E’ meglio se vincono i buoni.

Juanita de Paola

Dormono, identici, uno sul divano e una sul tappeto. Lunghi e bianchi, così come i popoli nordici, e con piedi lunghi e fini: credo che l’Inglese si sia riprodotto utilizzandomi, mia figlia sembra il suo clone – eppure ero lì, trenta ore di travaglio e un ascesso. Stanno non-guardando un film assieme e io scrivo, come si conviene ad ogni scoliotico, anche durante il sabato caldo ma grigio. Sono la mia cosa, sono la mia casa, sono tutto di quel poco che ho. Per qualche mese ho creduto che fosse tutto finito, che fosse passato il treno e ci avesse lasciato a terra; poi è successo un miracolo: ho corso fino a farmi cascare i polmoni in terra, il vagone si è staccato dal convoglio e si è fatto raggiungere, il rinculo ha fatto perdere la memoria a tutti e siamo ripartiti sani, scordandoci del passato. Sono rimasti i graffi, certo, ma non mi ricordo da cosa vengono.

La famiglia, dolce prigione in cui un sintomo sconosciuto travolge e sorpassa di misura la vita là fuori, in cui ci si investe delle cose migliori e della spazzatura emotiva; il nucleo delle peggiori fissioni è questo, perchè è il posto deputato alle più alte aspirazioni esistenziali: la gola protetta, la baia nascosta, la pianticella che ce l’ha fatta a sopravvivere alla gelata ma ora non sa dove trovare l’acqua. Là fuori gli scemi, i pazzi, gli inquieti che ti devastano il campo con i loro veleni ed i loro – mai richiesti – consigli. Qui dentro la follia pura, quella assurda dell’amore, che resiste a degli scossoni impensabili. Si diventa vecchi amando, non avrei creduto.

Amo i film americani che parlando delle rivincite finiscono bene. Forse è per questo che provo a viverne uno.

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