Churchill, Profumo – e io.

George I, Charlie Chaplin, Winston Churchill, Harold Macmillan, Roosevelt, George Bernard Shaw, John Profumo, Christine Keeler. E io, oggi, a festeggiare il Natale con la mia famiglia inglese. E’ importante sapere che in un posto come questo, dove negli anni ’60 impazzavano le orgie aristocratiche e dove Churchill apostrofo’ Lady Astor come “cesso”, non si potra’ mai capire davvero quello che si sta ordinando, grazie all’accento strettissimo del personale e al senso di perdita che avvolge il cervello: dove sono? Cosa ci faccio qui? Ma soprattutto: perche’ non mi hanno ancora buttato fuori? Alla domanda vuole uno champagne di questo tipo nel salottino eccetera, mi sembra di capire che mi stiano offrendo uno yogurt e rifiuto. Quando al mio dirimpettaio arriva pero’ quel calice di cristallo, pesante, cosi’ come si deve, mi verrebbe da piangere. Ordino un vino bianco (bianco?) invece.

Nella vita di ogni donna arriva un momento in cui capisce che l’amour fou, la passione da vivere senza pensare a domattina, e’ davvero terribile. In quell’istante le si palesano davanti immagini di week end romantici con un uomo stabile e maturo in castelli della Loira o country houses nel  Berkshire, pranzi delicati a base di pesce e lenticchie, souffle’, atmosfere delicate e antiche, da principessa delle fiabe, come c’aveva promesso la mamma. E’ allora che si capisce il senso del cachemire, di una coperta di pregio sulle ginocchia abbronzate a dicembre, di un tea servito in porcellana festiva. Le capriate in legno, possenti e altissime, ci ricordano che gli appartamenti o le case in cui viviamo sono inutili ai fini della storia, che si dipana invece nei corridoi delle residenze antiche. Si ripensano ai week end in moto e tenda, e si palesa la verita’: e’ quello che ci meritavamo. Ma ora no, sono finiti i tempi bui, e con essi se ne e’ purtroppo andato anche il turgore del seno, ma il cervello ha iniziato a funzionare.

Nella sala dei libri stanno servendo cocktails e tartine come vanno fatte e nomi amici mi saltano al cervello: eggs benedict, quaglia, tartufo, turkey, zuppa di zucca, burro, molto burro, pane caldo. Il cocktail non e’ per me, certo, e me ne fa accorgere un ometto le cui scarpe sono coperte dalla mia bava, che mi fa segno di spostare la mia orrida presenza in un’altra sala – it’s a private event lady. Capisco. Non mi metto a piangere solo perche’ ho una dignita’ da stalliera da difendere, io. Entra una signora con stivali fangosi, e’ stata a cavallo. Scusi, continuo a ripetere a tutti, ho paura che vedano le immagini nel mio cervello; ci sono io che metto i fiocchi dorati sull’albero di Natale, invocando la tutrice di mia figlia – per cortesia Rebecca, preparate Cecilia per la festa di stasera, attendiamo ospiti. Ah, Rebecca. Il tema della serata e’ il rosso, mi raccomando, la vesta senza esagerare, che non diventi tacky. Mio marito sta tornando da un viaggio di affari in Giappone. I miei niporti passeranno con me il Natale nella residenza di campagna.

Ho un po’ di tempo da passare qui, ma non posso prendere il caffe’ davanti al camino – hanno organizzato il tea del pomeriggio, tutti i divani sono presi. Mi guardo le scarpe: avrei dovuto lucidarle. Avrei dovuto farmi le unghie. Avrei dovuto mettermi i capelli a posto. Avrei dovuto scegliere orecchini piu’ piccoli, ecco, e un anello piu’ importante. Avrei dovuto fare molto cose, ma dentro di me c’e’ una cretina hippie, che pare averla avuta vinta su quella li’ dell’albero coi fiocchi. Fanculo.

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