Alla scoperta della bellezza femminile, questa sconosciuta.

Federica de Paola & Cecilia McKee
Federica de Paola & Cecilia McKee

Quando molti anni fa il mio fidanzatino mi porto’ un ritratto a dimensione (quasi) naturale di me stessa nuda, col vitino di vespa, il caschetto alla Valentina e le unghie delle dita lunghe centimetri, capii immediatamente che c’era qualcosa che non andava. Primo perche’ per posare nuda mi dovrebbero dare cento gocce di Lexotan, data la self-confidence; secondo perche’ non saprei esattamente dove collocare il mio punto vita, lo chiamerei piu’ rotatoria di connessione; per quanto riguarda il caschetto con frangetta, l’ho tentato una volta e il mio chitarrista, ricordo, mi ghiaccio’ con un sembri George Harrison. Quando dopo anni ho raccontato questo episodio alla mia amica Suni, giapponese, lei molto candidamente mi chiese se lui viveva o frequentava qualcuna con quei tratti, e io ma, c’e’ una ragazza che fa la massaggiatrice che vive in casa con lui e uno dei suoi amici. Lo sguardo di pieta’ di Suni, non l’ho dimenticato. Ma l’argomento non e’ tanto questo, o come mi sono data da fare per rendere la pariglia ai miei fidanzatini nella vita, quanto l’estetica femminile.

Se e’ vero che donne che dedicano la loro vita al (mai troppo elogiato) mammifero maschio hanno statisticamente piu’ probabilita’ di essere snelle e belle, e’ altrettanto vero che le donne con molto testosterone hanno statisticamente piu’ probabilita’ di fare successo nel business, insomma di essere brave professioniste, e – orrore – di avere un punto vita (molto) piu’ largo. E’ anche vero che donne con cosce di diametro inferiore ai quaranta centimetri hanno un’accentuata probabilita’ di morire di infarto, mentre quelle con la cosciotta superiore ai cinquanta vivono di piu’ e meglio. Ancora: quelle con il ginocchio fine ed atletico finiscono immancabilmente con l’artrosi o qualche magagna ortopedica, mentre quelle di caviglia grassa se ne vanno a giro zampettando fino a tarda eta’. Allora, come ci collochiamo, in mezzo a queste statistiche e ai giornali, persino I femminili, che leggiamo giornalmente?

Cosa ci sta chiedendo la natura, e cosa ci sta chiedendo la societa’, chi pubblica donne vestite o nude sui giornali? Due figure completamente diverse e inconciliabili. La prima, ci chiede di essere solide per I nostri cari, un pochino sovrappeso nel caso si dovesse allattare, fronteggiare una guerra o una tigre – I retaggi sono retaggi – non troppo alte e di farci da parte una volta che abbiamo espletato il nostro dovere: figliare. Per incrementare le possibilita’ di farci riprodurre, la maledetta, ha anche creato un sistema che permette agli uomini di potere produrre figli fino alla tarda eta’, andando a pescare in branchi piu’ giovani, squalificandoci cosi’ dai giochi non appena un pochino piu’ tardi della menopausa. La societa’, invece, ci chiede di emanciparci completamente dalla natura, di essere sottili ma prosperose – in genere impossibile, a meno che non ci sia un impianto -, di rimanere giovani e fertili ma di non cedere alla “lussuria” del fare I figli, se non dimostrando che nulla cambia, perdendo drammatiche dosi di chili e capelli immediatamente dopo il parto, forzandosi a ginnastiche tremende e tornando a lavoro (lasciando il proprio cucciolo) dopo un quarto d’ora dalla nascita.

Perche’ la societa’ mi chieda di diventare una silfide che nasconde la sua famiglia, io non lo so. Quello che so e’ che se mi piego a questo orrore, c’e’ solo una persona cui posso imputare una colpa, e quella sono io. So anche che non posso essere arrabbiata con le donne che provano in una maniera o in un’altra a diventare dei simboli per le altre, magari sacrificando grandi fette della loro torta esistenziale in nome di chissa’ cosa, chissa’ perche’. Non ci si puo’ arrabbiare con Carla Bruni che fa sostituire Rachida Dati, non ci si puo’ nemmeno inquietare con Pamela Anderson che ha modellato un corpo ad uso esclusivamente maschile, e probabilmente nemmeno con Noemi Letizia, che vuole fare l’attrice e nel frattempo fa quello che fa (ma che fa?), perche’ bisognerebbe sapere leggere le intenzioni dietro I dati, le parole, e questa non e’ cosa facile. Non ci si puo’ arrabbiare ma bisogna imparare a vedere, ad ascoltare: se Rachida e’ un nemico visibile da eliminare, l’amica che in bikini fa una grande figura senza stare a dieta e’ un nemico assai piu’ pericoloso nella nostra testa e lo eliminiamo, in genere, senza tanti frou-frou. L’attitudine a squarciarsi e gonfiarsi il corpo in segmenti per piacere al maschio (o alla femmina, non e’ detto) della Anderson e’ forse terribile, ma che dire di chi si fa di lassativi per potere mangiare molto e infilarsi, forse, la gonna di quando aveva ventanni? Noemi Letizia e’ una bambina con dei genitori molto cattivi, che le hanno insegnato che stare al centro dell’attenzione vale ogni genere di spettacolino, e invece di pigliarsela con lei dovremmo imparare a parlare con le nostre figlie femmine, dire loro che non necessariamente sei brava se qualcuno ti dice che lo sei, non e’ vero?

C’e’ un bene e c’e’ un male, e c’e’ un bello e c’e’ un brutto, ma la maniera in cui collochiamo le cose dentro ai due contenitori e’ frutto di talmente tante pressioni ed eredita’ familiari, sociali, geografiche, culturali, che saremmo veramente degli stupidi se pensassimo di trovare un metodo unico per l’archiviazione dei dati. Ci vuole coraggio, oggi, ad essere una donna, ad amare il proprio corpo senza immolarlo o idolatrarlo, a concedersi dei figli nella corsa dei ratti che e’ la vita lavorativa, a chiudere un occhio o a spalancarli tutti e due; ci vuole fegato a non ritoccarsi, a vedere la vecchiaia che avanza, rispetto ai giornali, gia’ a trentanni. Ci vuole stoffa e intelligenza per arrivare a quel momento quando il gioco finisce, quando nessuno si volta piu’ per strada, quando si diventa trasparenti. Li’, a quel crocevia, troveremo le amiche care, quelle che ci siamo coltivate, quelle che abbiamo ammirato e anche quelle che ci hanno fatto la corte, a tirarci su e a ricordarci che siamo delle ragazze, mai cresciute dentro, con un bel po’ di segnacci sulla faccia. E allora?

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