La mia macchina da scrivere.

Bloccata sui monti non (stavolta) per piacere, sono stata chiamata a fare quello che ormai potrebbe diventare un secondo lavoro: io sono colei che porta internet agli inglesi. Uno straniero in Italia, passati i primi mesi di idillio in cui il postino che passa ogni due mesi è *un filosofo*, si trova a fare i conti con i cd autoistallanti di Alice – mai nome commerciale fu più significante – e l’assistenza dei laureati in fisica nucleare del custom service Telecom, che sanno tutto sugli ioni, ma di PPP e cazzi vari si intendono poco.

Quindi si è sparsa la voce che c’è questa donna che arriva di tanto in tanto, parla Inglese e “sa mettere internet e far funzionare il fax”, e mi lasciano i dispacci dovunque ci sia cibo e vino, perchè sanno che ci passerò.

Ora, che sto aspettando che quest’uomo porti il suo computer – come le mamme portano in collo per chilometri i bambini a vaccinarsi – qui a guardarlo (mi attribuiscono doti taumaturgico elettroniche), sono bloccata con una rivista di moda e sto per tentare il suicidio.

Ecco, se fossi cattiva e se dovessi essere punita, mi ritroverei in un posto dove il mio tempo dipende dagli altri e nella sala d’aspetto ci sono solo giornali di moda.

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