Pazienza della groupie

baccanale

La fan appassionata dell’amico del mio amico lo aspetta seduta al bar, nella hall dell’hotel Impraticabile: una camera semplice mille euro, un bar nascosto dietro specchi neri, un bagno introvabile, un listino mistificatore dove il succo di albicocca diventa ‘spremuta di polpa in aroma di frutta fresca’ e costa almeno venti euro.

Lavoro nel lusso, ma non mi sono mai abituata al lessico idiota dei resort a cinque stelle – sarà colpa del liceo classico o forse i direttori marketing non riescono a produrre nomi semplici per cose semplici.

La fan aspetta il mio amico in seconda battuta perchè oggi faranno sesso di quello sfrenato e protetto, come sempre quando si vedono. Lui questo fa nella vita, quando non è sul palco o su un grande schermo: si rotola con le donne nelle camere degli hotel Impraticabili di tutto il mondo.

Non è che qualcuno me lo dice, guarda, quella lì. Le riconosco perchè si acconciano un pochino tutte alla stessa maniera e si somigliano: ci sono tre, massimo quattro fenotipi di ‘fans speciali’, quelle che hanno accesso ad un backstage intimo.

Comunque arrivano bottiglie di champagne, vino bianco per me ma solo dopo le 19, stuzzichini di salvia e basilico: le cose piovono di continuo sul tavolino troppo basso. Qualche oggetto si ferma al tavolo delle signorine, gentilmente offerto da ‘noi’ – laddove non esiste nessun ‘noi’, ma una congregazione di gente che si trova lì con lo stesso intento programmatico di un atomo di ossigeno con due di idrogeno quando fanno l’acqua – che ci guardano allupate.

Anche io sono oggetto di studio: tutto quello che può avvicinarne una alla stanza dell’attore è fattibile. Mi tengo questa opzione per quando le carni pendule avranno preso il sopravvento sul lavoro del mio angelo inglese, quello che mi inietta e mi spiana.

I pomodori sono deliziosi, immagino che siano di qualche contadino nei paraggi, ignaro del fatto che i suoi pachino decuplichino il loro valore nel viaggio dalla sua fattoria all’Hotel Impraticabile. Me ne mangio a sfare, nervosa e quindi famelica, dal pomeriggio alla notte, procurandomi spasmi ed aerofagia la sera, una pancia gonfia che è la mia maledizione, rotonda, quasi fosforescente. Più mi appero (divento pera), più mi sformo – mio Dio, mi sto sformando di minuto in minuto – più queste ragazze e donne diventano glowing, splendenti: il desiderio della camera fa loro perdere un chilo al minuto.

Non c’è nessuna di quelle camere per me, ma una stanzetta mesta in un altro posto, dove alzarsi e non dovere salutare nessuno. Non che mi impegni nella grande avventura della socialità sorridente, c’è da dire, anzi, me ne duole di essere come sono: scostante. Nel senso di persona che si scosta dalle cose e dalle persone facendo fare a loro il primo passo.

L’amico dell’amico ha scelto la sua concubina, le altre pagano il conto e se ne vanno (probabilmente). Avrei scommesso su tutte meno che su questa, un pò sciancata, con la faccia da mamma dopo i panni. “Una diavola”, ci informa Coso la mattina dopo, con la faccia tumefatta. E chi l’avrebbe detto.

1 Comment

  • September 3, 2013

    Gamba

    Trovo molte affinità fra il tuo modo di raccontare e quello che scrive Tea Hacic-Vlahovic.
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