Rotolarsi sotto il lupo più grosso.

Juanita de Paola

Volli un’estate dimostrare di essere in grado di lavorare e mi iscrissi alla Pizzeria più in voga della mia città. La mia uniforme era data da una magliettina bianca a maniche lunghe e una gonnellina nera che mi stavano particolarmente male, con scarpine comode nere, che mi davano un’aria da infelice. Entravo alle quattro del pomeriggio ed uscivo alle due di notte. Mi pagavano duemilacinquecento lire all’ora. Al secondo giorno avevo già capito come fare quadrare i conti fregandomi le mance. Il mio compito era di pulire le dannate oliere, tutte, e i vassoi dei dolci, degli antipasti, delle cose appoggiate sui vassoi, perlappunto, finchè non arrivavano i clienti. Quando il locale era pieno dovevo solo mettere la mia incompetenza a servizio delle emergenze.

C’erano clienti fissi: il maestro, così lo chiamavano, ovvero il capoccia di una compagnia teatrale delle montagne che nessuno ha mai sentito nominare, il dottore, che arrivava con la famiglia e dopo qualche ora con l’amante russa, gli amici del figliodel proprietario, tanta altra gente che lì dentro aveva una collocazione certa nella piccola cittadina. Era affascinante rifare mille volte le stesse cose per una stagione intera: una colossale perdita di tempo che avrebbe potuto velocemente essere eliminata, per lasciare posto a protocolli svelti e più efficaci. Ma tanto questo non interessava e le mie rimostranze furono arginate spostandomi (anche) ai caffè. Più che altro lavavo un sacco di portaceneri, a mano perchè non devono andare dentro le lavastoviglie. Che poi la cenere può sostituire il sapone, ma poco importa.

C’é una gerarchia feroce e ben motivata nei ristoranti: il capo di sala comanda ai comis che obbediscono in silenzio. Mi piace l’autorità quando bene esercitata, e allora mi faceva sentire protetta: sapevo che se avessi rovesciato un piatto lui si sarebbe assunto le responsabilità, ed era per quello che prendeva le mance e io (ufficialmente) no. La sua vice, una donna-donna brutta ma bellissima era un contraltare perfetto; si scambiavano battute sconce per otto ore di fila, c’era una bella atmosfera, sensuale ma innocua. Le facevo pena da una parte e dall’altra avevo ventanni meno di lei, quindi vedevo bene di non recepire nemmeno un complimento dal pizzaiolo, di non dare confidenza agli uomini in generale ma starle dietro come si fa con un maestro, e prendendola in giro per la sua gonna troppo corta, di modo che anche “i maschi” le facessero le battute, che lo notassero.

Resistetti fino a Settembre, portandomi via pizze alle tre del mattino da divorare al parco giochi con i miei amici ancora svegli e il mio fidanzatino. Seguiva nottata bollente, come si conviene ai primi ventanni, con il senso che fosse ancora tutto da fare. Lo stesso senso provato oggi, quando ritirate la analisi finali, quelle definitive, scopro di non avere quella cosaccia, di essere sana. Si gira pagina. Cazzo che gioia, quasi quasi mi concedo un tre puntini di sospensione. Puntini …

1 Comment

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