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Juanita de Paola

Aspettando aspettando.

Certo, per essere felice, bisogna farsi un culo così.

Passiamo molto tempo ad aspettare in questa vita, noi donne. L’aspettativa piu’ comune è quella che la persona che ci sta accanto ci risolva l’esistenza, che ci stupisca ogni giorno con bagni d’amore e avventure nuove; che sia sempre lì per noi e attento ai nostri umori; che sappia dormire accucciato con noi la notte ma che sappia anche essere brutale, al momento opportuno. Ora, chiunque di noi abbia visto il proprio compagno alle prese con l’organizzazione della propria valigia per le vacanze sa, dentro di sè (ma anche fuori), che quello al limite può risolvere gli incroci senza caselle nere della settimana enigmistica in una sessione al bagno di due ore e mezzo, ma aldilà di ciò gli unici panorama che ci può mostrare sono quelli della catena di supermercati toscani, mentre bestemmiando cerca di parcheggiare nello spazio degli handicappati.

Così, passata l’ubriacatura della vita assieme come nei film, le donne ricominciano ad aspettare – non me ne intendo, ma credo debba esistere una sindrome di Penelope da qualche parte -, stavolta il cavaliere bianco che le salverà dallo stalliere che è toccato loro in sorte, portandole via lontano, in un mondo fatto di maggiordomi e magrezza in-built. Sarà una nuova vita, fatta di flute di champagne e challes di cachemire, chi lo sa perchè il francese serve specialmente a descrivere queste atmosfere da Liala, l’ho sempre detto io che è pomposo a dismisura. Il cavaliere non arriva, nel frattempo lo stalliere si sta ingobbendo (come noi) e sta maturando una serie di patologie insopportabili: vuole il caffè tiepido, il letto con sedici lenzuola, le camicie stirate solo al contrario, le scarpe in bagno invece che nelle scarpiere, le giacche lavate a secco anche quando sono di cotone e la zuppa di cipolla tutti i Lunedì.

Non essendo arrivato il cavaliere e deteriorandosi lo stalliere, le donne si impratichiscono e capiscono che era lo stallone, quello su cui puntare, ma ormai è troppo tardi: la secchezza vaginale, la stanchezza cronica, i figli che sembrano non diventare mai veramente grandi, la ciccia che cresce solo dove pare a lei, ci fanno sentire delle cose da buttare via, roba da macero, che nemmeno un pigmeo matto toccherebbe. E’ questo circa il momento quando il primo nipotino ha la ragazzina, e la ragazzina sembra non avere capito che fuori casa ci si deve vestire.

Ma ora, in un attimo di carboneria rivoluzionaria, tutte le donne si svegliano, pigliano quell’ectoplasma che siede loro accanto la domenica sullo strafottutissimo divano, e gli dicono: io voglio essere felice. Io ho il diritto di essere felice. E questo comporta che adesso me ne vado in Nuova Guinea per 15 giorni a fare un corso di fotografia estrema, stai dietro tu a tutto, cerca di non fare esplodere la casa e guarda i bambini, che si lavino almeno una volta a settimana. Non comprare verdure, non le sai fare. Pensami, pensami forte perchè nessuno ha detto che Indiana Jones non esiste davvero, e se esiste, e se lo trovo, lo rinchiudo in tenda e gli zompo addosso per due mesi, così mi rifaccio di tutte le tue russate. Amore, quando leggerai questo biglietto sarò già ad Amsterdam a comprarmi le droghe necessarie per il viaggio, cerca di non svenire o di non fare drammi come al solito. Dì ai bambini che li amo molto. Dì che mamma è felice. Ti abbraccio. Mi manchi già.

Certo, per essere felice, bisogna farsi un culo così.

Di juanita

50% business, 50% eggs benedict