(Alcuni) americani mi terrorizzano.

Le popolazioni ad alto tasso di specializzazione mi terrorizzano: l’idea di qualcuno che sta cento ore a settimana, per cinquanta anni a fila,  a fare la stessa cosa minuta, parte di un processo che non conosce, senza che lo stato lo mandi in un centro di igiene mentale mi fa preoccupare più dell’esaurirsi del petrolio o delle violenze contro i gorilla. (Poveri gorilla, ma che c’avranno per ammazzarli?!). Gli americani, con le loro convention iper-organizzate contro il Darwinismo o per i bambini che vogliano diventare bravi cristiani e liberarsi di satana (ma non esiste un editto internazionale contro gli abusi sui cervelli teneri, porca di quella zozza?) mi impauriscono nel profondo, come ogni volta che vedo qualcosa di grosso che se la piglia con qualcosa di piccolo, e tutti quelli intorno zitti. La mia domanda è: ma non siamo anche noi qui nella vecchia, cianotica, ma pur sempre democratica Europa, in allarme per quello che succede di là, da quell’altra parte? E’ possibile che sia tollerato fare scuola ai propri figli a casa? E questi quando sono grandi cosa diventano, viaggiatori provetti e lettori di riviste internazionali, o piccoli ripetitori della s-cultura trasferita dalla mamma casalinga? Ed è mai possibile portare dei ragazzini a dei convegni di religione dove si pratica un esorcismo di massa senza che ne sia tolto l’affidamento? Leggevo l’altra sera nel letto i risultati statistici nelle relazioni fra tumori, tutti, e alimentazione. E pensavo con pena a quel Paese, che ammiro per molte altre cose, dove il cibo deve essere saporitissimo e veloce, prima di tutto. Ecco, forse, la speranza di rivedere un mondo migliore sta nel ridare sacralità alla tavola, ai tempi lunghi e alle cose magari meno saporite, ma vere. Con due passaporti americani in famiglia, Berlusconi è diventato un innocuo passatempo discorsivo ormai.