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Rock on baby: Belfast

Ho dimenticato di mettere su il montone nel percorso dalla cabina all’ingresso dell’aeroporto. Non è proprio freddo, ma ero abbastanza accaldata e stanca da pregiudicare gravemente la mia gola da sempre fragilissima. Mi punge tutto, mi sembra di avere una manata di chiodi nel collo e cerco di sputare invece che deglutire per non dovere sopportare quel dolore così noioso. Questo succede a noi cattolici quando andiamo in vacanza: Dio ci punisce. Questo succede a noi fumatori occasionali: Dio si prende i nostri polmoni e le nostre trachee. 

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Che bel fine settimana, col Singapore nelle mana (J3M)

Jack 3 Mani

Questa estate è bella torrida come piace a me, giornate annichilite da un caldo inesorabile che tocca il suo apice verso le due di pomeriggio soffocando respiri e rumori.

Apro le porte di questo locale per darvi riparo dalla canicola e per offrirvi verso sera la compagnia di una signora molto esperta, un ladies drink quasi centenario, che Vi condurrà con eleganza nelle vie oscure del vizio e del piacere. Vi conosco ormai volubili bevitori, in queste giornate tropicali, appena il sole comincia il suo tramonto, si risvegliano in Voi le peggiori intenzioni e i più torbidi desideri.

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Rimembranze di sederi.

Juanita de Paola

Sono stata in Jamaica, venti anni fa. Ho fatto il tour della cascate e ho dormito in un bungalow con servitù che ci mangiava le aragoste – questo diceva (loro) la zia, io non saprei. Ho anche giocato a tennis col maestro Richard, che mi è rimasto vivido nella memoria: per la prima volta ho avvertito un interesse nei miei confronti che andava aldilà del fatto che fossi una ragazzina con la tutina e le treccine strette e lunghe appena fatte. Erano i miei soldi piuttosto, quelli che si deduceva io dovessi avere per essere lì, servita e riverita, che gli facevano gola. Feci due lezioni e poi basta, era una sensazione orribile – anche se Richard era ovviamente bellissimo. Andavo a giocare con le spalline, comunque, perchè erano i primi novanta.

La villa era sulla spiaggia e aveva uno scivolo di cemento che andava dal secondo piano fino al mare, passando per due piscine a due livelli inferiori. Dopo una colazione di frutta senza precedenti – viva le banane piccine e cremose, il succo di frutta e il melone – si cominciava a sbarcare il lunario vacanziero: gita? Escursione a vedere i negri in spiaggia? Nuotare con gli squali? Guardare i fondali? Torneo di golf? Non c’è fine al divertimento per noi musungu nei resort. Non mangiavo, dovendo indossare un costume, quindi ero apatica per la maggior parte del dì, con buona pace degli zii che mi raccontavano dei figli degli amici – quella è carina, quella è magra, sono tutte educate. Tutte tranne me. Io ero innamorata di quello che sarebbe divenuto il mio primo fidanzato, tenevo la sua letterina e la cassetta che mi aveva regalato, e gli scrivevo. Ci siamo scritti parecchio. Il resto mi interessava poco.

La signora che cucinava aveva una stazza tipo madia, mentre quella che faceva le pulizie era secca come un uscio. Mi invitavano a non pigliarci troppa confidenza, e io eseguivo. Ogni tanto le andavo a guardare, profumavano di buono, specialmente la signora grassa che sapeva di bucato inamidato. Beverly si chiamava, credo. Mi aveva liberato la stanza da un cervo volante, una bestia che somiglia a un pattino con le corna e vola sbattendo forte da tutte le parti, tonk, tonk, e prima o poi ti viene addosso. Aveva chiamato una sua amica per farmi le treccine e mi aveva fatto un male boia, ma ero stata zitta. Avevo un costume verde fosforescente con cerchi concentrici sulle tette, allora belle larghe e dritte come bandiere.

Ci avevano portato a provare l’ebrezza della vita vera, a Negrille. Mi avevano offerto cocaina, hashish e prestazioni fisiche mentre ero in spiaggia. Avevo declinato dolcemente – non me la sono mai presa per “queste” cose. Avevo ringraziato il pusher e constatato che aveva delle immense mutande bianche a vista, farcite come mai avevo osservato in vita mia – non avevo mai osservato in vita mia la farcitura, in genere. Se l’era presa lo zio, si era arrabbiato. Ci avevano portato a ballare, era tutto un appoggiarsi grandi bacini addosso, divertente, not my cup of tea – il reggae, alla sesta canzone, mi fa l’effetto di un conguaglio. Mi ero addormentata sul divanetto, mi avevano portato via gli zii perchè ero attorniata di materiale umano poco lucido. L’autista ci aveva sgridato per essere rimasti lì fino a quell’ora. Charlie. Ma figurati se si chiamavano Charlie e Richard.

Il giorno dopo, anche un pò storditi da tanta umanità, avevamo deciso di rimanere “a casa”. Avevo finalmente trovato il coraggio di imboccare lo scivolo per arrivare all’acqua di mare. Un bel viaggetto ma, hey, se non lo fai a Montego Bay. Mi ero messa in piedi, contando su una fisicità che non ho mai posseduto, per scivolare come su un surf. Avevo fatto i primi sei metri in tranquillità, poi mi era partita una gamba ed ero cascata di sedere, lussandomi il coccige per la prima volta. Un dolore tremendo. Ecco, ricordavo questo stamattina – è già successo Juanita, forza, ce la farai anche stavolta –  mentre pregavo il Signore di trovare una supposta di glicerina in casa, per alleviare l’atto spontaneo che in questo momento mi fa venire voglia di staccarmi la spina per il dolore.

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Caffè caldo, ansia à la coque.

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Alzati di corsa, preferisci dormire trenta minuti in più e allora alzare le chiappe sergente Juanita: corri a servire a Mezza Pinta una bella merendina pronta impacchettata, con succo di frutta e trionfo di cartoni animati su rai due. Perchè ci puoi anche avere sedicimila canali di satellite, ma la mattina deve essere condivisa con più bambini possibile, con il popolo, (noi siamo il popolo amore): e rai sia. Metto la caffettiera da dieci, su, per me, tanto ci ritorno tutto il giorno – con l’acqua calda, come le zie viziose che non possono appiccicarsi all’idraulico, e allora giù di purghe e di caffè. Mentre il caffè viene su corro al bagno, ho cinque minuti cinque per fare tutto – lavarmi il ciuffo davanti, oppure depilare le gambe, sicuramente strinarmi i denti con quella pastina tedesca al sale.

Espletato il dovere estetico torno a vedere che Mezza Pinta non sia affogata in seguito a briciola perchè io temo le disgrazie casalinghe più di ogni altra cosa. No, è salva per ora. Corro al bagno, il caffè è uscito dalla macchina e ha distrutto la stufa da un milione di dollari, assolutamente sprecata nelle mie mani. Ieri sera ho bollito i fagiolini. Alzo lo schermo del mac, un amore nato ai tempi in cui l’iPhone stramaledetto non esisteva: facebook, poi wordpress, poi il times, poi l’ansa, e il Times, certo, mi piacciono le figure e la grafica. Messaggino all’Inglese, sempre il solito da anni, “buongiorno, dovunque tu sia, ricordati di riportare a casa tutti i vestiti”. Mi risponde sempre buongiorno scemina. Sì, ridi ridi. Ci sono già passata, sai? Sono la donna più cornuta d’Italia, io. Che fatica fidarsi di nuovo, ma che ci posso fare, il controllo non mi appartiene. Insomma, cerca di farmi meno male possibile.

L’Inglese mi ha fatto arrabbiare come una scimmia ieri sera, questa storia della scuola per pargoli esclusivi mi sta facendo cascare i capelli, sognare draghi, venire le rughe. Non voglio che cresca insieme a quei depravati che fanno il Natale alle Maldive coi genitori, con le ghirlande di fiori. Quelli che vanno a cavallo, le bambine di quattordici anni già predisposte per certe cose perchè hanno il fisico e la camicetta bianca. E poi tutti quei soldi, che potrebbero andare in vino. Devo andare in inter-rail con B, gliel’ho promesso, a trovare tutti gli amici: come faccio se dobbiamo spendere quelle cifre.

Oggi è un giorno importante, perchè sono viva e non mi fa male il collo, devo levarmi i pensieri nefasti dalla testa – la scuola per bambini chic, l’Inghilterra, le pulizie da fare dopo che torno da lavoro, le assicurazioni, il business rallentato rispetto all’anno scorso. Devo mettere una canzone di speranza e correre, perchè sono in ritardo – daltronde la mattina trenta minuti in più nel letto, con il caldo che è una carezza, con il freddo “là fuori”. Devo indossare il vestito della gioia, e ascoltare Into the wild, per ricordarmi che c’è sempre una via di fuga che mi somiglia.

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Rigenerarsi col fiato.

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Riccardino caro, ma perchè non vai a giocare a burraco?

Juany

Riesco a vedere davvero posti nuovi solo se in compagnia di ignari: per farmi odiare un paese, una chiesa, un panorama, basta che ci sia un coinnosseur che mi spinge verso la vista più ganza, un erudito che abbia già prenotato nel ristorante più carino, più votato su Trip Advisor – ovvero del popolo minuto che alza la testa. Ora dopo ora il mio rancore cresce, diventa insofferenza. Rivendico il diritto di finire nel ristorante turistico che chiama chicche di patate gli gnoccacci del supermercato, col tavolo che dura quaranta minuti poi via, arrivano quelli dopo – per poi, anche loro, non tornarci mai più. Anzi, ritengo che il mio consiglio futuro – non andare da Mandarino se non vuoi trovarti in mezzo a un’orda impazzita di finniche obese con i vestitini a fiori e i calli alla zuava – valga molto di più di “prenotalì e ordina il delizioso trionfo di pesce sega”.

Un posto diventa mio solo quando ho sbagliato tutto, quando mi sono appostata a ore nel bar peggiore e bevuto il vino più cattivo consigliato dall’oste malefico e  tornando a casa ho accusato  malditesta. “Mio” quando ho finalmente trovato il menù coi pomodori che hanno quella forma sgraziata, saporita, senza acquiccia e un avventore che ama quello che fa, un matto che mi dia confidenza e una vecchia che mi racconti qualche storia. Diventa mio quando so dove lasciare la macchina, probabilmente a due miglia nautiche di distanza dal centro ma non importa: deve essere un posteggio largo come un campo da tennis, in cui si entra senza dovere fare retromarcia, che non mi riesce. Insomma “mio” quando ci troviamo nella nostra fase migliore: io avida e lui generoso.

Poi, un giorno, arrivo per caso nel migliore ristorante, il più raccomandato: me lo godo e mi rallegro di non averlo fatto prima – non sarei stata pronta. Cos’è questa furia di possedere le cose, i posti? Siamo matti, il godimento richiede una preparazione continua, altrimenti dura come uno starnuto. Un’altra volta cammino per cercare le sigarette o il Corriere, e mi scontro con un tramonto che mi ricorda che anche io sono amata, anche io posso portare le magliette con la spalla di fuori, che una vita dove tutto quello che voglio è un bacio ancora è possibile. Oppure ancora, di notte, cammino con le scarpe taccute in mano e i piedi stragiati dai sassetti, e mi metto a spiare qualcuno che sta sdraiato su un letto vecchio, con la luce gialla, con le travi, lì nel suo mondo che vorrei oloccare tutta la notte: penso spesso, mi manca la mia vita vissuta per intero “qui”.

Più di tutto mi piacciono le pietre che la sera hanno ancora il calore del giorno e se ti ci siedi sopra ti viene il sedere tiepido, il mare senza bagnanti, i ristoranti fra un servizio e un altro e tutti con le camicie slacciate, la sigaretta in bocca, i mormorii contro il padrone; la signora che torna a casa con le sporte della spesa per la tremilaottocentoquarantesima volta, che è papabile se è andata due volte alla settimana all’alimentari per gli ultimi quarantanni. Più di tutto mi piace la vita che c’è in un luogo, se solo me ne tocca un pezzettino, e deve essere la mia briciolina, non quella di qualche saputello col marsupio che ha letto il manuale di nonna papera su Lucca e dintorni: Riccardo caro, mi dispiace, a me quelli come te mi stanno qui.

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90 (la Paura)

juany

La mia strategia contro la prova bikini è quella di avere creato una società che lavora al suo massimo dal primo di giugno al primo di ottobre. Ho ogni fortuna, perchè posso andare al mare di mercoledì mattina, alle sei e quaranta, noleggiare un barchino e andarmene al largo senza dovere tollerare figli e mariti che non siano cosa mia. E già è difficile coi tuoi. Oppure posso arrivare al primo di settembre bianca come un parmigiano reggiano, con l’aria trionfante di chi ha provato a risollevare le sorti dell’economia internazionale tutto da sola, con due braccia. In ogni caso posso saltare il vacare e lamentarmi acquisendo rispetto dalle folle – le dodici persone che frequento.

Devo stare attentissima a diradare gli incontri amichevoli nello stesso periodo, perchè sono tesa come come una rete da tennis a Wimbledon. “Ah, ma te sei questa qui?” si domandano con gli occhi tutto attorno quando vegeto, a sera, sulla seggiolina del parcheggio, l’unica dove non passo altro che io e i due matti ormai amici. Non respiro, sussisto. Rispondo a monosillabi, sono davvero preoccupata che i clienti siano felici, che Rupèrtolo, il dio che governa i canali stranieri, non abbandoni l’antenna della villa storica sopra Firenze – tanto bella, ma vecchia, disfunzionale. Prego che Tùbolo, la divinità che controlla le rotture dei tubi di domenica, mi sia amico. Che Coop non trasmetta l’escherichia coli ai miei clienti: non ho ancora imparato del tutto a separare pubblico, privato, lavorativo, personale, emotivo, razionale. Sta tutto lì, mescolato in un speriamo che mi vada tutto bene.

Passa un cane senza coda, è di sicuro un segnale nefasto. Lo segue F, che tutte le volte che lo vedo me ne capita una: scusa Madonnina, sono tanto superstiziosa, non lo faccio apposta. Lo ho visto ieri e mi si è presentato uno strozzino in ufficio sotto mentite spoglie, forse a sentire che aria tirava; vendo soldi, mi dice. Annuisco, non riesco a dire niente di quello che mi passa in testa – andate via, mostri. Accompagnato da un cieco e da un povero vecchio che invece di pensare ai soldi dovrebbe mettere in olio l’anima, risucchiata. F lo ho visto stamani, di nuovo, e un gruppo di anonimi orgiastici mi ha minacciato e ricattato telefonicamente per entrare in una villa senza darmi alcun nome – paghiamo in contanti: via, brutti lerci. Non nelle mie ville. (Madonnina, te l’avevo detto che quello porta più rogna di una maga che leva il malocchio).

Passa B a trovarmi, profuma come un mazzolino di fiori anche se si lamenta del caldo. Sembra un pasticcino, lei, sveglia come un furetto, con una ciliegina sulla testa. Mi portava a giocare a tennis tanto tempo fa.  Mi piacciono le persone che non cambiano gli occhi nel tempo, e i suoi sono ancora puliti, allegri, curiosi. Tutto il contrario delle fessure, morte, di quelli che sono venuti a turbare il mio piccolo mondo lavorativo: spenti, venduti. Il vostro feticcio è fetido, signori. Scherzavo, non lavoro qui, non vorrei essere qui, io suono la chitarra e sono felice così, portate via codeste carcasse che chiamate corpi, e non vi dimenticate le spugne putrescenti, le vostre anime: vi siete venduti ai soldi, e ora raccogliete quello che avete seminato. Il vuoto. Ma vi supplico, non venite a calpestare il mio orto: c’è qualche spinacio, due o tre pomodori, è tutto da fare è vero, ma ci sfama tutti ed è rigoglioso. Felice.

Mamma mi ha regalato Django Reinhardt, so che al quarto ascolto consecutivo starò meglio. Mi faccio tanti caffè. Oggi niente corsa, oggi niente capelli da asciugare, nessuna depilazione o fondo tinta: io, davanti allo specchio con la mia lieve cuperose, a darmi dell’imbecille: quante volte mi devo dire che il mio stomaco sa prima del mio cervello cosa devo fare? Avrei dovuto dire no, non venite. Avrei dovuto dire una bugia, forse, per mascherare la paura. Avrei dovuto fare la pazza, spaventarli, farli correre via. Meno male che c’è il gelato e che si può ancora andare a letto alle dieci senza che il governo ci metta una tassa. Meno male che c’è la lingua: devo raccontare questa storia a tutti, mi devo fare confortare, non ci sono segreti e non c’è vergogna quando non si fa nulla di male. L’Inglese dice che nulla succederà – e che devo smettere di dire sempre di sì. Io gli do retta stavolta.

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Tratti rotondi uguale gente povera.

juanita

Mi dice se voglio ordinare giapponese o cinese, mi chiede se vogliamo il vino o la Diet Coke – non c’è ancora la Zero, parlo di dieci anni fa, tondi. Scelgo dal menù, convenientemente con i prezzi accanto: esorbitanti. Lei sceglie zuppette e alghe, io ripiego per quello che costa meno, sperando di fare una media ponderata aldisotto delle trenta sterline a testa: non ho i soldi, hai capito o no che io non ho i soldi? Non dico una parola, tiro fuori la carta di credito con le scritte rotonde, così come si confà ai poveri – il Palatino è per i ricchi, l’Arial per quegli altri.  Lei tira fuori una carta customizzata, d’altronde è il boss dei boss, e ordina. Dividiamo? Mi chiede. Of course, rispondo, sapendo che dovrei essere in un mac donald, con un cappellino in testa e un grembiale.

Mi ha dato la stanza degli ospiti finchè voglio, pensavo fosse un gesto d’amicizia in realtà il tutto era manovrato dall’altra, quella che poi avrebbe figliato col mio amico; mi voleva (giustamente) fuori di casa, e la bionda si era prestata alla disinfestazione. Mi porta spesso a prendere il tea, o un aperitivo con la gomma in bocca, per mantenere l’alito buono – così fanno gli americani che ce l’hanno fatta, si fanno i denti fosforescenti e masticano cose per l’alito, sempre. C’è insofferenza nei suoi gesti, mi parla delle sue cose di casa con distacco, sperando che io non risponda – e io non cito aneddoti. Usufruisco del suo autista, ma spesso mi lascia a casa. Andiamo assieme a vedere i musical, ma quando si tratta di andare all’Hakkasan io rimango a cuccia nella villetta di Notting Hill coi tetti altissimi e i mobili belli, fatti su misura.

Al mio arrivo c’è anche un accappatoio e un set con spazzolino nuovo e pettine incellofanato per me. Nel frigo un piccolo scomparto mi è dedicato, lo sa bene la peruviana che ci fa le pulizie tutti i giorni, molte ore, pagata dalla Universal. Anche quella che ci fa le unghie delle mani e dei piedi è pagata dalla Universal. Anche le cene cui non vengo invitata lo sono, e gli aperitivi nelle salette private di Londra. Non mi lasciano a casa all’inizio, anzi, da principio mi chiamano con entusiasmo, ma io mi incupisco: amo molto le cose difficili da conquistare, quasi solo mie, ma le briciole dal tavolo del re non mi hanno mai interessato. Sono pesante. Dico le mie solite battute che offendono tutti e tutti, semplicemente, mi lasciano a casa.

Parte la campagna per V, io sono l’addetta al web & idee balsane. Chiamo M tutti i pomeriggi, lui sì che sa queste cose, io no davvero. Finiamo sulla chat regolarmente a parlare di argomenti poco buoni, è un pò lo stipendio che devo versare per avere disponibili, veloci, i trucchi del mestiere: no, io non so usare flash. “M e io” siamo nulla, ma in quel vuoto asettico londinese siamo tutto: ho bisogno di contatto, di sentirmi importante per qualcuno. Chiunque. Alla cena di inaugurazione per il film di G passo la sera a mandare messaggini a M, dopo venti minuti mi si è scaricato il credito. Lo ricarico con la carta bianca dalle scritte rotonde. Un’altra ora di messaggi e ho finito. Non posso ricaricare, mi dice la signorina metallica, ho finito il credito. Spallata provo a socializzare, la tedesca che mi fa i vestiti a fette con le forbici a casa, là fuori pare carina, mi presenta a dei tipi che poi ridono: chissà che ha detto prima di portarmi lì quella strega.

Al ritorno qualcuno entra nella Porche, qualcuno nella Volvo, qualcuno nella Duetto. Io mi dileguo, vorrei sparire, e mi prendo un biglietto della metropolitana che la notte sa di olio stanco. Arrivo alla stazione vicino casa del boss, intorno ceffi neri che magari sono brave persone, ma io ho paura. Sono molti, sono confusa: autobus, forse, o minicab. Ma la mia amica polacca ci è quasi rimasta incinta una sera, la voleva violentare uno di questi drivers dei taxi di serie b, quelli dove dietro e davanti si può pure fumare. Meglio l’autobus. Sbaglio la linea. Le lacrime mi rigano le guance, sono calde come la rabbia. Non ce l’ho i soldi per un taxi vero, scendo. Entro in un pub pieno di gente bianchiccia e sudata, chiedo dove sta il negozino dove vendono le guide di viaggio anche usate. Di là. Vado di là. Mi levo le scarpe. Arrivo a casa e prendo le chiavi dal vaso, entro, mi lavo i piedi e vado a letto sentendomi uno scarto genetico.

Ecco la mia Londra, fino a che non ho scoperto il quartiere brasiliano e il mercato dei turchi, abbracciato la cultura polacca londinese e conosciuto l’inglese, che si muove come una biscia. Ecco il mio ricordo vivido, fino a che non ho scoperto il fiume, il bar dove tutto è cattivo a parte le uova con la salsiccia, ma c’è la conduzione familiare e G si ricorda il mio nome. Fondamentale, per noi di questi paesini, creare una microtoscanità all’estero e non farsi influenzare dai mollicci, da quelli che bestemmiano fra una metro e un autobus. Importante trovare una taverna, una trattoria dove si può andare ogni giorno, un amico silente, un’amica più brutta o meno ricca, un percorso che sembri aggraziato a farlo alle sette del mattino. Per ora passo in mezzo agli olivi qui dietro casa, dopo si vedrà.

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Scusi, io dormo in casa sua stanotte.

juanita

In macchina capisco le cose: mi metto la musica, penso, e da un cortocircuito e una canzone riesco a rinfilare il bandolo della matassa. Mi trovo in macchina sempre più spesso nelle tarde ore: questa è la stagione di stare fuori, questo è il tempo in cui il mio lavoro diventa me e viceversa; e finisco tardi. Attraversando la corta, la via piccina che collega Pieve a Nievole a Montecatini Alto, in mezzo agli olivi e con il caldo che soffia ancora sopra il braccio, rigorosamente fuori, con la mano che fa ciao ciao. Mi piace l’anello sul dito mentre suono un pianoforte che non c’è.

Guardo il quadro e guido piano, facendo attenzione a farmi superare dalle poche macchine che passano per queste viuzze odorose. Si illuminano le gabbie dei cascinali con dentro i cani maremmani e i meticci, allo stesso tempo si rinfrancano le convinzioni, si intrecciano le cose: lampi piccini mi attraversano il cervello e mi fanno capire. Ci arrivo piano, non sono un laser che taglia le cose – purtroppo. Anzi, sono lenta e incrocio i ricordi, scambio i numeri. Quella che soffre di dislessia esistenziale sono io. Quella che mentre guida sente di possedere ogni centimetro sotto le ruote, sono ancora io. Quella che pensa di essere un poco spostata, incapace di azioni oggettive, vedi sopra.

Mi sembra strano che quello che mi viene in mente di altre persone non sia sentito anche da loro: è tanto brutto dedicare una serata intera, magari, a pensare a qualcuno sapendo che sarà un’elaborazione sterile, non raccolta da quella persona. Bisognerebbe che ci fosse un posto dove una appende i pensieri e che, random, decide di consegnarli automaticamente quando vuole, quando capita, alla persona pensata. Bisognerebbe che ci fosse allegata una dichiarazione di infermità mentale unita a declinazione di ogni responsabilità: hey, ascolta, posso governare le azioni, e sempre meno, ma quello che esce lassù esce punto e basta. Questa, almeno, non è colpa mia.

Filodemo mi diceva che ogni pensiero storto è un feticcio che vogliamo adorare, quindi è colpa nostra. Ma a me questa cosa non mi ha mai convinto, anche se annuivo – io non riesco a offendere nemmeno le zàgare. Io penso invece che siamo come pentole di fagioli a bollore, che se ti dimentichi il tappo sopra lì per lì tutto cuoce bene, l’odore non si sparge, ma poi succede l’irreparabile e la broda sguiscia sulla cucina e si attacca come una colla, l’odore diventa fetore e la consistenza elegante e buffa del fagiolo diventa pappaccia, sfatta. Inutile provare a metterci il burro e farne purea, ho provato anche quella: fa schifo. Filodemo infatti a forza di evitare i ragionamenti spontanei è impazzito e si mette le havaianas a marzo, non si lava più.

Giro la macchina nel viale sbagliato, quello con le radici che sono affiorate e che non ti fanno procedere a più di un chilometro all’ora. Mi guardano i miei colleghi di novantanni seduti sulle pagline come se fossi imbecille, e infatti mi ci sento: come mai ho imboccato questa strada? E se rompo la macchina? Vado avanti piano piano, apro anche i finestrini di dietro per aumentare l’aria che passa dentro: sudo, come sempre. Ci impiego cinque minuti a fare cento metri, alla fine penso che la cosa migliore, ogni tanto, sarebbe di lasciare la macchina lì dove non riesce ad andare e infilarsi in una di queste casette, aprire una stanza a caso, buttarsi sul letto e schiacciare una dormita epocale senza pensieri la mattina dopo.

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Click.

Juanita

Voglio spendere una cifra che non mi posso permettere nella migliore macchina fotografica che si possa reperire. Vorrei anche poterla pagare in quindicimila comode rate. Vorrei anche portarti delle fotografie stampate per sapere come si fa, esattamente, ad ottenere quell’effetto, con quella luce. Inizia così la conversazione più eccitante che io abbia affrontato negli ultimi anni, con E, fotografo e titolare di una bottega con tante macchine e accessori. Mi porta nella stanzina. Non ho bisogno della migliore macchina del mondo, inizia a spiegarmi, ma di qualche obiettivo e di un ombrellino a luce tipo neon per ottenere quell’effetto che piace a me, di luce calda, avvolgente, naturale. Riprenderemo la nostra discussione il prossimo martedì, abbiamo un appuntamento, e questa convoglierà ad acquisti smodati perchè lo so, lo voglio.

Ci sono migliaia di tutorials in internet per trovare consigli a riguardo, ed occasioni imperdibili a venti euro, il punto è che la parte della contrattazione, dello scegliere la macchina seguendo i consigli di un maestro, il trattenersi nel negozio con persone attorno che vogliono davvero che tu esca con la crema della crema al miglior prezzo, questo per me è parte fondamentale della cosa. E tira fuori ombrellini e lampadine e nella stanzina comincia a farmi vedere effetti, tocca qui, mi dice, rimane freddo: la luce speciale dell’ombrellino rimane fredda, è vero, ci metto la mano come quando da piccino la passi veloce sulla fiamma per vedere se è vero che non ti bruci. Ci vuole il cavalletto, certo, comprerò anche quello. E la pila nuova. E’ vero, dico. E una custodia di pelle forse.

La mia macchina fotografica mi somiglia, è un vecchio modello che funziona più di quello che dovrebbe, ottiene risultati stratosferici nelle difficoltà e rabbuia immagini facili, dico, che riuscirebbero a un bambino. E’ tutta graffiata perchè se la porto la lascio fuori dalla sua (orrida) borsina: camminiamo assieme, io e lei, alla ricerca della bellezza umana. Mi piacciono le persone, e piacciono pure a essa. Il flash si alza a caso, ma ha un buon senso del risultato. E’ una macchina di pancia, che sprezza il pericolo e chi lo teme. Quella che passa una giornata a fotografare una persona, finchè non viene fuori la sua bellezza unica e irripetibile, finchè non si sublima dentro la mia lente, sono io. Quella che poi sta due giorni a catalogare ogni foto con nome e parole chiave (Marina, Sorriso aperto, fiducia, empatia) sono sempre io. E’ importante sapere bene cosa si trova quando lo si cerca.

Così Martedì, io e il mio maestro, ci scambieremo le due cose più amate l’uno dall’altra: la sua competenza, la mia fiducia. Il suo parlare e il mio silente ascoltare. Il suo contrattare, il mio accettare. Non gli dirò che faccio foto dalla mattina alla sera e lascerò che scelga per me un modello sottomisurato, perchè parte della gioia del fare è il suo impedimento. Ascolterò il suo consiglio e non comprerò il flash con le palline fatto a cerchio, che costa duemila euro – per ora; ci ho messo gli occhi sopra e lo avrò, al solito, quando mi pare. Uscirò senza nulla, tendo a ripassare poi, sapendo che la cosa è lì per me. Che è mia. Gioco al gatto e al topo finchè mi è concesso. Ma torniamo alla fotografia.

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Te lo prometto che ci provo.

juanita

“Lui nel suo paese è bello” mi dice R, il mio mentore e mecenate – non posso aggiungere amico, perchè non è mio amico. E questo mi sconvolge più di altre sue conoscenze finzanziarie e linguistiche, ad esempio: il fatto che sappia (anche) che quella tale persona, che porta i fazzolettini a giro ed è alta meno di me, sia un maschio parecchio appetibile. Mi spiega perchè. Lo ascolto sperando di prenderlo in castagna, in fin dei conti il mio compito è quello di ucciderlo e rinascere, migliore, dopo averlo superato – per ora nulla di nulla. C’è da dire che mi sento sempre più felice se dintorno a me c’è un uomo sulla cinquantina, sessantina, settantina: mi sembrano più tondi, più simpatici. O forse ho avuto a che fare con troppi giovinotti in odore di successo e col testosterone al naso per potere apprezzare la categoria gioventude maschile, non saprei.

R ama, riamato, almeno dieci donne. Le tiene tutte a bada in qualche maniera, ne ama una più di un’altra a periodi, poi al momento di convolare loro scappano: considero genio puro l’arte di liberarsi di una di noi invitandola a convivere. Il punto è che lui è molto impegnato a vivere una vita piena di significato e retta, non conosce la bugia, per potersi dedicare pienamente a questa o quella che, anzi, si vergognano dei loro pensieri esclusivisti. Forse è un idiota, forse è un genio: non è per le sue virtù amatorie esercitate sulle mie colleghe che gli ho regalato una dei miei telecomandi, ma perchè mi ha sfasciato di cattiverie e affetto. Tutto appropriato e ben bilanciato. Mi ha levato gli occhiali scuri. Mi ha ascoltato frignare e dopo ha assestato un fendente di parole che non posso dimenticare. Mi ha riconosciuto: io camminavo tranquilla, e qualcuno ha perso un pò di tempo con me, per dirmi hey, io ti ho visto – non è questo un dono del destino?

A breve non ci incontreremo più, parte convinto per quel paese di cui ha riconosciuto un abitante affascinante. Mi chiamerà prima della partenza e mi racconterà di me, mi lascerà una fetta di sè – ha avuto una vita straordinaria, incluso il rifugio politico e il successo economico – e avrà quel tono rassicurante di chi ti vede per il poco che sei, e ti lascia vivere. Passiamo, camminando, il ragazzo con gli occhi giganti e le sopracciglia come un rigo di uniposca, e stiamo in silenzio per minuti. C’è il sole e fa freddo, un tempo che si presta bene a cambi repentini e decisioni affrettate, come piace a me. Ti piace la fotografia? Mi chiede. “Si, parecchio”. Ricordati di andare vicino alla faccia, tu che hai paura dei contorni decisi. Cerca di rischiare, almeno lì, e chiedi perlamordiddio senza pensare di sapere già la risposta. Per favore, levati il traduttore automatico dal cervello una buona volta. Dice. Io ci provo.

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Viva viva, batti le manine, e’ arrivato babbo.

Juanita

Mi tiro su le calze, doppie, tengono lo stomaco stretto, come farebbe un uomo travestito da donna con una misura in meno. E’ come stare in una pancera senza l’angoscia della colite, con una curva uniforme che non si slabbra – fra le piu’ belle. Cammino come chi si sta per rompere i tacchi, da sempre: ho troppo rispetto per le mie scarpe per appoggiarmi davvero. A ognuno che passa mi viene voglia di chiedere che fai dopo, ce l’hai tempo di un caffe’ per raccontarmi la tua vita in due minuti scarsi? Perche’ ho sempre paura di avere fatto troppo poco, ascolto gli altri per mettermi in pari, ma che vuoi, mi frega il fatalismo: penso sempre che se mi capita qualcosa e’ per il mio bene, non e’ che mi ribello. Quelli come me hanno bisogno di un percorso senza arrivo: la meta e’ un dolore, un lutto. Fra le priorita’ c’e’ avere odore di biscotti in casa, non aprire un panificio.

Ho lasciato l’inglese e la piccola che ballavano sui New Order, forse il peggiore gruppo che abbia mai calcato le mie orecchie: lunghi e secchi saltano assieme, come nel video, e ridono. “Questo e’ il tempo della mia vita” penso ogni giorno, e ho paura che me li portino via, che non siano veri. Ho terrore di ammalarmi e lasciarli soli, perche’ accumulano la spazzatura e si vestono troppo poco. Il guardiano del condominio ha bussato, mi ha spaventato e mi ha detto che c’e’ una perdita: mi veniva da ridere, perche’ non me ne frega un beato. Non c’e’ una proprieta’ che ti dia soddisfazione come quella che non possiedi. Niente mura, niente cose: bisogna potere partire con una sola valigetta di cuoio e uno storage da un terabyte di foto e canzoni in caso arrivi la fine del mondo. Tre paia di mutande. Due canottiere della salute. Un paio di ciabatte infradito. Un pigiama. Spazzolino. Maglione, maglina, vestitino e pantaloni che non stringono in vita.

Metto un quadratino di cioccolata in bocca quando vado a letto, per addormentarmi con il sapore buono e fare sogni allegri: chissa’ se lo faccio solo io. Chissa’ come sostituiamo il dito o la copertina da grandi, per non sentirci soli quando abbiamo conquistato il lettone. Chissa’ se anche quegli altri ogni tanto ci si sentono larghissimi dentro, come me, e spostano il materasso in salotto in mezzo ai giornali e alle cose rassicuranti del giorno: il tavolo da fumo, i fiori freschi, la pila dei cd, dvd e simili, tutti gli ammennicoli in carica, il computer in standby che fa il loop delle foto piu’ brutte, quelle che non riesci mai a cancellare. L’ometto che guarda gli appartamenti – e per questo riceve un compenso mensile nemmeno male – e’ entrato a vedere se perdiamo acqua dal terrazzo, gli chiedo se posso andare nella fitness room – lo so che ci posso andare, la domanda vera e’ se lo posso fare senza incrociarlo. Non che io voglia fare ginnastica, ma mi solleticano gli strumenti che mi misurano – “Ora il suo cuore va a 205”. “Lei sta per tre caate”. Dovrebbero mettere tutto in livornese.

L’inglese e’ tornato, con la stessa attitudine alla gloria del gladiatore ha calcato la porta di casa e ha atteso religiosamente che corressimo alla sua volta: e’ un gioco di ruolo, sono io il vero uomo di casa, ma la faccio volentieri. Queste sono le finzioni che rendono la vita migliore, come quando accompagno le amiche a comprare i vestiti o guardo un programma che mi fa schifo facendo finta di averlo atteso per molto – solo perche’ piace a qualcuno che amo. Ho anche tre vestiti finzione, che metto solo per fare gli altri felici. Corriamo in corridoio, sembra la marcia di Annibale, saltiamo al collo del poveraccio e gli facciamo la domanda fatidica, quella che ogni uomo attende gli sia fatta: come e’ andata oggi. Lo so bene io, perche’ vorrei la facessero a me. Invece a me non lo chiede mai nessuno.

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Hey.

Non tutte le cose finiscono come nei film. A maggiore ragione, quando si tratta di relazioni, non e’ detto che si invecchi insieme, dico, non e’ nemmeno certo che ci si conosca dopo venti, trenta, cinquanta anni. C’e’ gente che scopre che il marito collezionava cadaveri e si mangiava le frattaglie. Hey. Pensavo proprio “Hey”, oggi, mentre entravo nel galeone dei bambini, spostando un orrendo nano grasso con un calcio. E la madre a seguire con un’ancata uso coda di balena. La nave sta all’interno del parco per bambini ad accesso limitato – nessun adulto senza nani – voluto da Lady D, il primo e piu’ grande fallimento della monarchia moderna. Ci sono anche le barchine vomitose (ci sali e dondolano come il pendolo di Focault) e le sabbie umide, che entrano nelle scarpe: uno spasso.

Siamo andate a tirare i sassini ai cigni e le anatre, patito un freddo boia davanti al lago per un minuto e poi ce ne siamo andate nella mia nuova ossessione: il Whole Foods, tutto il mangiare, quattro piani di rosticceria costosa e con le targhette scritte bene, come dice Valentina, con quella scrittura che andrebbe insegnata a scuola: uniforme, grassa ma non stupidamente grassa, sessuale quasi. Io guardo le G, me lo ha insegnato lei. Dopo avere fatto la spesa, due chilometri per comprare il petto di pollo e ho lasciato perdere l’aglio, vivaddio a quale piano sta, eccoci a casa di M, futura ex moglie dell’inglese, magnifica creatura brasiliana di gamba lunga e ospite dolce, che stasera mi badera’ la figliola mentre gioco alla fidanzata. Vado a una festa. Poi a un’altra. Vado con quelli famosi.

Domani pranzeremo tutti assieme: la futura ex, io in carica, l’inglese, il futuro marito della futura ex dell’inglese, mia figlia e una coppia di finocchioni che conosco da tanto tempo. Certo, Hey, la famiglia e’ una percezione. E’ un dislocamento e moltiplicazione di affetti – perlomeno la mia. Ho chiamato la mamma, perche’ attraversando Hyde Park mi e’ venuto in mente di quando eravamo sdraiate qui, assieme, e ripetevamo “come comandano”, ridendo, riferendoci alle signore musulmane velate che vivono qui vicino, in mansions da decine di milioni di sterline. Mi manca la mamma, almeno una volta al giorno. Non tutte le cose vanno bene, e’ vero, ma guarda dove siamo oggi: non e’ un brutto posto. E uno dovrebbe essere grato al Signore, per questo.

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State buoni, se potete.

Se vado all’inferno questo avrà la forma di una spiaggia con gli ombrelloni ad Agosto, ci saranno solo libri scritti a dialoghi con le virgolette e una connessione internet a 33,600 con modem difettoso – ci sarà la telecom, quindi. Infame, sempiternamente maledetta sia la Telecom e chi mi priva del mio cablaggio ottico quotidiano. L’idea della vacanza di per sè già mi atterrisce: presuppone un periodo non vacante, impegnato, ovvero distingue la vita in obbligo e divertimento, senza un continuo. Ma se a questo aggiungo la visione di migliaia di nani avvolti in crema bianca protettiva con adulti che corrono loro dietro, se richiamo ai timpani della memoria il suono stridulo delle urla subito dopo il pranzo, mi ricordo perchè promisi a me stessa di non figliare mai: l’inestetismo esistenziale si accompagna alla prole. Se poi si parla della prole altrui, si arriva all’offesa.

Non volevo diventare mamma, l’avrei fatto solo per salvare una storia che si stava chiudendo e non avevo la più pallida idea di cosa mi aspettava. Per un anno intero dall’arrivo di quella lì, così la chiamavo dentro di me, pensavo che mi sentivo violentata, stragiata, come una mucca che allatta incatenata alla griglia d’acciaio, in un allevamento intensivo senza terra. Ho perso il mio corpo, il mio numero di piedi; il mio seno bellissimo è diventato una palla doppia, dolorosa e quando si è sgonfiato ha perso turgore: non è più il tempo della canottiera senza reggiseno, e nemmeno del vestitino rosso corto di lino. Ho abbandonato il sonno pesante per sempre aprendo la porta alla preoccupazione perpetua, e mi sono trovata a desiderare la morte fisica del mio compagno affinchè comprendesse un pezzettino del mio dolore, della mia rabbia. Finchè non ci sei, non lo sai – non ne sai niente. L’unico sollievo è pensare che quelli che ti hanno abbandonato – le amiche del sabato, gli amici della montagna, la compagnia del mare – ci passeranno. E tu ne sarai fuori quando loro inizieranno la discesa verso la Caienna. E tu saprai – e loro sapranno che tu sai, più importante.

Tutto passa un giorno, e viene superato da una nuova sensazione che non voglio definire per pudore, ma che spazza via ogni livore. In quel momento si fa come i bachi pelosi: si lascia lì una pelle e si diventa un insetto volante, apparentemente più bello ma in realtà semplicemente più visibile quanto più proiettato alla morte. Non conta più tanto, a dire la verità, se non nell’ottica non vorrei lasciarlo solo, perchè esiste quella pulsione, quel delirio di emozioni che un figlio rappresenta. Questo è il momento in cui ci si gira verso i propri genitori e si piange di vergogna, di riconoscenza: ma come hanno fatto a essere così bravi? Come avete fatto a sfangare tutto? Cresce la gratitudine, la comprensione. Conta solo una cosa: che i figli stiano bene. Devono stare bene. Che mangino. Che cachino. Che possano camminare in qualche modo. Che abbiano possibilità di studiare in una scuola decorosa. Che siano capaci di guardarci negli occhi: più di tutto.

Maledetti populisti che avete la formula della famiglia perfetta, a breve succederà una rivoluzione vera, altro che tutte in piazza con le dita a forma di figa e segni della pace sulle guance: sta per arrivare il giorno in cui la gente inizia a fare quel che deve fare senza delegare agli Azzeccagarbugli. Il giorno in cui la chiesa si leva il cappello dorato e comincia ad aprire le porte delle parrocchie per farci dormire la gente che ha freddo. Arriva il tempo della responsabilità e quello della ragione, che è il vestito migliore del cuore, in cui si entra dentro questi posti dove ci sono i bambini e ce li portiamo a casa: e gli facciamo la minestra, e gli diamo gli scapaccioni, e li obblighiamo a venire la domenica dai nonni a quei pranzi terribilmente meravigliosi, per insegnargli che la famiglia non è oggettiva, ma è la percezione del dintorno. E poco male se papà è sposato con papà, quando si vogliono tanto bene – state buoni se potete, tutto il resto è vanità.

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Che bellissimo.

juanitadepaola

Più di tutto mi piace leggere di altri quando non mi sottopongono i loro manoscritti. Per questo mi piace leggere i blog, snasare fra i tag, trovare storie ordinarie: non amo quello che sbuca fuori, che è troppo diverso. Mi piace la signorina Felicita, mi appassiona chi si contenta, chi fa un lavoro invece di un altro perchè così può tornare a casa a suonare la fisarmonica – deve essere per questo che faccio quello che faccio. Non c’è coerenza su questa terra. Fra i pensieri in rete favorisco quelli di autori di età non verdissima, dico, dai cinquanta in su, salvo pochissime eccezioni. Mi commuove ancora leggere i resoconti del primo viaggio fiorentino fatto dalle ragazze di sessantanni, che hanno messo da parte un bel pò ed eccole qui, a girellare per i negozi di artigianato sognando una nuova vita medieval-romantica.

Mi chiedono sempre la stessa cosa: troverò un uomo italiano come quello dei film? Sì, asserisco sicura. Perchè loro stanno pensando a La Dolce Vita, mentre io ad Alien 4. Rinasce una grazia bambina nelle donne che viaggiano dopo essere state incatenate alla famiglia tutta la vita: figli o non figli stiamo parlando di un master in real estate developement, crisis management, food and beverage stockage, human resources recruitment, lungo almeno trent’anni – a un uomo gli danno centomilaeuro per un lavoro del genere. Alleggerite dai pensieri, per almeno un mese, fumano sigarette camminando, bevono troppo, sognano con gli occhi di essere col cervello e il cuore di ora, ma col corpo dei trenta, per una sera. Qualcuna, più smaliziata, si porta i tacchi alti: con i soldi per cento taxi in tasca, si può fare eccome.

Così il giardino dei Boboli ha spalancato le mascelle alla mia amica C, che ha perso la figlia, la unica, di vent’anni per un’operazione di routine: allergica all’anestesia se n’è andata così, come un respiro affannato. Faceva le foto ai fiori, la bimba, era una designer di giardini, e quando siamo entrate nel parco C ha cominciato a tremare, a piangere, a pregare e anche a bestemmiare. Poi c’era S, che il marito le ha rubato tutto anche la moto, e ha deciso che verrà qui – le serve un piccolo appartamento con mansarda, bisogna avere poco spazio sulla testa per potersi difendere dalle avversità. E anche B, la più grande delle tre, che non smetteva di avere la diarrea. Cancro, mormoravano le altre a pranzo, quando lei andava al bagno. Poi lei tornava e lei aveva gli occhi di chi è sano ma sembra malato: quella è una stirpe che dura duecento anni.

L’esitare, davanti ad un panorama famoso, davanti al David, è lecito. Quello di cui ci siamo convinti è che si debba dire qualcosa di straordinario davanti ad opere d’arte o viste mozzafiato, invece è una boiata: “che bello, wow, oddio” sono esattamente quello che Michelangelo, Vasari e Cristo hanno voglia di sentire da lassù. Ma te l’immagini che palle il commento critico alle colline del senese. “Guarda caro, gli ossidi ferro e argilla: che nuances. Certo, nota che finezza questi grani, osserva l’indice di rifrazione”. Molto meglio un “Mi, che colori”. E questo è proprio quello che intendo: le mie ragazze, quelle che mi piacciono tanto, non hanno bisogno di dire nulla di più di quello che il cuore comanda. Senza tanti accenti, accessori, pause. La libertà deve ancora arrivare, per questo è importante conservare la bellezza del cammino.

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Ma te mi vedi sempre come prima? Come no. Il doppio ti vedo.

Juanita

Certe ragazze sono predestinate alla sofferenza. Si accoppiano in genere con uomini in mocassino, con i denti all’indentro – come le balene, i gemelli e l’aria di chi ascolta le canzoni di Frank Sinatra senza poterselo permettere: insomma, My Way poco si adatta ai ragazzini o agli ometti. Bisogna avere combinato dei pastrocchi terribili, avere dormito con anatre e maiali, reggere litri di champagne senza sentirsi in colpa, per potere ascoltare e cantare quella canzone a squarciagola. Conosco questi splendidi istrici con cui escono mediante le loro parole, e quindi non è che mi fidi molto – il diavolo riposa nei pensieri attorcigliati delle donne e si crogiola nelle azioni dissennate degli uomini. La camicina a righe, il piccolo sigaro, la giacchetta con lo stemma di famiglia – inventato, nella quasi totalità dei casi, la macchinona: questi ragazzi sono in cerca della puledra da corsa fin dalla tenera età, e indossano qualunque cosa aiuti a trovare l’agnello, quella da cui tornare religiosamente dopo ogni tradimento.

Altre ragazze sono dedite alla sofferenza, che è diverso. Il cercare bersagli impossibili, uomini interrotti, ragazzi emotivamente bloccati ai sedici anni o ad un ideale di donna inesistente, fumettistico, è la loro specialità. Non è lo spirito da crocerossina, come in genere scrivono i giovani psicologi sui giornali femminili – nella rubrichina la posta del cuore, bensì un feticcio. Una gioia. L’infinito piacere di rimandare a mai la concretizzazione di un amore. Il desiderio del ricomincio. La forca. Il dimenticarsi di ieri per potersi scordare di domani. L’idolatria della vita come somma di attimi gustosi che si susseguono. L’uomo che fa soffrire, in questo caso, è un uomo specchio: non conta nulla. Quello che importa è non poterlo avere, possedere, per sentirsi vive. Ogni donna eterosessuale passa da questa boutade, che credo si traduca anche come puttanata, verso i venti – e poi abbandona la nave boho-chic.

Poi ci sono tutte le altre. Quelle che guardiamo il babbo e la mamma per vedere come funziona ‘sta cosa della coppia, mescoliamo con vento di Passioni (ma dov’è lui biondo indianizzato?), aggiungiamo Beautiful e sottraiamo la sindrome premestruale. Radice quadrata di impegno, in logaritmo naturale di “farei anche più sesso amore, se solo amassi vedermi nuda”. Queste, noi, ci troviamo appaiate con uomini che fanno parte della categoria paritetica – ma non dovevamo uscire a giocare a subbuteo? Ma dov’è la tuta da Uomo Ragno? Tempo indeterminato cosa?! Chi sono questi nani che mi somigliano? Perchè lei è così larga ora? Perchè lei urla sempre? – e assieme, campioni di improvvisazione, si procede a vista. In questo pellegrinaggio è importante ricordare la massima “Amore, ogni giorno che passa ti trovo meno interessante. E ti scelgo di nuovo, perchè tu scegli me. Nonostante ogni giorno che passa tu mi trovi sempre meno interessante”.

Sembra sempre, mi dicono sempre che suono come una vecchia senza cuore, senza amore. Ma io amo profondamente, cercando di non farmene accorgere. E la prima parte del conoscersi, quando ci si raccontano le storie della vita passata e si inventa a piene mani la persona che vogliamo ricordare di essere state, mi annoia a morte. Mi piace il dopo, quando ricomincia la tempesta, quando la sfida diventa insopportabile, quando siamo due tipi che affrontano un tifone dopo avere prenotato un soggiorno in un villaggio vacanza con l’animazione: cos’è questa cosa terribile, cos’è questa angoscia che mi attanaglia sul pianerottolo? Ah, sei tu amore. Vedo che hai preparato tu la cena stasera, che gentile. Grazie di avere usato tutte e sessantaquattro le mie pentole per bollire i sofficini e riscaldare i fagioli surgelati. Grazie di esistere, altrimenti non saprei proprio di cosa scrivere.

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Ma sono tutte orfane?

Juanita de Paola

C’era una volta la scuola. C’erano i professori che terrorizzavano gli alunni e i genitori che facevano sponda: non si discute una figura di autorità, nemmeno quando ha torto. Questo ci dicevano, questo si faceva. E se no botte o mesate senza potere uscire. La mia professoressa fumava in classe e ne avevamo così paura, così tanta ammirazione, che credo nessuno di noi l’abbia detto a casa per il terrore che qualche genitore, notoriamente più imbecille della progenie, facesse la spia: lo sguardo della magnifica W non l’avremmo retto a cose normali, figuriamoci se si fosse incazzata. Recitava la Commedia a mente, traduceva Soul Bellow per non so quali editori, mi introdusse a Roth – non parlava con me, mi considerava un errore, un male necessario. Non esistevo.

Alla ricreazione, quindici minuti di puro piacere che nemmeno un etto di cocaina, arrivava l’omino pelato (Capello) con la moglie, portavano le schiacciatine con la maionese e il tonno, l’estathe e le paste bisunte. Qualcuno fumava nel chiostro, e mi sembrava uno spreco enorme soffiare nell’aria quando il Signore aveva mandato per noi a Caana milioni di focaccine. I professori non scendevano, stavano nella sala privè, dove avevo imparato  a trafugare i compiti di greco dopo la consegna. Non si masticava la gomma in classe, i vocabolari erano cose correnti e con una media inferiore al sette si doveva lavorare d’estate. Era così che avevo potuto leggere Carrie lo sguardo di satana, operando come cassiera presso cartoleria al mare: finalmente un libro interessante, dopo la noia letale del Gattopardo, il tedio dei Promessi Sposi, il tentato suicidio per noia post Maria Bellonci e il suo Rinascimento privato.

Pochissime cose attraevano la mia attenzione, in particolare le uniche letture che mi avevano dato un pò di fiato erano stati i poeti maledetti con le loro oscenità e, pur considerandoli assolutamente privi di tridimensione, era divertente ricostruirci una scenografia. Avevo letto tutti i librini di Beverly Hills 90210, portavo occhiali da vista finti e mi tagliavo i jeans nei punti sbagliati. Mi piaceva la televisione al mattino ed essere malata, ma anche andare a casa di C, o il fatto di arrivare in treno: noi che si arrivava a scuola dalla stazione facevamo un chilometro a piedi al mattino e uno alla mezza – e si usciva prima. Ero innamorata del ragazzo biondo che faceva l’artistico, in una maniera quasi religiosa. Gli dimostravo il mio impulso andando nel vagone da lui più lontano, e non ci siamo mai parlati – l’ho conosciuto due anni fa, finalmente, ha un negozino meraviglioso.

Nei discorsi in macchina con papà, interminabili, si parlava un pò di tutto. Mi diceva sei un tesoro, sei un gioiello, stai attenta a quello che fai , però non diventare una di quelle bigotte, quello sì che è terribile. Avevo una gonna corta di jeans tagliata strana, la mettevo forse due volte in un anno, e a diciassette anni mi stavo per spogliare la prima volta con un ragazzino. Se un uomo, un adulto, mi si fosse avvicinato con strane intenzioni avrei chiamato la polizia, ma senza destare attenzione, senza urlare, senza piangere – me l’aveva insegnato il babbo per darmi una chance in più, in caso, insomma. Se fossi stata nuda ad una festa con dei signori anziani, papà e mamma, avendolo scoperto, mi avrebbero scuoiato viva. Gettato il sale sulle ferite. Donato gli organi a qualcuno più meritevole. Ho una figlia femmina, e ho smesso di leggere il giornale da due settimane per non portarmela a vivere dentro un bunker.

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Sono Natali tuoi.

juanita de paola

Il pensiero mi ha preso alla sprovvista una volta in treno, fermi fra Lucca e Pisa su un treno affettuosamente chiamato Il Gasolone dai suoi habitue’, per il rinomato aroma di Dakau che vi si respirava dentro: dopo un’ora di freddo e disperazione per il ritardo accumulato, ho capito il senso della frase carpe diem. Non l’orrenda ricerca di vite emozionali, tragicamente felici, non lo stolto tentativo umano di immettere la poesia nella vita ma il preciso opposto.  Non l’aspirazione di una vita migliore, ma la migliore vita possibile fra quelle che ti si parano davanti.

La quiete avvolge noialtri che si ride piano, anche in mezzo alla gente che esplode in fragori, che fa amicizia con facilita’: li guardiamo con invidia affettuosa, stiamo nei paraggi – non troppo vicini, per essere sicuri che non tentino di coinvolgerci in qualche scenetta di mimo, non troppo lontani, per essere siucuri di non perdersi il loro brio – e sorridiamo beati. Accanto al teatro di Shakespeare, qui dietro le quinte, al ristorante degli artisti con la cameriera gentile, fra aghi di pino e minestre servite come Dio comanda (chili di burro, chili di pane caldo agli aromi, litri di vino, luci basse, servizio attento) e’ il Natale che mi si para davanti.

Che Natale sara’ questo? A ventisei anni mi ero detta che di questi tempi sarei stata lontano, molto lontano, in una terra enorme come l’Australia, attorno ad un caminetto e senza lavoro. Ero depressa, insomma, inanellare una serie di fallimenti come i miei all’universita’ (tutte le facolta’ a parte filosofia, praticamente) puo’ tirarti giu’. Sono in Gran Bretagna, invece, e non ho l’acetone.

Che Natale e’? Non lo so, non mi interessa piu’, accolgo i giorni come figli con un handicap mentale, da tenere caldi vicino al petto con tenerezza, sperando di non morire prima di loro per non lasciarli da soli incustoditi in un mondo poco gentile. Il migliore dei mondi, ma certo strambo, crudele a tratti. Il signore accanto a me sibila alla moglie che non si vede una faccia di negro in giro, lo intercetto con uno sguardo da dinosauro estinto come gli compete. La signora senza denti bianchi e due figli maschi prende in giro mia figlia, vestita molto elegante (troppo, e’ vero). Mi avvicino e davanti ai suoi figli sussurro che ho un cancro in fase terminale, che dovrebbe stare attenta a quello che dice in futuro, questo e’ probabilmente l’ultimo Natale che passiamo assieme e vogliamo celebrarlo come si deve. La signora brutta rimane ammutolita, le si gonfiano gli occhi, i figli che sogghignavano si pietrificano e chiedono scusa. Il marito mi guarda vergognoso: spero che le chieda il divorzio, a quella stronza. Buon Natale.

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Fra una Club (che non fumerò) e David Letterman (che ascolterò senza guardare).

Juanita

Sono le ventidue – un numero che sono sicura vuole dire qualcosa con quella ripetizione implicita e quella quantità, imperfetta, che ricerchiamo tutta la vita: inizia il mio regno, la monarchia assoluta dove posso smettere di interloquire con il resto dell’umanità che amo e buttarmi nella ricerca avida di contenuti casuali. Ho un pacchetto di sigarette di emergenza per le telefonate pulp – << Signora, il suo cliente ha sfasciato il pianoforte del seicento a testate e il proprietario vorrebbe rientrare in casa, che facciamo?>> .<<Trattenga il proprietario con una scusa, Edward, altrimenti prendo un aereo, vengo lì e l’ammazzo a unghiate. Controlleremo i danni a fine settimana. Nel frattempo striscio la carta di credito. Porga i miei cordiali saluti a Mr Ics, si levi quel cazzo di tono allarmato e torni di là a chiedere se ha bisogno di qualcosa. Ma in linea di massima non fumo di Inverno, se non due o tre sigarette a settimana.

Affitto case, che costano da pochi centinaia a tante migliaia di euro a notte, e questo è il mio adorato lavoro. Le affitto ad agenti, mai a clienti singoli, perchè ritengo sacro il rapporto fra un viaggiatore e il suo agente di fiducia, in più non conosco le usanze delle persone delle Marche, figuriamoci se mi metto a indovinare quelle di chi vive nel Quebec. Una volta un cliente mi ha fatto prendere la macchina nel cuore della notte: voleva sapere perchè c’erano due pulsanti del water identici, che facevano le stesse cose. Era così irritato che avrei voluto prenderlo in collo: piuttosto, avevo buttato lì che uno era il pulsante a basso impatto ambientale e l’altro a spinta veloce, per potere accontentare tutti. Era rimasto contento, e io ho aggiunto un’altra storia a quelle raccontate dall’inizio dei tempi per placare certe ire che con me, poi, non hanno nulla a che fare.

Negli anni, tanti, ho visto arrivare e ripartire tantissime persone, famiglie, amanti; ho cambiato tanti autisti e mi sono fermata a sorridere con i cuochi, ho ascoltato lamentarsi i giardinieri e cercato di uccidere a mani nude più tecnici dell’aria condizionata o antennisti. E mai una volta ho risposto alle ubbie degli ospiti in maniera diretta o maleducata, era del loro sogno che si parlava, non del mio lavoro: e guai a chi pesta l’onirico altrui. A questo pensavo oggi, mentre mi comunicavi che non vuoi portare in fondo questo incarico, e dicevo fra me e me: non ti riesce. E sai perchè? Perchè sei una povera cosa, con due palline piccine così.

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C’era una volta un re.

Juanita de Paola

Qualche anno fa, nel retrobottega di un tagliatore di diamanti, ho lavorato per uno dei molti cugini di Guglielmo e Enrico di Albione. Ero addetta al web e al marketing di una ditta frou frou, dove i signorini si sniffavano quantità abbastanza notevoli di cocaina con i clienti stessi. C’erano un sacco di russi, c’era champagne, tutti i pomeriggi, e questa mi pareva cosa buona e giusta. Mi piacevano i pranzi di lavoro, e molto: budget illimitato su una carta di credito aziendale e inglese. Può sembrare poca cosa, ma per una italiana in cerca di fortuna era quanto tutto.

Ci siamo abbandonati quando il papà di uno di questi signorini mi ha intimato di non riscuotere il dovuto – ero incinta al quarto mese – altrimenti non avrei più lavorato lassù “in nessun modo, presso nessuno”. Il papi girava in elicottero, il figlio aveva un’agenda in-cre-di-bi-le dove più che altro appiccicava le caccole. Ogni tanto mi invitavano in qualche casa di qualcuno, come una debosciata, a stare zitta a una cena: questo facevo. Ci dormivo anche, se si faceva tardi. Provavo sensazioni diverse, tutte sgradevoli, di cui la più grave era quella di sapere che quel livore, quella tristezza, venivano da elementi semplici quanto squalliducci: non ero l’invitata speciale alla festa. Tutto lì.

I ragazzini erano giornalmente sulle riviste, insomma, questi ragazzi avevano tutto, e io nulla: la gioventù, il pedegree, la ricchezza. Eppure erano crudeli come serpi, come se fossi stata lì a impedire loro di fare qualcosa invece che aiutarli. Mi prendevano in giro, e pesantamente; certo non sono Elle Mac Pherson, ma insomma non c’era motivo di infierire. Tornando in Italia con il pancione, decisi di passare oltre punto e basta: non avrei permesso alla rabbia di inquinare nemmeno per un minuto il mio cordone, la piccola Cecilia stava diventando più di un fagiolo; no. Dissi al papà che aveva vinto lui, che però la vita è strana, e un giorno arriva qualcuno che ti fa rende quello che tu hai combinato prima, moltiplicato per dieci – e tanto meglio per te se non l’hai fatto apposta.

Un ragazzino, ora, è in un centro riabilitativo per drogati, l’ho letto sul giornale. L’altro è finito in un ufficio in cui si vendono elettrodomestici – niente più business frou frou. Anche questo l’ho letto sui giornali. Il papà non lo so che fine abbia fatto, ma vedere i propri figli che non diventano imperatori o direttori di banca quando il potere, la tracotanza, è tutto quello che conta, lo deve avere logorato di certo. La buona notizia è che sicuramente saranno invitati al matrimonio del secolo, quello fra Guglielmo e Caterina, la figlia di quelli dei piatti di plastica e le lingue di menelicche per le feste. Chè poi poggio e bua fa pari.

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Caffè Concerto

Juanita de Paola

Su al nord la gente cammina veloce nelle piazze con i sanpietrini, le donne in punta di piedi, non si lamentano. Mi fermo nel mezzo, qui davanti al Caffè Concerto, entro infreddolita: libri, carne calda, camerieri solerti, un babbo natale gigantesco che balla – “sinuoso”, dice Paolo. E’ un consiglio di amministrazione atipico, questo, fra insalate di spinaci, brodo e San Giovese.

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In cerca di lumachine, la notte.

Juanita de Paola

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Val d’Orcia

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Cavallino Arrì Arrò

Cecilia McKee