La mano, per il tango, si tiene qui. Metti la mano qui.

Juanita

Due uomini che parlano dei loro sogni traditi, delle loro aspettative che non invecchiano con loro, leggono la gazzetta assieme al bar del cocainomane e non hanno nulla da invidiare ai pescatori di Key West. L’effetto detonante di un amore che si è trasformato in matrimonio e poi in famiglia che esce la domenica al ristorante si respira dalle loro poche parole, macinate a forza, che ci devono essere per mantenere viva l’impressione di essere assieme, di essere lì. Non ce n’è bisogno, ma siamo abituati così. Amen. Si accorgono che sto ascoltando e abbassano la voce, solo che non riescono a spengere gli occhi – quelli mi bastano, per capire come una persona si muove, come mangia, come fa l’amore, cosa fa e soprattutto cosa vorrebbe fare.

Dietro il ventaglino colore verde della festa familiare, si nascondono le lacrime dei ragazzi che hanno sottostimato il potere di un disco malinconico, che pensavano che un bel lavoro, una bella auto, una casa che funziona bastassero a placare il demone dell’eroe: erroraccio, che porta all’acquisto di un’auto più grossa, in genere, o al tumore della prostata. Questo si richiede agli uomini: di fermarsi quanto basta e ripartire per la prossima avventura, tenendo anima e cuore legati a noi nella mandata d’acciaio della lontananza. Invece ce li ritroviamo seduti in casa con i documentari che scorrono e lo sguardo inebetito di chi si è scordato di dare l’esame di maturità. Non capiscono, loro, che nostro compito è di trattenerli per la giacca, il loro è di non farsi imbrigliare: non glielo insegna più nessuno, non ci sono i casini con le puttane vecchie e grasse e generose, non ci sono le madri di maschio votate a crescere uomini – piuttosto templari di edipo, produttrici di fuchi. Silenzio, i due non sono felici di essere cresciuti, non hanno capito come funziona. Come ci sono arrivati.

Nella bocca delle quattro donne qui vicino, invece, i lamenti che oscurano le gote rosa, la tiritera volgare che trasforma la creatura magnifica nel cinghiale di città. Donne che parlano di niente, che sono felicemente disperate: non amano, altrimenti starebbero in silenzio. Altrimenti andrebbero a casa ad aspettare il marinaio che torna crogiolandosi nell’ansia, che le consola delle braccia molli e vuole fare l’amore persino con loro. Invece sorridono e scoreggiano dalla bocca, cercando le cose in borsa, inviando messaggini, organizzando la serata di danza e di cena autopagata, calcolando il parrucchiere senza vergognarsene, parlando di depilazione. Mi manca il paravento della confessione, la frase sussurrata, la giusta vergogna che prepara il posto al peccato salvifico, al rossore, all’incertezza.

Da quando la musica è in mano agli adolescenti, capisco che è impossibile vivere un sano tormento d’amore accendendo la radio. Di fatto, da quando Justin Bibier ha elaborato il suo primo pensiero erotico, abbiamo deciso in parecchi di rifugiarci nel passatismo – ho delegato quindi a Cesaria la gestione emozionale dei miei (pochissimi) tormenti del cuore. Credo che non esista sentimento vero prima dei settanta, credo che prima dei cinquanta sia inutile sapere suonare la chitarra classica, e che fino a ventanni si dovrebbe percepire una pensione di invalidità mentale. Non ci si imbatte ogni giorno in una melodia salvifica, questo è vero, ma i tormenti d’amore di un teen ager dai tratti efebici riesco a patirlo solo se Zeffirelli, solo se Giulietta e Romeo, solo se ho del gelato in freezer.

Sono stata tradita così tante volte senza (quasi) mai tradire di fatto, da avere conquistato il diritto alle canzoni d’amore cubane. Non ho mai urlato, ho solo cercato di fare male, di tirare i capelli e graffiare la schiena, di piangere in modo da rimanere carina: mi fregio di essere una delle donne che rimbelliscono con le lacrime, e questo richiede la capacità di accettare il dolore come parte della vita eroica, come il lato necessario dell’amore infinito, incommensurabile, che deve finire per lasciarci vivere in pace. Non consumo, nemmeno quando mi innamoro, per paura di diventare carne regolare, un’altra buca fra cosce tornite. Oggi, mettendo Silencio nel giradischi, credo di avere conquistato il diritto di poterla ascoltare molte volte. Vivo una vita eroica, come i matti. Anzi, come le matte.

14 Comments

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    Mi permetto di rispondere al primo pezzo che ritrae una realtà direi normale, banale, usuale; fin qui va tutto bene, quello che manca è un pensiero innovativo su come uscire da situazioni incancrenite senza ferire troppo chi ti sta vicino… i figli per esempio. Ecco il baratro, come in politica,si dice male di Berlusconi, di quello che fa e di quello, soprattutto, che non fa, si osserva la devastante reazione dei disperati ma, e dico ma, non si indica “bomba liberi tutti”, non si indica un nuovo modo, un agire diverso… un tipo nuovo di vita migliorata nella sua essenza.
    Vuoi saper perchè, lo vuoi sapere veramente? Non esiste! In quel momento, in quella situazione, di fronte all’imponderabile, qualunque cosa si facci o si dica non è piacevole e qualcuno perde e soffre sempre! Accettiamo, comprendiamo, soffriamo , perdoniamo. Sono le uniche cose che un pò ci differenziano da chi ha solo il coltello puntato o la memoria triste.

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