Le quinte del lusso

Ho iniziato a lavorare negli affitti di pregio circa quindici anni fa, ma nella mia mente ho iniziato molto prima, ovvero il giorno che ho visto un film di Bertolucci girato in Toscana e concluso che, qualunque cosa fosse successa, qualunque laurea (letteralmente) mi fosse capitato di pigliare, il mio impegno sarebbe stato quello di finire in queste ville piene di Inglesi e Americani, di toccare con la mia mano una vita di insalate di farro e vino bianco con ghiaccio sotto la pergola profumata: non sono nata nobile, pensavo, ma vedrai mi ci faccio largo eccome in questi posti. Così avevo giurato e così mi è capitato, e per una serie di circostanze così fortunate e sfigate allo stesso tempo da avermi sempre fatto credere in un destino accorto e anche in Dio, anche se non mi garba parlare di queste cose.

Ricordo di avere pensato una volta: ma perché qualcuno sceglierebbe di non fare questo lavoro? Chi è quel pazzo che non vorrebbe avere a che fare con il glicine, l’odore di erba calda, l’Italia vista con gli occhi di chi non ci abita e quella sensazione che, sparito il sole, la vita possa ricominciare da capo e completamente, che tutto sia relativo e malinconico come un amore che non si può consumare? Il lato economico, pure apprezzabile, non ha mai inciso nella mia decisione di fare questo lavoro: non amo particolarmente i soldi, se non quelli che sono necessari a mangiare, vivere e potere andare dal dentista; non li spendo, non li accumulo, non li cerco, non mi spaventano nelle trattative, che comunque richiedono nervi saldi – o un incantato disinteresse per l’esito in sé.

Provo pena per i colleghi che soffrono della sindrome della commessa, quella che vende capi incredibilmente costosi e ne trae la conclusione di essere lei stessa molto preziosa, che inizia a vestirsi come le borse che vende e ti tratta con sufficienza, pensando di essere diversa dalla cassiera del supermercato o dalla sartina locale, che pure fanno il suo stesso mestiere. Così nel nostro mondo, molte donne sembrano scappate da una casa di tolleranza di alto bordo e molti uomini portano scarpe quadrate dentro macchine giganti pagate a rate. Certo, ci sono fiori di eccezioni, e fra queste albergano in genere i campioni, i trend setter che cambiano la vita degli altri, un segmento di mercato alla volta: di queste persone non si sa mai nulla, e sono quelli che ammiriamo da una grande distanza, quelli che cerchiamo, se non almeno di superare perché non e’ possibile, di emulare un pochino.

Non mi sono mai imbrogliata: io non sono i miei clienti, non sono alla loro latitudine sociale, non conosciamo le stesse persone, non compriamo le stesse cose e sarei una povera ebete se tentassi di fare intendere loro il contrario, mentre li assisto in quella che desidero sia la settimana più bella della loro estate, annata, vita. Gli ospiti li studiamo approfonditamente per capire come colpirli al cuore, come (ri)aprire la fontana della loro gioia piena, come tirare fuori da loro il bambino che ha fatto successo e portarlo sano e salvo a giocare fra gli olivi. Devo – dobbiamo – stare attenti a non turbare equilibri, a non fare un millimetro in più.

Alla fine di una vacanza in villa è facile che si venga invitati nella residenza personale di un ospite soddisfatto, che si sente così felice da volere condividere con noi anche qualche ora nella sua ‘vera’ vita fuori dall’Italia. Sappiamo bene che quella è la più genuina forma di ringraziamento, il più bel complimento che si possa ricevere, ma in contatti si interrompono immediatamente per il bene del cliente, che non si debba sentire in imbarazzo a ricevere una nostra email o, peggio, una telefonata.

Nel nostro mondo la segretezza, la prudenza e la modestia sono doti tanto necessarie quanto apprezzate. Nel mondo del lusso, una povera parola stragiata da contenuti e aspirazioni laterali di chi ci ruota attorno, il livello di servizio raggiunge lo stato di sublime, e nell’erogarlo, nell’infilarsi nelle problematiche prima che queste diventino, appunto, problemi, noi operatori troviamo la più grande soddisfazione.

Comunemente si lega il concetto di lusso al denaro, ma il costo, la spesa, sono solo un elemento della partitura. Si tratta invece di imparare a manovrare una macchina di precisione, di sviluppare la propria capacità di osservare, ascoltare, capire chi si ha davanti (senza nemmeno vederlo molte volte) fidandosi del proprio istinto e dell’esperienza, sapendo che non c’è margine di errore. Naturalmente chi parte dalla gavetta invece che dal capitale di papà, riesce immensamente meglio in questa piccola nicchia dell’immobiliare, e questo è un altro aspetto che mi è sempre piaciuto del mio lavoro: basta diventare bravi, allenarsi un sacco, per giocare una buona partita.

Ecco, se dovessi descrivere un affitto di lusso in maniera semplice, direi che è una sequenza di sorprese azzeccate inserite in un sequenza di atti piacevoli quanto aspettati. Quello che gli americani chiamano “extra-mile”, il chilometro dopo l’arrivo, è invece quello che conta davvero: la capacità di immaginare e dare quel pezzettino in più, la percezione che diventa azione e l’azione che diventa la realizzazione di un sogno inespresso.

Qui non c’è spazio per la fantasia senza che regole ed etichetta siano applicate alla perfezione. Ad esempio il mio lusso personale di non dovermi vestire come un confetto pur lavorando in un dipartimento così speciale, me lo sono conquistato un successo (e una botta di fortuna) alla volta. Oggi il mio lavoro, e molto di più quello di tutti i miei colleghi, la loro visione, la loro generosità, è riconosciuto, e siamo eccitati che qualcuno conosca il nostro nome, come una bella donna cui si fischia per la strada anche quando è in tuta.

Questo lavoro mi ha portato tantissima gioia e molto dolore, si è portato via quindici anni della mia giovinezza e anche tutto il resto: fidanzati, tempo libero, serenità, leggerezza. Ho percepito il mio primo rimborso spese dopo molti anni di lavoro duro, ogni giorno, tutti i mesi, più di dodici ore al giorno. Ho costruito qualcosa da niente, con l’aiuto di persone molto speciali naturalmente, e questo mi fa sentire felice di me, sempre, comunque vada a finire.

Tante persone odiano i miei clienti, non personalmente ma per quello che rappresentano: una vita di agio, di privilegio, il tenore esistenziale che qualche livoroso vorrebbe per sé ma che non é riuscito a conquistarsi, e che purtroppo detesta vedere realizzato negli altri. Tante volte mi è capitato di vedere sciogliere un’intera esistenza da rivoluzionario davanti al totem di una frequentazione conveniente. Spesso mi capita di vedere un’espressione di ingordigia negli occhi di quelli che si avvicinano a questo mondo pur disprezzandolo, come se ne potessero mangiare un pezzo ed iniziare a cacare moneta: con tutti i secoli che ci separano dall’homo sapiens, stiamo ancora accumulando carcasse per la grotta. Ognuno di noi è troppo ricco per qualcuno e molto povero per qualcun altro: accorgersene fa vivere una vita molto più aggraziata ed auguro questa epifania a chiunque, specialmente a quelli e quelle che misurano il proprio successo dai cavalli della propria macchina.

Nel mio lavoro incontro persone fuori dall’ordinario, donne e uomini che sanno quello di cui uno ha bisogno prima ancora che quell’uno lo capisca, e glielo danno con una grazia tale da rimetterlo in assetto positivo con l’universo intero.

Ho visto persone importanti piangere sotto un arco di rampicante, di notte, respirando un odore che li ha fatti uscire, per un attimo, dall’inferno di una vita dorata vissuta davanti agli occhi di tutti. Ho accompagnato mano nella mano donne bellissime, mentre si levavano le scarpe per strada, di nuovo, dopo trent’anni. Ho consolato amanti e abbracciato bambini soli in mezzo a venti tate. Ho nascosto almeno sessanta bottiglie di vino in posti inenarrabili. Ho visto grandi imprenditori scendere in paese con due Lamborghini e portare i bambini a fare un giro, ho visto due ragazzi di un circolo Arci saltare su una Ferrari bianca e portarsela via per ore, mentre il mio cliente rideva le lacrime di gioia: era a sè stesso che aveva fatto quel regalo, naturalmente, non ai ragazzi. Ho visto un uomo grandioso innamorarsi di una delle mie cuoche, una donna molto viva ed attraente, ma ripartire solo – perché l’amore non si compra.

Siamo esseri strani, che si straziano la vita – me inclusa – per arrivare da qualche parte con un discreto gruzzolo e smettere di lavorare, per poi fare godere qualcun altro del proprio impegno e potere stare in giardino a leggere, con una limonata, sotto un albero.

La laurea, poi, non sono mai riuscita a prenderla.

(Immagine ripresa da “The help: dare you work for the super-rich? – ES Magazine – Life & Style – London Evening Standard”)

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