Il senso della vita.

A noi teorizzatori senza licenza la vita riserva generalmente un percorso nè troppo al sole, nè troppo all’ombra, non scosceso e non piatto. Si arriva verso i cinquanta con qualche storiella che ora fa ridere, ma che quando ci è capitata ci ha messo in ginocchio, sperando che un giorno qualcosaltro succeda, che so, un rapimento, una rapina, un terremoto che costringe tutti a chiudere gli uffici, o che si torni (finalmente) al baratto, per cui se uno non sa fare nulla di pratico muore di fame. In questa specie di equilibrio forzato troviamo occasioni di gioia comune e ho avuto modo di constatare che siamo molti e molto simili, mi sento in un gruppo nutrito insomma. Siamo quelle che i servizi di moda li guardano sui giornali senza capire a cosa servano, chè la crema viso al faggio da cento euro la bottiglietta non la intuiscono, che fanno l’aperitivo ma se ne vergognano; quelli che un buco nella camicia non è questa tragedia, se non fosse che poi tutti pensano che tu sia un lazzerone e la moglie una sudicia.

A noi ci capita di scuotere la testa a certe notizie, tipo il Mario che se n’è scappato con una ballerina di lap dance (non ho scritto russa, vedi Elena, sto migliorando) o la Maria che si è fatta il peeling al laser e ci ha rimesso un occhio, ma chi se ne frega, in compenso non ha più la barba. Ci scappa un sorriso perchè sappiamo che sono tentativi anche goffi di recuperare quello a cui molti di noi non hanno più diritto: scelta libera, adolescenza, idee vaghe. Guardiamo a questi colleghi, umani, in cerca di nuovi stimoli o di surrogati della macchina del tempo con lo stesso affetto con cui si guarda al figlio meno intelligente ma più simpatico, invidiandone un pochino lo slancio, ma sapendo che l’atterraggio – per loro –  sarà sempre più doloroso.

Poi un giorno uno dei “nostri” torna con i capelli platinati, e c’è da crederci che se ne vedranno delle belle. Io intanto allestisco il materasso per l’atterraggio, prevedo un osso sacro fratturato.