L’ultimo bacio

L’ultimo bacio lo ho dato sui monti a cavallo fra il 2008 ed il 2009, la notte di capodanno: davanti al bagno, mentre di lá servivano coquilles Saint-Jacques. La piccola in collo alla mia mamma nella stanza con la musica e io nel corridoio marmato antistante il gabinetto, rotonda, con un vestitino nero elasticizzato promettente, decapata di autoabbronzante. Un bacio lungo e pieno di festa, ma un poco tirato via per non offendere nessuno, e la mano sua sulla schiena grassa mia. Per favore leva la mano, pensavo, posati magari sul sedere o sul gomito, uno è fatto apposta per queste cose e l’altro ci si sentono le ossa, ma poi mi è passata perché il cuore mi faceva i sottovuoti: un bacio! Io! Sono bella stasera, si evince da come mi guardano tutti.

Poi ho ballato molto, sperando che qualcuno si accorgesse di me, per sentirmi di nuovo una cosa mirabile, dopo avere spremuto le puppe a fare il latte, coi capelli unti, puzzolente di ormoni sperduti, per mesi, anni. Ciao, chi sei? Grazie di avermi baciato. Grazie di avere accolto la mia disperazione stupita di donna di famiglia suo malgrado e di avermi abbracciato la trachea con quella lingua mobile – ma non troppo. Non me lo ricordavo così bello, cavoli. Dodici anni fa.

Grazie di non avere chiamato il giorno dopo, o quello dopo ancora, l’ho apprezzato mentre pregavo che l’Inglese morisse di colpo potendo rimanere bene concentrata sull’argomento. Non so nemmeno come ti chiami e mi sono presentata col mio nome finto, Elena. Poi hanno spento le luci, tre, due, uno, bum!, buon anno – speriamo che questa cena a base di pesce in mezzo ai monti, con relativo intrattenimento musicale, duri almeno un trimestre per riprendere fiato: mi sento come se fosse tutto finito. Ho speso tutto quello che avevo per tenere a galla un cannone di ferro in mezzo al mare. Ho paura di morire senza avere visto una mansarda parigina con dentro un uomo interessante cui garbare molto, come nei film mainstream che piacciono a me: si fottano i francesi con tutti quei sottotesti e sottintesi – nei film, dico, nel formaggio va bene. Poi nel buio mi ha preso la mano un secondo, poi mi sono riseduta con la bimba in collo. Fine.

Senti il fiume? Mentre torniamo a casa coi finestrini un po’ aperti tutti intabarrati dentro i giacchetti, chi dorme, chi ha una vita un poco meno difficile e io, senti che suona come la sabbia che canta, come lo sbuffo di un vulcano – e io ci sono sopra. Come quando da piccini in parrocchia si scappava in sacrestia per darsi la manina: così, quella gioia che attacca le dita dei piedi al pavimento sempre freddo della chiesa. La festa non finisce mai nella mia testa, qui si sta meglio che a casa. Spero che questa roba sia servita a qualcosa.

La nonna passa con la scopa e mi dice scansa i piedini, se no non ti sposi. Salto con i piedi nudi sotto la scopa bella sudicia, per essere sicura: e come ho fatto a non ricordarlo dopo? Ora però importa poco e poi ce l’ho fatta, vivo da sola con la bimba, non devo camminare in punta di piedi o fare finta che vada tutto bene, mi sono aperta la prigione e mi sono pure ripresa gli oggetti personali. Poi ho molto altro, non so perché continuo a parlare di questo ma se viene fuori un motivo ci deve essere. Mi lavo spesso i denti, spero di dare un altro bacio, anche fra dieci anni, di sfuggita ma anche a lungo. Un bacio clemente, perché comincia a cascare tutto verso il basso e ho due peli nel collo che sembrano trapiantati da un cinghiale.

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