La zona rossa.

Juanita de Paola

Quando ho incontrato l’inglese ha iniziato a nevicare su Vellano, e siamo rimasti chiusi per due mesi in una casa enorme con molte bottiglie di vino e poco altro. Ad un certo punto questa neve surreale, come quella dell’Eternauta, ci ha incastrato dentro casa, senza sigarette e senza diavolina per accendere il camino, per cui abbiamo cominciato a dare fuoco a tutto, anche i libri. Quello che però bruciava di più non stava in salotto, mettiamola così, ma al piano superiore, dove sembrava che tutto quello che rimaneva fuori fosse inutile. Dannoso. Ricordo la percezione di pienezza, prima di tutto: non ero lì con un altra persona, piuttosto mi ero ricongiunta ad una parte di me che qualcuno aveva rapito.

In particolare ricordo anche il desiderio di mangiarmi la sua faccia, ci pensavo davvero, per cercare di placare quel senso di incompletezza che il solo baciare mi dava. Ci sarebbe stato da prendere un coltello e affettare, mangiare, per sentirsi sazi. La meraviglia di quella sensazione è stata esplosiva, come un trigger per un matto: non ci potevo credere, non era possibile, era successo a me che deprecavo le espressioni d’amore pubbliche e che non riuscivo a toccare le persone. Ero diventata una regina indiana, un tempio dalle mille braccia, una santona con un pulsante di accensione che sprigionava caldo. E poi c’era lui, che ogni minuto assumeva una faccia diversa: la mia.

Mi guardavo allo specchio su una superficie non riflettente, su di lui, ed era un bel vedere. Al punto che dopo poche notti sapevo che non ci sarebbe stato scampo: mi ero ritirata in un paesino di vecchi per rimanere in compagnia di me stessa, finalmente, e vivere nell’egoismo più scellerato, ma mi avevano mandato un troiano. E c’ero caduta. Tutto accadde in poche ore, perfino la partenza per andare a trovare i suoi genitori che non vedeva da dieci anni e passa, questa è la mia fidanzata, ci sposeremo – e ancora non sapevo nemmeno quanti anni aveva, se era nato in America o in Inghilterra e tante altre cose, inclusa la religione di appartenenza, if any.

Non c’era scampo, potevo solo assecondare il flusso maledetto. Lo odiavo quell’uomo strano, a minuti, eppure sapevo che lì finiva il gioco e iniziava il valzer. C’erano e ci sono così tante altre cose che non so, ma una mi è sempre più chiara: devo tenere salva la mia zona rossa, quella stanza dove due vuole dire uno, che ho trascurato, lasciato da parte – chissà perchè. Forse perchè dentro le donne c’è un rancore ancestrale verso chi le ferma, chi le “blocca” a un certo punto. Forse perchè avere dei figli smonta anche il più grande degli eroi. Forse, semplicemente, perchè capita, e non ci si può fare nulla se non combattere. Daltronde l’amore, quello sbagliato, quello che dura, è il finale della ricerca con la r maiuscola, la ricerca che porta al proprio completamento mediante qualcunaltro, e l’inizio del viaggio. Sempre con la maiuscola.

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