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Vacare, mai

La tempesta è passata, l’abbiamo trascorsa giù a Pescia nella casa enfilade, tagliata per ricavare due appartamenti, con la cucina color blu petrolio. Molti quadretti di poco valore portati da me e qualcuno da catalogo, comprato da mamma o con lei come soggetto, in una Punta Ala di cento anni fa, quando i bianconi milanesi erano ancora una minoranza ed i marinai bruni badavano gli yacht in diga foranea – con le amiche che ci stavano sopra. Una volta è arrivato Kevin Costner, dopo Balla Coi Lupi, un delirio. Un’altra volta c’era Pippo Baudo, mi aveva preso per mano mentre la signora Katia cantava ‘vieni c’è una strada nel bosco’, prima di evaporare nella loro villa. Sono stata famosa per due minuti.

I giorni al mare iniziavano presto con mamma e, se papà ci aveva raggiunto, finivano molto dopo il tramonto. La calda eternità della giornata in spiaggia partiva con le creme sulle spalle e continuava con frutti, schiacciatine bisunte, biscotti danesi e molti bagni. La mia ora preferita era quando si giocava a ‘storie’, un canovaccio in cui io ero sempre una sirena. Quando sono arrivate le milanesi, con le Converse e gli shorts nelle mele, abbiamo smesso di giocare a storie. Meno male che suonavo il pianoforte, e siccome mi riuscivano i Guns n’ Roses, mi ero comunque collocata nella scena, anche se quando loro andavano agli scogli a strusciarsi, o in discoteca, mi lasciavano con quelli più piccoli a giocare a nascondino.

Pensavo ai miei giorni marini oggi, alla loro estensione incommensurabile, nella consapevolezza di non essere più capace di passare una giornata senza lavorare. Pensavo ai flussi intricati che controllo dal tavolo, alle migliaia di storie acquisite e persone che ho incontrato in trent’anni, concedendo così poco alla mia esperienza personale: tic, toc, sono venti minuti che non controllo il server, le mail, il telefono.

Sono diventata un termometro emotivo, una radio calvinista capace di captare i pericoli e leggere le micro-espressioni, un radar che non trova una zona senza segnale. Per questo, l’unica vacanza possibile per me è quella dove mi portano, sbaglio le strade, seguo quelli che camminano. Così torno al tavolo, con il computer, e controllo le mail, il server, i dispacci, i messaggi, i report, e con l’impegno indefesso do pace ai pensieri. Cerco una perfezione simile alla mia, volenterosa ed asettica, e non trovo una mano da stringere quando alzo la testa.