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C’era una volta un re.

Chè poi poggio e bua fa pari.

Juanita de Paola

Qualche anno fa, nel retrobottega di un tagliatore di diamanti, ho lavorato per uno dei molti cugini di Guglielmo e Enrico di Albione. Ero addetta al web e al marketing di una ditta frou frou, dove i signorini si sniffavano quantità abbastanza notevoli di cocaina con i clienti stessi. C’erano un sacco di russi, c’era champagne, tutti i pomeriggi, e questa mi pareva cosa buona e giusta. Mi piacevano i pranzi di lavoro, e molto: budget illimitato su una carta di credito aziendale e inglese. Può sembrare poca cosa, ma per una italiana in cerca di fortuna era quanto tutto.

Ci siamo abbandonati quando il papà di uno di questi signorini mi ha intimato di non riscuotere il dovuto – ero incinta al quarto mese – altrimenti non avrei più lavorato lassù “in nessun modo, presso nessuno”. Il papi girava in elicottero, il figlio aveva un’agenda in-cre-di-bi-le dove più che altro appiccicava le caccole. Ogni tanto mi invitavano in qualche casa di qualcuno, come una debosciata, a stare zitta a una cena: questo facevo. Ci dormivo anche, se si faceva tardi. Provavo sensazioni diverse, tutte sgradevoli, di cui la più grave era quella di sapere che quel livore, quella tristezza, venivano da elementi semplici quanto squalliducci: non ero l’invitata speciale alla festa. Tutto lì.

I ragazzini erano giornalmente sulle riviste, insomma, questi ragazzi avevano tutto, e io nulla: la gioventù, il pedegree, la ricchezza. Eppure erano crudeli come serpi, come se fossi stata lì a impedire loro di fare qualcosa invece che aiutarli. Mi prendevano in giro, e pesantamente; certo non sono Elle Mac Pherson, ma insomma non c’era motivo di infierire. Tornando in Italia con il pancione, decisi di passare oltre punto e basta: non avrei permesso alla rabbia di inquinare nemmeno per un minuto il mio cordone, la piccola Cecilia stava diventando più di un fagiolo; no. Dissi al papà che aveva vinto lui, che però la vita è strana, e un giorno arriva qualcuno che ti fa rende quello che tu hai combinato prima, moltiplicato per dieci – e tanto meglio per te se non l’hai fatto apposta.

Un ragazzino, ora, è in un centro riabilitativo per drogati, l’ho letto sul giornale. L’altro è finito in un ufficio in cui si vendono elettrodomestici – niente più business frou frou. Anche questo l’ho letto sui giornali. Il papà non lo so che fine abbia fatto, ma vedere i propri figli che non diventano imperatori o direttori di banca quando il potere, la tracotanza, è tutto quello che conta, lo deve avere logorato di certo. La buona notizia è che sicuramente saranno invitati al matrimonio del secolo, quello fra Guglielmo e Caterina, la figlia di quelli dei piatti di plastica e le lingue di menelicche per le feste. Chè poi poggio e bua fa pari.

Di juanita

50% business, 50% eggs benedict

10 risposte su “C’era una volta un re.”

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