A tu’ madre.

Juanita de Paola

La bambina cinese Ni arrivò nella mia classe quando ero stata spostata accanto a Michela quella bassa; aveva qualche anno più di noi ma soprattutto sapeva disegnare come un animatore professionista, e mentre noi combattevamo la nostra battaglia contro lo sbafamento del colore fuori dai confini, lei con una linea sola sapeva descrivere una ballerina in movimento. Governava anche l’arte del colore a sfumino, con i trucioli dell’appuntino: rimanevo in contemplazione bavosa ogni volta che faceva uno dei suoi disegnini.

Come tutte le classi dei bambini anche noi eravamo razzisti feroci e tendevamo a lasciare Ni da sola, anche perchè era più grande di noi (per via della lingua) ed era troppo gentile per non covare qualcosa. Ni viveva in un appartamento bellissimo di Pisa, o così mi pare di ricordare, e per quanto ne so eravamo amiche. Eravamo una sorta di seconda scelta l’una per l’altra, in realtà tiravamo tutte e due a diventare le scagnozze preferite di Monica & Marzia, ma non succedeva. Così, un pò di ripiego come in un matrimonio, stavamo assieme e ci volevamo bene.

Quando era il momento della ginnastica facevamo coppia in palestra e a merenda lei mi dava la sua focaccina. A me non dispiaceva portarle un succo alla pera, tanto mamma me ne comprava a scatoloni da mille, e insegnarle a masticare un cracker e, quando era ridotto quasi a poltiglia, annacquarlo con una sorsata di nettare per raggiungere una consistenza divina. Ero, e sono rimasta, grassa dentro – once a fat girl, always a fat girl.

Non ricordo le cose giuste al momento opportuno, quindi chi mi ha accusato di avere fatto questo e quello l’ha sempre passata liscia con me. Da una parte mi dispiace (molto) non avere (mai) a disposizione argomenti taglienti, mi piacerebbe uscire di scena con poche parole che vanno all’osso, ma non mi riesce, ho colori confusi in testa, a malapena memorizzo se con una persona sono in buoni rapporti oppure dovrei scansarla; dall’altra credo che sia una fortuna tralasciare gli accidenti, per potersi dedicare alle cose che contano – scrivere con una sigaretta in bocca, ad esempio.

Amo il tempo, il suo scorrere, il suo cancellare le forme delle cose come i piedi sulla sabbia, al mare. Mi piace il fatto di non riuscire a correre come prima, perchè finalmente non ho più il dubbio morale di doverlo fare con costanza. Adoro la sensazione di cominciare a vedere dietro la forma, non necessariamente con uno scopo, le cose che mi succedono ma anche quelle che non mi riguardano. Mi fa felice girarmi indietro con un bel pò di fotografie nel mio album ingiallito e con le orecchie.

In queste immagini, nonostante la mia tendenza a confondere gli eventi accaduti con quelli che avrei voluto accadessero, non ritrovo parole cattive dentro la mia casa: nessuno ha mai commentato il fatto che Ni fosse cinese nè che fosse più grande di me. Forse perchè siamo un ammasso di austro-calabro-ungaro-toscani per noi il valore del territorio non è mai stato nulla più che conoscere che formaggi ci vengono fatti, ma il senso di appartenenza, quello l’abbiamo staccato dalla provincia per incollarlo alle persone, a noi in quei luoghi.

Mi è venuto in mente ieri, e ce l’ho dovuto tenere, quando due ragazzi stranieri mi hanno aggredito e dato della zoccola, forse perchè avevo i tacchi, non vedo altro motivo. Poi mi è tornato in mente che prima che stranieri erano uomini, quindi mi sono rassicurata.

4 Comments

  1. ig

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  2. variabile

    “Amo il tempo, il suo scorrere, il suo cancellare le forme delle cose”
    Ecco, pure io. Ci sto pensano proprio in questi giorni.
    In particolare mi sono accorto di non amare le fotografie, soprattutto quelle troppo nitide e ben composte.

    Comunque condividiamo l’austro-calabro-toscanità (maremmità, per la precisione). Per l’Ungheria niente da fare, però controbatto con un figlio marchigiano.

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