, che non sono adatta a questi “oggetti” così locali. Gli dò qualche nome, qualche campione delle vendite di appartamento con vista condominio, qualche geometra che vende e acquista lucrando di qua e di là, di qualche sedicente signora sposata che senza licenza fa la broker, tutti questi mostriciattoli da cui ho tentato tutta la vita di emanciparmi, forse perchè sono tutti dentro di me. Mi giro un’ultima volta sperando che la mia ombra, rimasta lì per anni affacciata ignuda come un verme alla finestra del salone del primo piano, si sia trasferita da tempo nel casolare giallo a pochi metri.

Di juanita

50% business, 50% eggs benedict

5 risposte su “A braghe calate, due candele e due gradi.”

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