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juanita_carafi

Ernesto caro mi è arrivato un dispaccio dalle Filippine. Ma l’ha portato Carmine, che tu ricordi ti rubò una fidanzata a suo tempo e poi te gli rubasti la moglie eppure siete rimasti amici, come solo i maschi riescono a fare dopo essersene combinate di tremende. 

Dice che ti hanno beccato alla frontiera con un pacco di buste di hashish e che rischi la gattabuia. Dice che quando te l’hanno trovate in valigia tu abbia detto ‘fuck’ e, solo molto dopo, tu abbia mostrato segni di certo pentimento – e questo non andrà certo a tuo beneficio di fronte ad uno di quei parrucconi azzeccagarbugli che tu detesti.

Prima di tutto ti volevo rassicurare: in periodi di solitudine assoluta tutti noi abbiamo portato in tasca una busta atroce. Io personalmente ho portato code di serpenti e anche qualche corno d’Africa, che vuoi, qualcosa bisogna fare quando si sente che un terremoto ci sta per inglobare casa, macchina, garage e possessioni tutto assieme. Quando sembra che un torpore si mangi i minuti del giorno e te li renda intossicati, puzzolenti.

Certe volte, non ti nascondo, ho rubato grammi di ribes essiccato solo per vedere se ero viva o morta. Poi, siccome non mi hanno beccato, mi sono sentita in colpa parecchio. Sai (no questo non lo sai perchè sei partito per le Filippine prima che accadesse il miracolo del mio cambiamento) che io mi faccio a fette e che non mi permetterei mai di scriverti in questo momento per te così turbolento se non sentissi di non essere molto diversa, di certo non meno deprecabile per alcune boiate passate, presenti e sicuramente anche future. Sai, no non lo sai e di questo mi dispiace molto, che ho terminato il capitolo delle iperboli e delle bugie e mi sono buttata in un percorso doloroso e salvifico, diventando persona non grata a tutte le cene che ti vengono in mente.

Comunque ti volevo dire che sono andata alla Casa Diplomatica del Buon Diavolo e ho chiesto loro di darti un ottimo avvocato di ufficio – ma non è per questo che ti scrivo. Ti volevo rassicurare: ce la farai ad uscire incolume da questa vicenda dolorosa, sebbene collezionare buste quando si passa dalla frontiera è veramente da cazzoni. Ma tant’è: siamo in buona compagnia, noialtri dementi, non ti preoccupare – siamo miliardi.

E poi ti volevo dire che i segnali inequivocabili della sfiga che ti perseguita vanno ricercati nel passato. Voglio dire, quando cascando da una gabbia vai a finire nella bocca di un coccodrillo, bisogna che tu ti faccia una domanda o due: come sono finito qui. Sarebbe la prima. Come posso uscire di qui. Sarebbe la seconda.

Ma non è nemmeno per questo che ti scrivo alla fine. Ti volevo solo dire che alla lettura del dispaccio ho riso fino alle lacrime, mi è quasi venuta una sincope e c’avevo il fischio in gola, tanto più che sono lontana da tutto e da tutti e me lo sono letto in solitudine beata, pensando alla tua faccia scornacchiata davanti all’ufficiale giudiziario – ma come, un uomo come lei, un collezionista d’arte così famoso in tutto il mondo – e al monte di microeventi dannosi che hanno creato una valanga detestabile che pare rincorrerti da giorni, mesi, anni.

Io non credo che tu sia in fondo al tuo percorso di dolore, anzi, credo che tu sia solo all’inizio, perchè hai voluto saltare tutta la fase propedeutica. Ma ti invito a ripercorrere la tua infanzia e a cercare di perdonare quel padre cui sei diventato così simile. Ti invito a recuperare tutto il dolore che hai messo da parte e riviverlo, distante dalle cose e dalle case, per riaprire un cerchio che hai interrotto senza dare spiegazioni.

Tu pensi di potere abbandonare una casa, ma questa ti rincorre in quella successiva. E quando scappi di nuovo, sono due le case che ti si vengono a installare in camera, in cucina, dovunque. Tu credi che la macchina si rompa per caso e che i fiumi straripino così, senza un motivo, ma io ti dico che la rogna viene al gatto che l’ha sottovalutata e disprezzata. Dileggio all’insegnante che ha predicato mentre razzolava.

Lo spirito di tuo padre, che rubò la Gioconda e provò a rivenderla a voi figli perchè non sapeva dove metterla, è lì nei paraggi che ti perseguita, e lo farà finchè non ti sarai seduto e non gli avrai dato ascolto.

Dovrai trovare il coraggio di dirgli che lo amavi, anche quando ti rubava dal portafogli, e che il danno che ha fatto a tua madre ti ha levato un pezzo di cuore. Solo allora capirai di avere fatto lo stesso e comincerai a venirti incontro.

Stranamente non conosciamo altro che due sistemi: la negazione e la ripetizione. Così pochi riescono a interrompere la catena, Ernesto, e per farlo devono nuotare nel fiume delle parole per ridare loro l’originale significato.

Il punto è, caro mio, che la causa della nostra infelicità sta in qualche punto che per ognuno è diverso e, finchè non l’hai beccato, scoppiato, ripulito, disinfettato, quel bubbone continuerà a produrre veleno ed attirare microbi, virus e roba dannosa.

Ora ti lascio, che ho le mie di medicazioni da portare in fondo. E poi mi devo cambiare le mutande, chè mi sono pisciata addosso.

juanita

50% business, 50% eggs benedict

26 Replies to “Hanno arrestato Ernesto”

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