Levate gli aggetti, vi prego.

Juanita de Paola

Non sarei una buona intervistatrice perchè entro in contatto con chi mi sta davanti in pochi secondi, provando sentimenti di compassione che mi impediscono di comportarmi, dire e brigare come in realtà vorrei. E’ una dotazione che non ho richiesto, mind this, e ci devo fare i conti. Maestro numero tre mi ha detto che non ho personalità, che quindi faccio bene a stare alle vendite, o al marketing o al bancone – qualunque sarà il tuo mestiere stai dai clienti e non dai fornitori – perchè sono duttile come il pongo. Il gene diventa imbarazzante quando mi trovo davanti a persone che mi somigliano, senza grande personalità: divento muta. A ore. Così è successo poco tempo fa, con l’attrice che sogna di mangiare le brioches ma è vegana, perchè la pelle diventa lucente e si fa fatica ad ingrassare.

Ci siamo sedute al tavolo al mattino perchè sono stata lasciata con l’incarico di farle delle domande, che avrebbero fatto da antipasto alla tiritèra vera, l’intervista per il giornale con le donnine in costume – coprimi, perfavore, sono in ritardo. Mi ha sorriso largamente, con quei bei denti bianchi che oggi rappresentano un discrimine sociale più del cibo a tavola. Le ho sorriso modestamente, perchè ho un canino di latte e ho paura che tutti se ne accorgano, che ridano di me. Mi ha guardato negli occhi e io ho ricambiato strizzando tutte le rughe possibili, per farla sentire a suo agio – dovrebbero riscrivere un galateo emotivo che inizia con quando vai a trovare un’amica che è ingrassata vestiti larga e a strati. Oppure. Quando vai a trovare un amico che ha perso il lavoro, vai con i capelli unti, i vestiti rotti e cerca di avere una cattiva notizia da giocare al momento opportuno. Non inventare. Se non ce l’hai procuratela.

Hanno portato la colazione, con panini al latte, col prosciutto, le uova e tutto quello che una persona dovrebbe poter mangiare ogni secondo. Mi sono abboffata su ogni pezzo, almeno due volte; ho persino spalmato la marmellata all’arancia, che mi fa schifo, sul pane toscano del giorno prima. Riscaldato, sia chiaro. Il tutto per giustificare col suono delle mandibole il vuoto afasico che mi ha colpito; ma soprattutto per acquietare i miei pensieri: tu, non hai senso. Sei inutile dal vivo. Sei insignificante. Hai fatto solo film orrendi. Perchè sono qui. Perchè non posso fare colazione per conto mio. Vi odio. Mi odio.

La sua amica è sbucata come un brufolo al mattino, provocando in me un moto di felicità improvvisa: buongiorno, ho esclamato felice, e con la bocca ancora piena di roba. Ho ordinato un cappuccino, perchè odio il caffellatte tiepido dentro quei termos d’argento. Si è seduta davanti a me, probabilmente sperando di ottenere qualche domanda anche lei. Vi piace qui? Si sono accavallate le loro voci, erano entusiaste. E’ la prima volta che venite? (Sparatemi?). No, siamo state a Venezia, a Roma, a Positano, a Sardegna e così via. Ah. (Cazzo). (Cazzo). (Cazzo).

Arriva qualcosa. Grazie Signore.

“So che l’eredità dei tuoi film, di sex symbol dei giovanissimi, ti ha provocato non pochi problemi. (Ah si? Lo so?). Non hai voglia di  un’evoluzione drammatica? Non vorresti un ruolo anche torbido ma più adulto, magari imbruttente, perchè no, ma sensuale come solo un corpo difettato sa essere?”. Il punto è questo: non ho la più pallida idea di come tu ti sia sentita dopo quella masnada di film che io personalmente non ho guardato – ma che mi ripropongo un giorno di acquistare sulla pay-tv, certo, per quelle domeniche tristi in cui l’autosabotaggio mentale è l’unica via di salvezza. So però che ogni donna trema di gioia quando qualcuno le dà un’occasione di tirare fuori il suo dolore, la storia triste, la filosofia della uallera estesa alla dieta. Lo so bene perchè anche io sono una donna, già!, me l’ero dimenticato.

Parte in quinta, la mia amica, con la tragedia in sette atti del successo, dell’immagine inquadrata in quel personaggio che le ha dato la notorietà, avviluppandosi sul futuro (che non esiste) come l’unica via di fuga dall’attuale stato di persona molto famosa che non può più fare films – la famiglia castra anche quelle che vivono sui giornali. Le dinamiche del senso di colpa si trovano anche lì, insomma. Mi racconta di quando non poteva uscire di casa e poi, all’improvviso, è stata sostitutita dalla prossima sè stessa con dieci anni di meno ed è rimasta lì, come un fesso. Ora può andare dovunque e non sa più dove andare.

La lascio andare a ruota libera perchè mi è giunto un messaggino, sto arrivando, resisti. Finisco di spazzolare tutto, compreso il secondo cappuccino. Mi si siede davanti una signora famosa che non riconosco, eppure so che è nota anche lei. Ora sono in tre davanti a me che non mangiano mentre io mi ficco roba in gola. Vi prego portate via le forchettine e i cucchiaini, ho paura di me stessa. Arriva il collega, l’Inglese, stringe mani ed è splendido, luccicante come i soldini di cioccolata. Ordina un succo di pompelmo e guarda schifato il tavolino coperto di avanzi e fazzoletti lerci. Tutto mio, my dear. Mi congedo coperta di briciole, convinta di avere fatto una grande domanda e anche di ricordarmi la di lei risposta – ma non è così. Come per la trama dei cartoni animati è tutto andato. Rimane la sensazione di avere condiviso per un attimo le nostre tragedie simili: un nulla che intervista un nulla.

4 Comments

  • November 16, 2011

    Juanita de Paola

    Sconnessa, he he, ai pappacuorni non fare sapere come ci sta bene la nutella nel forno a microonde e lo zucchero a velo, una volta fuori.

  • November 16, 2011

    Juanita de Paola

    Diciamo la stessa cosa. Io, piegandomi di natura, sono perfetta per i mocassino. Con un’unica differenza: non possiedo filtri e divento pazza da un secondo all’altro, ovvero se mi accorgo che mi parlano per non farmi capire metto le mani addosso. Ecco perchè il mio esercizio è chiuso al pubblico.

  • November 16, 2011

    Jack3Mani

    ilarità anche per me, nel senso delle risate, non che la personaggia si chiama “ilarità”…
    comunque io ho indovinato di chi si tratta…
    mi sconvogle però questa tua :”Maestro numero tre mi ha detto che non ho personalità, che quindi faccio bene a stare alle vendite, o al marketing o al bancone – qualunque sarà il tuo mestiere stai dai clienti e non dai fornitori ”
    ma come ? io ho sempre scansato il commerciale proprio per mancanza di personalità, di verve come si dice; porca troia tutte le volte che mi sono trovato al commerciale sono stato letteralmente travolto dall’ energia di quei pescetti “macchinalucida-scarpinallacciatstretta-cellularesuonante”. Mi difendevo facendo finta di non capire quello che dicevano, poi rispondevo “scusa ma non sono un cliente, mi dovresti parlare in italiano …”
    forse, però, l’ambiente lavorativo (tessile pratese-paura) dove galleggiavo io era un po’ più efferato…

  • November 16, 2011

    sconnessa

    OMG! Appena mi riprendo dalle risate che mi stanno scuotendo fragorosamente riesco a commentare…
    1- “Qualunque sia il tuo mestiere stai dai clienti e non dai fornitori”. Credo che siano due categorie ontologiche distinte. Come gli account e i creativi, come i commerciali e i tecnici…
    2- “Il Galateo Moderno” – figo, potresti approfondire in un post 🙂
    3- “Vi prego portate via le forchettine e i cucchiaini, ho paura di me stessa”. Io lo penso anche quando scovo in casa una dimenticata confezione di popcorn da fare al microonde, che contiene 3 pacchetti 3. Mi sento proprio così. Impaurita.
    4- Ti prego: dacci un indizio. Chi é?
    🙂
    Sconnessa