Col cuore in mano e il cervello nello stomaco.

2fridas

Fra un parente morto il sabato mattina e una lavatrice che si e’ aperta allagando il balcone, la vita delle donne assomiglia a quella di un concertista che deve seguire molti metronomi posizionati su ritmi diversi, cercando di rimanere in tema con tutti gli spartiti e dare piu’ importanza ora ad uno ora ad un altro. Si riesce a sopportare di tutto –  rospi che pesano chili, madri rassegnate, padri alcolizzati, sorelle antipatiche, cugine sposate con milionari, nonni infermi che tossiscono tutta la notte, parenti che non vogliono morire – solo vivisezionandosi senza anestesie, pronte ad accusare il colpo perche’ svuotate di organi e aspettative. A mano nuda, brandendo il cuore, strappando il cervello dal luogo pensante per infilarlo, con grandi dolore ed emorragia, dentro alla pancia: cosi’ si percorre la via, mano nella mano con i nostri peggiori nemici – quelli cui vogliamo bene.

La pancia serve a sapere, prima che il cervello elabori la sua teoria razionale, cosa va fatto; e quindi a fidarsi di sensazioni millenarie che funzionano cosi’ per oracoli indiani come per casalinghe moderne, alla ricerca dell’ingrediente segreto – mentuccia, ecco cosa ci metto in questa salsa di pomodoro, vedrai come gli piacera’. La pancia ci guida, e non e’ un caso che con il matrimonio la pancia cresca: ci credo, con tutto quello che deve affrontare, si fa larga e capiente. Con la pancia si diventa ventriloque poliamorose, in grado di dire certo che ti voglio bene quando il cervello, davanti in alto, sta pensando se io fossi sana di mente ti terrei a centomila miglia di distanza, freak. E non e’ detto che io stia parlando di un ipotetico marito o fidanzato: sto parlando di tutti quelli che ci assassinano quotidianamente con i loro malumori, la loro incompetenza, la loro svogliatezza, la loro incomprensione dei modi e dei tempi altrui – e soprattutto del nostro: ma perche’ la diversita’ degli altri ci fa diventare matti e violenti?

Mi immagino le donne, con gli occhi aperti e il sopracciglio arreso, le braccia lungo il corpo, con il cuore che gocciola, e un sorriso che serve piu’ a stare in piedi che a comunicare gioia, con le gambe molli. Forti, come le corde sfilacciate che sottacqua reggono le barche ormeggiate in porto, per amministrare le follie di quelli che stanno attorno: figli esigenti, padri che hanno perso il senno, madri irrimediabilmente troppo voluminose, troppo presenti, troppo rumorose – soprattutto in quelle giornate di silenzio cupo, in cui hanno gli occhi tristi. Io amo, infatti, e’ un grido di guerra, cosa credevi?