La prima volta.

Juanita

Kate Moss non accenna a perdere un colpo e quando la guardo sento una fitta di invidia pura. Le mie labbra si assottigliano come l’energia per uscire il venerdì sera. Andare a comprare le verdure in piazza della Sala in un pomeriggio, così, non programmato, è diventata un’avventura: ho subito una lobotomia? No. Sono diventata mamma. Programmo tutto con anticipo, io che non ho mai fatto una valigia la sera prima di partire per viaggi ciclopici: il succo di frutta nella borsa, di modo che fra scuola e danza ci sia una pausa liquida, un cambio sempre dietro tante le volte la piccina si facesse qualcosa addosso, salviette pulisci tutto, fazzolettini, crackers all’uranio impoverito che durano dodici anni per placare fami improvvise. Le canzoni che piacciono a lei, perchè le mie le fanno (già) schifo.

So a menadito quanti soldi ho dovunque. Quella che chiede l’estratto conto in banca perchè si sente in colpa, fa finta di guardarlo incrociando gli occhi e poi con faccia pseudo rasserenata chiede cinquanta euro all’ometto sono io, cinque anni fa. E’ impressionante: so gli spiccioli, so quelli grossi, so quelli che non si possono toccare ma poi si toccano, so quelli nella banca del fidanzato e anche quelli della società. So quelli sparsi in borsa. So tutto. Ergo la spesa folle, che so, la borsa colore viola in nappa di topo, non la posso più fare, perchè mi appare vivido davanti un maxi foglio di excell in 3d, all’interno del quale vedo le entrate, le uscite, gli arrivi e le partenze presunte, il gruzzolo per le emergenze, il budget della spesa e quello per gli aerei. Impossibile. Nella conoscenza, dunque, sta il segreto di un livello soddisfacente di frigidità esistenziale.

In questi giorni beati di malattia, settantadue ore senza telefono, senza famiglia, sola con i conati del vomito e un’emicrania che mi avrebbe distolto da un parto naturale, sono rinata. La pace, profonda, di una dormita necessaria. Il resto della famiglia che ti si stringe attorno e fa in modo che tu non senta pio, che nessuno transiti nella tua stanza, che suoni si propaghino a meno che non strettamente necessari, ovvero “come stai?”; “vuoi ancora tea?”; “prendi queste, ti faranno dormire”. Ho ripercorso le tappe fondamentali della mia vita in un dormiveglia convulso e caldo: la prima volta in cui mi sono resa conto di cosa avrei potuto combinare e non l’ho fatto, la prima volta che ho provato a buttarmi dall’alto e ho volato come un gabbiano in un sogno tremendo, la prima volta che ho sognato la casona verde che ricorre nei miei incubi da quando sono piccola, la prima volta che ho smesso di avere paura che la piccina morisse durante la notte. La prima volta che mi sono sentita di nuovo donna dopo l’esperienza animale del parto, e che mi sono rimessa un vestitino con delle forme. La prima volta che ho capito di essere stata molto fortunata, e molto amata.

Mi sono alzata, tremula sulle gambe, con la voglia di uscire e farmi corteggiare a cena per ore. Purtroppo l’inglese è lontano e questo non mi è dato. Ma è lo stesso: l’importante è sapere di potere, qualche volta, più che l’esecuzione in è per sè. Ho passato ore a strusciarmi i piedi uno contro l’altro sotto la coperta di pile, come fanno i gatti, e a non pensare assolutamente a niente; ho anche letto fumetti, ancora incellofanati dopo anni dal loro acquisto, giornali che mi erano passati indifferenti, bevuto litri di succo di frutta. Ho fatto il pollo lesso col brodino consolatorio. Ho fatto un bagno caldissimo che mi ha fatto arrossare le vene in faccia. Poi mi sono chiesta se nella vita mi sarà possibile avere due giorni di pura rilassatezza solo quando sono debilitata o in preda a un virus violento. La risposta è probabilmente sì.

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