L’insostenibile aspettativa dell’amarsi.

Juanita de Paola e Cecilia McKee

Lo studio del pediatra è un buon luogo in cui perdere il senno: pieno di quadri malfatti e colorati da ciechi maligni, fa salire un’angoscia che solo i cani di piccola taglia devono saper provare dal veterinario. Come i chitarristi che sanno suonare davvero vorrebbero trasformare tutto in una samba sincopata, così i pediatri vorrebbero che i bambini svanissero dalla terra o che perlomeno cominciassero a parlare in maniera articolata, che dicessero cose che hanno un senso anche vago: su, piccolo, smetti di dire “qui” quando ti chiedo dove ti fa male, pezzo di idiota, ma se non mi indichi con quel ditino cicciottino dove hai il dolore, cosa vuoi che ti faccia, che ti amputi tutti gli arti così smetti di soffrire?

Le poltrone sono a misura di nano, quindi anche per i genitori non è che sia questo bel vivere. La cosa bella è che le mamme di lingua italiana sono sempre meno, quindi si sentono sempre meno parole tipo pupù, bua, pancino, e compagnia orrori. A mia figlia ho insegnato i termini appropriati per tutto, compreso qualche toscanismo, per cui se le fa male il pancino dirà mamma mi fa male lo stomaco, ho mangiato come un cinghiale. La predominanza del rosso e del blue elettrico inducono gli animali alla follia, quindi sospetto che il tutto sia confezionato così com’è per indurre alla fuga il 20% degli assistiti.

Le mamme dei maschi abbracciano i loro bambini in una maniera che fa intuire molti dei motivi per cui sarò difficile fare breccia nei loro cuori più tardi: lo sguardo dell’estasi di Santa Teresa, al confronto, pare vago. Ma dove sono finiti i tempi in cui i bambini non potevano muoversi dalla seggiola se no uno dei genitori lo sacrificava contro un muro? Che roba verrò fuori da questi cosini moccicosi cui la mamma compra venti schifidi prima ancora che la vita, la visita, inizi? E quando arrivano i problemi, che fai, gli regali uno yacht? I bambini mi guardano e si scaccolano, e io mi chiedo perchè il Signore mi abbia sottoposto a questa tortura, o se questa sia una metafora dei miei rapporti amorosi con l’altro sesso, un’ologramma, un ricordo in 3d.

La cosa che rende i figli amati in un modo che non è possibile ripetere per altri o per altro è che ti danno il privilegio di adorarli senza che ti diano nulla in cambio. Non capita quasi mai (più) nella vita di incontrare persone che ti permettano di dare loro tutto quel (poco che) sai senza dirti come lo dovresti fare, o limitarti nelle espressioni di affetto: prova tu a prendere un adulto e a sbaciucchiargli le guance a forza, a guardarlo in faccia per ore in pienezza di gioia senza che chiami la polizia. Prova a stare davanti a chiunque senza difese, forte solo dell’amore che hai, e vedrai che bei risultati.

Fra i grandi, e Dio stramaledica il momento in cui si iniziano a calcolare le conseguenze di qualunque cosa, non funziona così. Non si può stare tutto il giorno a colorare e a ridere dei rumori che il pennello fa qualche volta, bisogna parlare di qualcosa, c’è sempre qualcosaltro da prendere e spostare da un luogo ad un altro, vacanze da pianificare, vestiti da stirare. Roba da matti: si vive come se ci dessero di default una vita e mezzo. E come se fossimo tutti figli maschi.

2 Comments

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