Le cose dell’amore

Ho pensato alle cose dell’amore, a come si trovano nei posti dove non avevo desiderio di andare: nella troppa confidenza che viene dalla conoscenza, nella paura di perdere le persone care, nella pelle del mio viso che brucia dal desiderio di ricongiungersi a quella del mio collo – un millimetro alla volta ci riuscirà.

Ho imparato che le persone non fanno quello che gli altri si aspettano, ma quello che gli riesce. Ho imparato anche che non c’è nulla da fare a riguardo, se non ascoltare come se non si avesse nulla di importante da dire, nulla da insegnare, con la stessa tenerezza con cui ci assolviamo spesso, di nascosto, in macchina, a letto.

Per quanto riguarda me, ci sono tante cose che non mi riescono. Ad esempio quando mi trovo assieme a qualcuno che non ha ancora sentito le mie storie, ripeto spesso “io”, e mi vergogno dopo. Oppure quando vado da qualche parte, di sera, mi metto allo specchio del bagno, tiro su la maglia come i bambini al mare e mi guardo la pancia di profilo, sperando sempre che si appiattisca, che sparisca: non mi riesce mai. Ma anche: non so fare amicizia, non ho ritmo al telefono, non so abbinare i colori, mi dimentico le cose.

Ho imparato che l’amore è tutto, ma è anche un geyser, che se provi a tastare se la temperatura è giusta, ti sciogli come nei cartoni animati, evapori, sparisci: non funziona. E’ come una cascata, vedi che in fondo c’è una polla d’acqua trasparente, ma non capisci bene se ci sono sassi a pelo d’acqua con tutto quel movimento. E’ infilare le mani nella terra per tirare su le cipolle, altro che cogliere i fiori.

Abbiamo siglato l’armistizio questa settimana, che vuole dire che io qualche volta esco invece di stare rintanata in casa e lui torna a casa a dormire in orari quasi compatibili, che io cucino qualcosa e lui porta la bambina a scuola così io posso lavorare, che mi fa i grattini ai piedi ma si guarda la real tv, che io parlo ma non dispongo, che lui pulisce i mozziconi di sigaretta dal terrazzo e mi lascia l’asciugamano sullo scaldino, la mattina.

Non parliamo mai di amore: quello sta sotto, caldo che fa male, storto come una mano con l’artrite reumatoide. Non parliamo di amicizia: non siamo conoscenti, o amici di infanzia, non ci assomigliamo, a malapena ci conosciamo, è solo che ci siamo trovati qui e non c’è stato verso di uscirne. Nemmeno volendo, nemmeno a mettercisi di buzzo buono.

Ho imparato che un giorno odio e il giorno dopo, ormai, non ricordo. Che l’amore ti entra sotto pelle anche quando non lo vuoi, e poi dopo sono amari. Che quegli altri sono sempre più bravi, meglio assortiti – loro non litigano su Trump, sulla Domenica che io non mi voglio muovere, voglio dormire, sull’Italia, su Dio, sul buddismo e anche su come si pulisce il water dietro, e i battiscopa – che se no la casa diventa una porcilaia. Gli altri viaggiano assortiti in coppia, e si fanno le foto, e noi abbiamo prenotato due vacanze diverse per lo stesso periodo senza avvertirci e ora voglio vedere chi rinuncia.

Noi siamo quelli al cui confronto le altre coppie diventano amori epici,unioni  leggendarie, mentre noi speriamo ogni tanto che quell’altro muoia – senza dolore, per carità – per potere ricominciare senza senso di colpa.

<< Sai quei baci, quella sensazione di essere invincibili, la foga di sapere tutto dell’altro e quello che ti racconta non ti basta mai? Sai quando i suoi lembi sono roba da mangiare e tu hai la forchetta e la fame? Sai quando tutto attorno non c’è niente, tutto confuso, inutile? Non vorresti tornare indietro, non conoscermi?”.

Certo. Dice.

<< Non ti viene mai in mente, che so, di scaricare Tinder, di farti un profilo diverso, una vita diversa, di partire da zero in un segmento lontano, distaccato, senza conseguenze? >>.

Certo, spesso. Dice.

<< Lo hai fatto? >>.

No. Dice. Non mi riesce, sei te quella brava coi computers. Tu lo hai fatto?  

<< No >> dico << La mia squadra non perde >>.

 

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