I bubboni del nostro tempo.

scoppiailbubbone

Quando sono andata in Africa ho dovuto frequentare per un pò di tempo un reparto particolare di malattie che non si nominano volentieri – epatite, aids, tubercolosi e d’altra allegria. Ho fatto i vaccini anti malaria, i richiami e, quando presa dalla maledizione di Montezuma (cagotto), sono andata a verificare di non avere contratto una di queste rogne moderne che non si possono nominare. La sala d’aspetto era piena di persone gialle e devo dire che anche io non era questa belluria. Sapendo di essere sani, però, il passaggio in questi corridoi è lieve, veloce: niente a che vedere con il passo pesante di un malato terminale, se mai uno ha il coraggio di osservarlo.

Gli opuscoli delle sale d’aspetto, specialmente di questi reparti, hanno due effetti contemporanei: terrorizzare e contestualizzare la tua malattia in un’epoca, in un inizio, una fine – la tua. Dovrebbero scriverci Ti senti morire? Non ti preoccupare passa presto (e chiama questo numero), perchè l’effetto placebo ha il suo porco motivo d’esistere. Oppure Ricordati che i miracoli esistono, e non solo in campionato di calcio. Invece ci sono richiami a patologie, sintomi, postumi, degenerazioni, finti incoraggiamenti: Combattere la malattia. Ma io non vorrei combattere, vorrei vincere.

Molte volte infatti è tutta questione di approccio per raggiungere risultati diversi, e non è un mistero che le persone che si lamentano sempre e molto finiscano per vivere un’esistenza misera, che chi si forza a sopportare troppi pesi inutili soffra di schiena e che donne abbandonate o, peggio, che hanno perso i figli finiscano con un tumoraccio di quelli fulminanti. Dico, la malattia, la disfunzione non è una colpa nè tantomeno una punizione, e sicuramente un incoraggiamento può cambiare le carte in tavola e far vincere una mano che era data per persa in partenza.

Eppure io leggevo la vergogna negli occhi di queste persone, come se fossero degli appestati, come se si fossero meritati quello che avevano. Una, un giorno, mi ha detto che non aveva paura della morte, mi ha detto “almeno quando me ne vado mia madre smetterà di essere disperata, con tutto quello che ho fatto“. Poi silenzio, poi altre parole farfugliate: ho capito che questa ragazza ormai senza denti ne ha fatte parecchie, certo, si è bucata, certo ha fatto sesso a pagamento, certo le hanno dato due talenti e non ne ha riportato nemmeno uno, ma l’aids non è una punizione: capita, come le pete rumorose. Nemmeno la peste o il colera erano nemesi, eppure erano così percepite. I bubboni veri, oggi, provano piacere a restare, a farsi vedere. E più neri, marci, sono più si arrossano tutti attorno per farsi vedere meglio. Altro che malaria.

2 Comments

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