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Juanita de Paola vita piccola women

Il retrobottega è dove (si) gode il prosciutto.

Al catering sanno tutto: lo capiscono, anche senza saperlo davvero, da come mangi, da cosa ingurgiti, da come lo ordini e da quello che lasci nel piatto; persino dalla forma degli avanzi.

Gli addetti ai lavori, ma soprattutto quelli che ruotano loro attorno senza avere motivo di esserci, sanno che non c’è nulla di più pietoso che incontrare e lavorare con (per) un idolo di gioventù: tutte le speranze di una vita migliore attraverso il cantante, o la pittrice, o lo scultore, o l’attore, si infrangono al cospetto di questi personaggi, una volta persone, cui tutti dicono di sì. C’è anzi una gara fra quelli che dicono di sì, a dirlo più velocemente, più fortemente, col risultato tetro di una involuzione, una prepotenza accettata e venerata.

Sarà quindi difficile, quando uno di questi gonzi tocca il culo a una truccatrice di diciotto anni o una di queste carovane di carnevale se la rifà con un povero massaggiatore, reo di non averle sottratto la cellulite, che qualcuno degli astanti dica ma ti dai una calmata. Ma ho visto anche di meglio: un ganzone che ha preso a morsi una ragazza e poi si è messo a ridere, senza che nessuno alzasse un dito.

A parte i giudizi e le bacchettonerie, c’è una vendetta per i poveri disgraziati che lavorano con questi animali: il momento in cui il catering ha finito di lavorare. E’ allora che i servi della gleba, stipendiati dai colossi che amministrano i suddetti animali e ne traggono (l’unico) beneficio, si ritrovano assieme ai loro pari, i cuochi, gli chef, la brigata di cucina tutta, e gli assistenti personali, per sputtanare i propri clienti.

E’ in questa ora che precede l’andare a nanna e segue un evento, un concerto, una prima, in cui si fanno i resoconti delle (miserrime) miserie di questi gonzi e carri allegorici che calcano  la scena nazionale e mondiale, discutendo nei dettagli cose schifose e gustosissime come: ma lo sai che ieri era talmente ubriaco che se l’è fatta (la grossa) nelle lenzuola? Lo sai che è salita la madre a cambiarlo e lavarlo? O ancora. Ma lo sai che alla fine della festa si è infilata nella dispensa della villa con il marito della sorella e poi in hotel ha voluto correre tutta la notte nella palestra per smaltire i sei bicchieri di vodka e lime? Rimango sul leggero, ci sono attori che la notte ti raccontano la storia del padre che li ha accarezzati in maniera strana quando erano piccini, senza fare caso se li ascolti, se sei sconvolta, se importa davvero che tu sia lì.

Al catering sanno tutto: lo capiscono, anche senza saperlo davvero, da come mangi, da cosa ingurgiti, da come lo ordini e da quello che lasci nel piatto; persino dalla forma degli avanzi. E dalle righe di cocaina che immancabilmente si ritrovano sui tavoli di vetro, la mattina dopo, vicino ai piatti svuotati alla meno. Cinque minuti prima che arrivino il massaggiatore e la truccatrice.

Di juanita

50% business, 50% eggs benedict

13 risposte su “Il retrobottega è dove (si) gode il prosciutto.”

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ci sono canzoni, film, libri che ci parlano solo per un breve momento perché rispondono unicamente all’esigenza contingente di quel momento (classico esempio la canzone d’amore che pare scritta per noi e lui, terminato il noi e lui come ci chiediamo cosa diavolo abbiamo trovato e in lui e nella canzone).

poi c’è la musica, i libri, gli autori che ci infilano una mano giù per la gola e ci tirano fuori l’anima cosìcché possiamo finalmente guardarla negli occhi e darle del tu. in questo caso io sto molto attenta alla scelta del proprietario della mano che mi faccio mettere addosso.

Curioso quello che dici, prima di tutto perchè lo dici così bene che mi fai vacillare sulle mie posizioni. E poi perchè io ho fatto il percorso opposto: ho amato l’uomo Pirandello ed odiato i suoi libri, eppure li ho comprati, qualcuno, per onorare l’autore. Avrò letto dieci pagine in tutto. Da qualche anno ho deciso che chi scrive, fotografa, canta, suona, mettici quello che ti pare, è un veicolo punto e basta: non mi importa cosa fa, anzi, vorrei non saperlo proprio, purchè mi accenda qualche lampadina. Eppure leggo quello che scrivi e mi par d’essere andata indietro.

Anni fa avevo un’idea diversa: io acquisto la musica, il libro, il film, acquisto l’opera non l’autore. Adesso ho cambiato idea acquisto, anzi porto in casa mia, nella mia vita, anche l’autore, la sua visione del mondo, la sua umanità. Se nel suo essere persona si rivela qualcuno che non vorrei neanche incrociare casualmente per strada, allora anche il resto perde parte del piacere ma soprattutto del significato e dell’influenza che può avere sulle mie giornate. Se scoprissi, per esempio, che Jack White è uno di quelli che allunga le mani, non potrei più ascoltare la sua musica.

Mi ricordo certi vini, nel retrobottega, mentre osservavamo di nascosto i ricchi che banchettavano. E le aragoste. Ne avanzavano vassoi interi.
E lo sguardo di disapprovazione dei vecchi camerieri eleganti che guardavano i giovani ricchi cafoni mentre dimenavano il culo in balli volgari.

E i tavoli smontati alle tre di notte, torte sacher enormi piegate come polistirolo e infilate in sacchi neri della spazzatura, soste ai bordi delle strade per dormire un po’sui camion, incapaci di tenere gli occhi aperti dopo i turni massacranti.

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