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Juanita de Paola vita piccola

Ai musicisti che non suonano (ancora).

Se suoni e mi vuoi aiutare, fammelo sapere. Se non suoni e sei uno di quelli che dovrebbero perchè stanno bene sotto una coppola o una luce rosa, fammelo sapere.

Juanita

Una sera qualunque della mia storia fallimentare londinese ero a bere un drink all’Hakkasan, che avendo l’h non muta dovrei apostrofare in altra maniera ma pazienza. Luogo fighissimo e costosissimo, cino sboronico, giappa cioisoldi, molto cool, quella roba lì. Stavo immolando me stessa e i guadagni di una vita per dimostrare ai miei amici che ero alla loro altezza economica quando mi sono sentita urlare al bancone laccato nero-jella il prossimo giro è mio, e giù dugento o trescento sterline per supportare l’onda alcolica de il direttore di una banca, il mio capo, la sua sfidanzata, la signora Casa di Produzione Hollywoodiana, qualche nobile e una marea di polacche dalla risata idiota.

Ascella sudata di caprino, preoccupazione, conoscenza amara dello stato dell’indomani – mi sveglierò povera, ubriaca, a casa di Collins, senza nemmeno i soldi per il bus. Quante volte mi sono congedata dai miei amici rifiutando un loro passaggio in auto, fingendo di avere un autista dietro l’angolo. Che idiota. Lo rifarei. L’ho già rifatto. Mi interessava la bionda, la signora potente: era il target di tutti noi. Noi non volevamo la pace nel mondo o che l’aids trovasse una cura, noi tutti eravamo concentrati affinchè la bionda trovasse un fidanzato nel nostro entourage, che fosse felice come mai prima, che ci considerasse i suoi portafortuna per aprirci, poi, le porte del successo. Ottenni di dormire a casa sua per qualche giorno e diventare (quello che speravo essere) il suo animale da compagnia. Permanenza in stanza degli ospiti più qualche pasto gratis di altissima levatura.

Ho scoperto dopo anni che mi ospitò per fare un favore ad un’altra ragazza, lei sì sua amica, che mi voleva fuori dal giro nord-londinese per accaparrarsi un maschio a me vicino, il mio capo – avrebbe potuto dirmelo e basta, non avevo interessi allora, come oggi, nella tenzone amorosa. Quindi non mi voleva come pupazzino da compagnia, non mi desiderava per le mie gote o il mio fine pensiero comico: voleva tenermi a bada. Avrà alzato gli occhi mollandomi nella mia stanzina. Magari è anche uscita di nascosto con l’altra, poche cose mi hanno umiliato come quella in vita mia. Solo quando ho perso il concorso di disegno contro mia sorella minore che era evidentemente peggiore di me nell’arte del ritratto, oltre ad avere quattro anni meno – fu premiata da Gianni Minoli, e io nulla.

Signora Potente aveva un (cazzo di) appartamento a tre piani con le finestre rotonde nel mezzo di Notting Hill, laddove solo gli Italiani sanno quanto si gode. Un bagno con amenities che avresti potuto vendere e farci un guadagno di sei mesi. Mi fu dato uno spazzolino nuovo, un accappatoio ricamato a mano e molti asciugamani: ero un’ospite di un cinque stelle senza merito. La sera uscivamo ma io ormai avevo finito tutti i soldi di una vita, duemilioni di lire, all’Hakkasan quindi ordinavo tea caldi e rifiutavo bicchieri di vino: la dignità, prima di tutto. Non ti fare mai offrire qualcosa che non potresti comprarti da te, Juanita, è una cosa volgare. 

A casa, home-her-richness-sweet-home, parlavamo molto. Io parlavo molto. Lei ascoltava come fanno gli americani, senza essere minimamente interessata ma con grande compunto, spalancando gli occhi al momento giusto. E più lei fingeva e più io ci volevo credere. La smascherai solo quando volammo insieme a Taormina ed entrando dentro un hotel in cui non avrei lasciato morire un cane vecchio lei disse It’s wonderful, magnificent, senza cambiare posizione agli cornee come fanno gli squali con mezza foca in bocca.

Ebbi un’intuizione pazzesca ad un certo punto: era più intelligente di me. Parecchio. Le chiesi come aveva fatto ad arrivare fino lassù, in fin dei conti aveva solo sei anni più di me. Disse ho risposto ad un annuncio di lavoro. La guardavo con insistenza, dai, dimmi la verità. Disse di nuovo ho un unico talento, I smell shit. Mentre diceva quello, mentre mi svelava che aveva capito che io non ero una grande imprenditrice e che la casa di cui parlavo sempre non era la mia bensì quella dei miei genitori, che la mia società fatturava due caschi di banane all’anno, mentre mi sbatteva in faccia con tre parole la mia vita di fantasia scoverchiata a derisa dagli altri, tutti gli altri, mi guardava dritta negli occhi e alzava il sopracciglio. Quello sguardo. Ah, fu la mia risposta. Avrei anche chiesto scusa se solo mi avesse fatto un cenno – scusa di essere me, l’orrendo me. Ma mi chiese se volevo il gelato dietetico, invece, e io ne mangiai una baciasca.

Il nostro rapporto si deteriorava di minuto in minuto. Avrei voluto morire, per levare il disturbo, ma ero intrappolata lì dentro: confessò che era meglio che stessi lì, almeno finchè la sua amica non le avrebbe dato l’annuncio di una gravidanza o di una convivenza con il mio capo – ah, escono assieme? Ma da quando? L’annuncio fu duplice, piano eseguito direi senza errore. L’ultima sera prima di abbandonare Londra con tutti i miei vestiti, scarpe, per tornare a casa, uscimmo di nuovo. Andammo finalmente in un pubbaccio, dove mi confessò di essere infelice e di frequentare tutti i siti per accoppiamento d’Europa, che voleva sposarsi, che se continuava così sarebbe rimasta zitella e  non c’è niente di peggio che essere americana, bianca, e zitella coi soldi. Capii molto, da quella ocnversazione, soprattutto che le nostre miserie sono un balsamo che non va tenuto nascosto: vanno condivise, disegnate su cartelloni che qualcunaltro leggerà – salvandosi.

Mi disse anche che odiava il suo lavoro, che sarebbe diventata a breve una designer – e così ha fatto, con successo internazionale, piano perfetto, eseguito direi senza errore. Mi svelò che i migliori cantanti e musicisti e attori non facevano mai i cantanti, musicisti e attori. Che erano quelli che andavano convinti perchè ce l’avevano addosso ma non lo sapevano. Che lei odiava convincere le persone.

Fra qualche giorno faremo – io e altre persone, qualcuna cara e qualcuna non la conosco bene – una associazione che si chiama In The Name of Love, dove staneremo persone nate per stare su un palco e le faremo suonare, cantare, cose simili. Le accompagneremo all’inizio e poi proseguiranno da soli. Li aiuteremo a sviluppare il minimo tecnicismo per saltare su un palco e farci qualcosa. Poi, magari, un giorno incontreranno una bionda che li vorrà convincere a diventare stelle planetarie. Magari si saranno solo salvati la vita suonando quando il mondo andava a rotoli – e anche questo non è poco. Se suoni e mi vuoi aiutare, fammelo sapere. Se non suoni e sei uno di quelli che dovrebbero perchè stanno bene sotto una coppola o una luce rosa, fammelo sapere. Cheers.

Di juanita

50% business, 50% eggs benedict

34 risposte su “Ai musicisti che non suonano (ancora).”

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