Del coraggio

Juanita de Paola

Il coraggio (cor habeo, da cor, cuore e habere, il verbo avere) è la virtù che non ci fa sbigottire davanti ai pericoli, ci fa affrontare i rischi senza stare tanto a pensare, non ci fa abbattere per dolori fisici o morali e, più in generale, ci fa affrontare a viso aperto la sofferenza, l’incertezza o l’intimidazione. Per quanto mi riguarda il coraggio ha più a che fare con i no che con i si, con l’entrare in una stanza piena di persone senza sentirmi un residuato bellico inesploso, stesso appeal – ma ognuno deve abbattere il suo drago.

Coraggio è quindi una declinazione comportamentale del cuore, un suo parente migliore, un istinto-non-istinto che speriamo di sviluppare fra i sei e i centoventi anni, senza fermarne lo sviluppo fino al giorno in cui si possono chiudere gli occhi per ricongiungerci ai nostri amati (ed odiati, ed insulsi) che ci hanno preceduto.

Non mi piace il coraggio che richiede l’andare veloce dove un vecchio cammina piano, nè la sfrontatezza di usare le parole con significati devianti, ipertrofici, che finiscono per ingannare noi stessi come un cancro inganna il sistema immunitario per abbatterlo.

Non mi garba nulla che abbia a che fare con l’agoghè spartana e le sue successive emanazioni: i pulcini del calcio di serie, la scuola dell’economia superiore, la ditta che produce mille macchine al giorno mentre io non ne ho chiesta nessuna, la carriera politica che produce una prenotazione fissa al tavolo migliore, nell’angolo più lontano dalla gente comune. Quella è roba da imperatori che ormai sono nudi e hanno anche le verruche.

Parlo di un altro coraggio, che è quello di abitare sè stessi e l’idea che di noi abbiamo creato: il progetto. E’ importante riportare ogni cosa dentro le proprie stanze a sera, rimettere i panni nei cassetti, così come una brava mamma mette i bimbi a letto e prepara loro i vestiti per il giorno dopo.

E’ importante imparare a tenere tutto pulito ed accomodare gli ospiti con dignità anche quando la casa non è nel suo stato migliore. E’ giusto abbracciare i propri figli ed i propri genitori dentro la casa che il nostro animo abita, confortarli delle cose che succedono sperando che quella cantilena di incoraggiamento convinca anche noi.

Questo percorso ora dopo ora, giorno dopo giorno, ci costa sacrificio ma ci riempie di gioia, di amore, e ci ingrossa le orecchie. E mentre i padiglioni auricolari diventano più grossi, ci si ingrossa la valvola mitrale dell’anima e si comincia a guardarsi attorno come se tutta quella mandria di teste fosse uscita da una madre invece che da un buco del sedere.

Siccome quando si capisce la propria madre si può tornare a riposare all’ombra di sè stessi, è proprio un momento speciale quello in cui si torna nel suo grembo e tutti ci sono fratelli, quando è possibile girarsi verso quelli che ci stanno più vicini e dire loro quello che il cuore dice.

Il mio (poco) coraggio lo so dove abita: nella speranza che non lascio sfumare. Nella fustigazione quotidiana degli istinti più critici e meno compassionevoli. Nelle risate di cuore e nei pianti sviscerati che mi servono per aprire la porta di quelle stanze: a quelli di voi che vogliono passare e darmi una pacca sulla spalla o, molto più di frequente, condividere una bottiglia di vino rosso, dico benvenuti.

Non abbiamo paura di farci trovare in pigiama, coi capelli unti, con quelle cosce troppo grosse per potere mai indossare un pantalone a sigaretta, i miei preferiti: sarà per la prossima vita.

Ci saranno risate, ci saranno pacche, ci saranno collane che spariscono dopo una bella festa: non importa, l’importante è tenere quelle finestre aperte, quegli angoli illuminati. E’ importante fare festa, e solo gli imbecilli che non hanno mai avuto un problema di salute non lo sanno.

Una cosa sola ho dovuto fare, caro Filodemo, per emanciparmi dalla mia stessa rogna: ho dovuto eliminare quelli che hanno perso il filo. Gli interrotti. Quelli e quelle che non sanno cosa dicono, perchè non sanno cosa pensano, perchè non capiscono dove vanno e nemmeno cosa fanno. Quelli che amano perchè è finito il buffet e qualcosa bisogna pur fare di quel languorino. Perchè alla fine della filosofia, della fede che si cerca o che si perde, o si ritrova, uno stronzo è sempre uno stronzo.

Stammi bene Filodemo.

2 Comments

  • February 5, 2013

    Juanita de Paola

    Grazie Smila, e bello anche il tuo sul mangiare fuori (e tutti gli altri). I am a fan.

  • February 5, 2013

    smilablomma

    ciao juanita. bello questo pezzo.