Fattene uno alla mia salute.

Juanita de Paola

Gli hotel mi sembrano tutti uguali, salvo qualche vecchia gloria newyorkese: apprezzo il design, certo, ma la storia che si studia con un Americano ad un bancone di legno mi interessa di più. Quindi mi eccitano in genere i Four Seasons più di qualche biancone svedese a bassissimo impatto ambientale, dico, ma che sfiga che uno si debba anche fare domande sullo sciacquone, su quante volte sia lecito tirarlo e se la carta igienica sia davvero la causa primaria per l’abbattimento delle foreste.

La prima cosa che faccio entrando in stanza è verificare la qualità dell’impianto stereo poi butto via le toiletries, per fare posto ai miei ammennicoli che mi sanno di casa. Segue ricerca matta e disperata del controllo dell’aria condizionata, che spengo comunque, e posizionamento delle cose in un modo che mi aggrada. Chiamo la reception, avviso che l’indomani ordinerò la colazione in camera e chiedo qual è il termine ultimo per poterlo fare.

Non mi dà noia che si accorgano che sono sola, e che mi dedichino – per pena o per mancia – più attenzione di quella dovuta, purchè nessuno mi parli mentre sto mangiando: spengo il cellulare, abbasso gli occhi, cerco di mettermi di spalle agli uomini soli per non incrociare lo sguardo di nessuno, ordino cose facili di modo che non mi debbano essere spiegate o attirino l’attenzione della sala al loro arrivo e ordino un bicchiere di vino rosso, o bianco, della casa, per non ricevere consigli su un’annata o un’altra.

E’ vero che le possibilità di incontrare qualcuno che si conosce in un hotel su un milione, in qualche posto, è davvero bassa, ma è anche vero che statisticamente le chances aumentano drammaticamente se questa persona non si vuole più vedere, ovvero se c’è stata una frizione di quelle serie.  E così è successo (anche) a me. “Come stai?”, “Mi siedo qui?”, “Ma dopo ho la cena di gala”, “Rimani qui”, “Rimango qui”.

Se ci fosse un timer per le storie che si sa finiranno male, bisognerebbe saperlo regolare al punto della perfezione, quella ultima serata in cui tutto è sospeso per aria come i festoni di una sagra paesana, pronti a cadere sotto la spinta di un venticello che cambia e soffia nemmeno tanto forte, con il rumore dei bicchieri di plastica che rimbalzano qua e là sul tavolino per poi rotolare in terra: un percorso che non si può fermare, oltretutto le cose leggere salterellano molto più efficacemente di quelle pesanti, ed è impossibile intuirne la traiettoria.

Noi l’abbiamo fatto, abbiamo messo un timer con la sveglia, e ne abbiamo rispettato il suono: sapevamo da subito che quella intensità e quella somiglianza sono per le storie da cameriere, come diceva Churchill, quindi abbiamo calcolato ad occhio un delta ti e ci siamo arrivati per difetto. Le poche volte che ci siamo trovati assieme ci siamo vomitati addosso milioni di parole, nulla di serio dico, ma la maniera in cui venivano fuori i racconti era virulento, assordante.

“Non ci posso credere che sei qui”. “Non ci può credere nessuno, anzi, probabilmente non sei qui”. Mentre i colleghi sono andati alla festa con le luci rosa e lo champagne cattivo siamo rimasti al bancone di legno con le luci soffuse, ed un bar tender che oh boy sapeva fare i cocktail come si deve. Siamo rimasti lì, fino alle quattro del mattino, senza nemmeno provare ad infilare la via del corridoio – perchè lì ci stanno le stanze, e dentro ci stanno i letti, e sopra i letti ci stanno quelli come noi che si incontrano per sbaglio, dopo il suono del timer, lontano dalle vite che si sono ritrovati ad amare.

“Due”. “Otto”. “Dieci anni”. “Quattro settimane”. Numeri: sulle mogli, sui nipoti, sull’ultima volta che ci siamo visti, su “quando torni a casa?” e non mi ero mai accorta prima che le conversazioni veramente insidiose sono piene di numeri, e non di aggettivi. Dimmi, quanti numeri mi puoi dare stasera? Perchè non ci mettiamo a risolvere qualche problema di trigonometria, per quel che vale. Tanto tu sai cosa sto pensando e io so cosa stai costruendo, là dentro, in quel cervello perfetto attorno ad un buco immenso, una voragine di tristezza e di cose incompiute: “l’hai guarita poi? “No”. “Ma convieni che tutto questo non sarebbe potuto succedere a Oslo, vero? “Certo, là è tutto bianco, cazzo”.

2 Comments

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