La gita della parrocchia.

Juanita de Paola

La gita della parrocchia è la prima, grande occasione per fare sesso. Ovvero: baciarsi (forse e male), dormire in camerette contigue ma separate dalla cortina di ferro e violenza delle suore, mettersi le gonne che a casa non ti fanno indossare, bruciare la maglietta della salute, usare il rosario in maniera puramente decorativa. Teatro delle crudeltà più animali che delle donne riescano a perpetrarsi, la gita sociale elevata a fuga cattolica rappresenta la prima grande dismorfia emotiva nella storia di ognuno di noi, fortunato, che è stato educato ad una qualche religione: anche i cavedani diventano attraenti, per la legge del chi si contenta gode.

Ad esempio Mauro, uomo di assoluta irrilevanza genetica, diventa carino con la sua chitarra notturna, là nel chiostro sotto lo sguardo attento di Suor Tordello, che senza velo sembra Kojak, solo meno femminile. Emanuela, ottanta chili di seno e sedere, vitino di vespa, improponibile ad alcun adolescente che si rispetti, all’improvviso diventa irresistibile: quelle protuberanze sono simpatiche, ecco, forse serviranno a qualcosa. Tiziana, un logaritmo in base n di 1 grammo di cervello, ha portato i trucchi per tutte: lilla, porpora coi brillantini, gloss con le stelline e, maraviglia, lo smalto bicolore.

Mentre le racchie nane si imperticano, che orrore, hai visto Emanuela che ha dato confidenza a quei due muratori! – e poi al fantino della carrozza, e poi al controllore del treno, e poi a quelli della gita parrocchiale “preghiere a schiovere” di Ravenna, e poi al giostraio rumeno, e poi alle guardie svizzere del Vaticano – che comportamento infantile, che vergogna, ma poi in una gita di frati tutti alti, biondi e con le spalle possenti! E iniziano i dispacci via sms, quella è andata con quella, quella fa i mugoloni, lui è frogio, e altre leggerezze di stile.

Il pullmann conforta l’animo nel momento migliore della gita parrocchiale, giacchè solo seduti nel gran turismo Lazzi (versione Chewingum) si possono riposare le membra cui stano attentando i mujaidin del Signore: suorine di novantanni e frati di seicento chili in grado di sopportare cento chilometri di pellegrinaggio senza colpo ferire, in grado di mangiare, camminando, sedici tramezzini al tonno e gamberetti, assolutamente immuni alla sete e ombra-repellenti. Sul macchinone sempre troppo freddo o troppo caldo si dorme, coperti solo del proprio alone ascellare: liquido, gommoso.

La mia gita preferita è stata a Loppiano, un centro per disfunzioni mentali declinate a religione, dove persone che hanno abbandonato il loro lavoro senza dare nessun preavviso hanno costituito una comune hippie dove si canta e disegna dalla mattina alla sera, e tutti i nomignoli finoscon in “ino”. Il centro produce artigianato e inquinamento acustico, le persone (ti) sorridono come dopo una leccata di LSD. Invitati ad osservarne e, eventualmente abbracciarne, la vita in cattività, ci siamo trovati a fare giochi mimati, preghiere mimate, danze mimate per circa dodici ore. Al termine delle quali si decise di iniziare il provvido allontanamento dalla religione praticata dagli altri, unico sistema per mantenere un certo dialogo con il buon Gesù.

A Loppiano c’era un bambino che era alto e biondo, che stava davanti alla porta del bagno. E siccome a me sono sempre garbati i biondi gli stavo davanti, dall’alto del mio metro e trentotto, sessanta, settanta, ottanta di misure vitali, e lo guardavo con la stessa intenzione di Poldo e l’hamburger. Lui era del nord, lo sapevo, e siccome il mio grande amore Edoardo era andato via da me per trasferirsi con i suoi (maledetti) genitori a Milano, sentivo un’affinità elettiva. Il bambino era decisamente attraente, e volevo solo che si mettesse con me per qualche ora, mica cose stratosferiche. Per attirare entrai dentro il bagno, feci la pipì, mi lavai le mani come m’aveva insegnato la mamma e uscii. Fu un moto improvviso. Lo schizzai. Tutti pensarono fosse pipì, anche se io non sono un maschio, ma venne in mente persino a me.

Scappai, mi infilai con gli occhi gonfi di dolore dentro un gruppo di coordinamento braccia a forma di albero, mi stampai un sorriso largo così e iniziai a saltellare e cantare come quegli altri, in seguito alla colossale figura di pece da dimenticare. Ecco, aveva funzionato: ero diventata una brava cattolica.