Ora la mattina partiamo prima da casa, alle sette e dodici, massimo e quattordici – ma correndo per i primi cento metri, di modo da arrivare alla stazione in anticipo e prendere il treno prima. Quello delle sette e trentadue. Cosi arriviamo vicino alla scuola che ancora non ci sono famiglie in processione o bar intasati e abbiamo un’ora intera per fare una colazione generosa e fortunata con il tea, il toast, il formaggio, i fagioli, le uova, il macchiato, e comprare il pranzo al supermercato, leggere i giornali, camminare lungo il fiume, ridere come due bambine. Per me ‘pranzo’ è due scatoline di pollo lesso, per lei quello che le viene in mente. Qualche volta mi compro anche le capesante crude e me le mangio dal pacchetto, hanno una consistenza buffissima, oppure le uova mosce con sesamo e alghe del negozietto giapponese, o una tartara di ciccia dal macellaio che cortesemente me la condisce e me la mette nella carta alimentare, come ai gatti. Me la passa di lato del bancone, per non farsi vedere dal collega, come una palla di droga. Difatti, costa come una dose di speed in purezza, sono sicura.

Siamo alla soglia della scuola alle otto e quaranta, poggiamo il cestino del pranzo nel carrellino assegnato, ci diamo un bacio sul naso a vicenda e ognuna va al suo travaglio: la piccola in classe e io al bar, ad aspettare che esca alle tre e mezzo. Non torno a casa, sarebbe un’altra ora e mezzo di treno, piedi, autobus, per poi doverne fare altre tre nel pomeriggio. Non so guidare l’auto, qui. Allora mi piantono al baretto vicino, alla mia seggiola, nell’angolo protetto della stanza meno luminosa, sempre che lo studente cinese non me l’abbia fregata. In quel caso vado al gastro-pub vicino, o al ristorante thailandese che puzza di fritto alle sette del mattino (e io con esso), ma pur di fare qualche sterlina mi fanno stare anche li, da una parte, ad usare la loro connessione privata. Appena ho finito il caffè arriva la cameriera, un transessuale con gambe magre e un viso pazzesco, che mi rimpinza con un altro tazzone, e così via via fino a che non me ne vado. Bevo molti caffè, possibile che io muoia di infarto prima dei cinquanta.

Alle dieci ora Londinese iniziano le videoconferenze (o chiamate Skype, meno pomposamente), si apre il borsino privato in cui si contrattano decine, centinaia di migliaia di euro conto terzi e, quando va bene, se ne trattiene un po’. La maggior parte delle volte è buca, ma quello fa parte del divertimento, perché quando funziona c’è ancora più gusto. Per fare il mio lavoro bisogna potere guardare il denaro senza averne alcuna brama, se no non funziona; ti mangia vivo, altrimenti, o ti fa diventare uno di ‘quelli’ che viaggiano col borsello pieno di contanti da una banca in Svizzera a una a Dubai, quelli che hanno le tessere dei club esclusivi e si incrociano fra di loro, come i Carlini, che organizzano belle cene con l’aiuto della provvida coppia di filippini che gli vive i figli per interposta persona. Si muore tutti, ma qualcuno ha piacere a schiantare con un bel conto in banca, non ho mai capito perché, ma tant’è.

Durante queste chiamate col video spesso gli interlocutori mi chiedono dove sono e io gli rispondo sempre ‘al bar’. Inutile spiegare come mai li chiami da lì, inopportuno dire che “la mia piccina sta qui a cento metri da me, se succede qualcosa corro da lei e me la porto via”, che “so guidare ma sono una schiappa, meglio il treno” e che ho un ufficio di quelli con le targhe belle, ma al baretto c’è tanta gente allegra e io mi sento meno sola. Qui mi preparano il cappuccino e me lo portano al tavolino già girato con due palline di dolcificante, col tappo a beccuccio come per i bambini. Nei giorni particolarmente fortunati mettono su la mia playlist preferita con Bill Withers. Conosco un sacco di gente come me, che preferisce passare la giornata al bar in compagnia di gente allegra che all’ufficio a impolverirsi con le targhe.

Al baretto non hanno idea di chi io sia o cosa faccia di lavoro; mi prendono per una signora eccentrica che certi giorni vuole il cappuccino nella tazza di ceramica e altri in quella di carta col beccuccio, trovano questo fatto stravagante, e mi parlano come se fossi una povera imbecille, e mi ritrovo con questa percezione per la maggior parte delle volte, visto che non sono mai riuscita a finire sulla copertina di Rolling Stones come sognavo. Qui a Londra sono l’equivalente di quelle badanti che in Italia ti dicono che hanno due lauree, loro, a casa propria, e tu pensi “certo, deve essere per questo che pulisci il sedere a mia nonna”. Quando uno ha bisogno di lavorare fa tutto quello che va fatto, e questo io trovo sia una delle liberazioni e benedizioni del nostro tempo: potersi inventare cosa fare per vivere, mangiare, viaggiare, stare in salute. E cosi anche io, che sono qui perché tengo famiglia, a casa sono la figlia del dottore e dell’insegnante, ma anche la sorella dell’assessore. Per evitare che qualcuno mi guardi e mi dica “certo, deve essere per questo che lavori al baretto” mi presento come una che fa le fatture conto terzi, dal bar. ‘Eccola’ mi dicono, quando entro, e fanno una bella risata. E io con loro.

Succede che, certe volte, mentre sto parlando con qualcuno in cuffia, mi portino il cappuccino e mi interrompano – per dirmi che, ecco, è pronto. Se non rispondo ad alta voce, accogliendo la segnalazione in maniera evidente perché magari sono fitta dentro ad un dialogo impegnativo, la signora mi fa versi con le mani e ruota gli occhi verso l’alto, come a dire ‘hey, levati la musica dalle orecchie che noi invece stiamo lavorando, qui’. Allora mi scuso con il mio interlocutore, levo le cuffie, mi scuso con la signora che scuote la testa, prendo il mio cappuccino, ringrazio, rimetto le cuffie, mi scuso di nuovo e torno su Skype, riattaccando da dove avevamo interrotto. Certe volte mi chiedo sommessamente se sarebbe il caso di dire qualcosa, di fare capire che sto parlando con una persona che, probabilmente, il baretto se lo può comprare in contanti al mattino, e anche il pomeriggio e il giorno dopo, senza starci tanto a pensare ma poi mi chiedo sempre quanta vanità sia dato di avere ed esibire, e soprattutto a quale scopo.

Alle dodici e mezzo muoio di fame. Scianguino. A dire il vero, mangerei dalla mattina alla sera, soffro di una fame atavica, inesauribile, che controllo con grande volontà, e io per questo nutro una grande ammirazione nei mie confronti. Per non offendere la signora, quella che alza gli occhi o mi sgrida se dimentico le tesserine punti, e le sue cose buonissime che non posso mangiare, trafugo  con le mani e rapinosamente il pollo lesso incartato dentro lo zaino, sperando che nessuno mi veda, ma chiaramente qualche volta mi sa che ci faccio una figura cacina.

Alle tre e qualcosa pago: se ho con me la tesserina fedeltà ogni dodici cappuccini me ne danno uno gratis. Mi ci vogliono dieci minuti per arrivare alla scuola della piccina, poi ci aspetta un altro chilometro a piedi, un treno, un bus e un bel pezzo a piedi per arrivare a casa, alle cinque. Poi faccio merenda.