La santa benedizione.

Il pater nostrum è sempre stata la mia preghiera preferita. Prima di tutto per il tono: moderato, modesto, familiare. Dice “dacci il pane, e noi stiamo bravi”. Non amavo l’atto di dolore, per esempio: solo il nome fa venire un angoscia terribile.

All’oratorio si giocava più che pregare, e ci si baciava più che giocare; l’unico luogo dove si poteva divertirsi di più erano gli Scouts, ma mia madre non mi ci mandò in seguito a una brutta storia di mutande usate scambiate, per cui la Rosella era rimasta incinta – diceva Giacomo, che l’aveva detto alla Vale, che l’aveva chiesto a me perchè sono figlia di dottore e queste cose le so.

Fra i doveri delle donne organizzare la lotteria di beneficienza, ovvero provare a rivendere i centrini gialli delle beghine della Caritas ad altre beghine; ai maschi la gioia di tosare l’erba e accompagnare il frate (Frà Forfora o Don Alito Di Cane) nei giri della benedizione delle case, pratica in cui negli anni ottanta si tiravano su sette o ottocentomilalire al giorno.

Marzo 2010. Il frate dispensa forfora e benedizioni alle cinque amiche riunite per la pizza delle quattro. Dopo l’offerta lascia un libretto la cui grafica da sola è in grado di interrompere ogni sentir di fede. L’opuscolo sembra quello della Torre di Guardia, il mezzo di comunicazione di quei signori che ti suonano la domenica mattina per convincerti che Gesu’ geppiù, ma c’è Geova.

Naviga la casa seguito dall’odore di canfora, noto che non ci sono chierichietti: ma povero diavolo, ma possibile che non ci siano ragazzini che si offrono di accompagnare un povero vecchio? Sarà l’onda della pedofilia oppure le mamme dei maschi non fanno più il loro dovere?

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