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L’unica estate possibile è quella con la pioggia fina che passa a fare visita per venti minuti e lascia tutto più caldo di prima. Il tutto in un borgo, dove tutti sono uguali a ieri, solo più vecchi: che gusto c’è a tornare in un ristorante, infatti, se ti hanno cambiato la gestione o il tuo cameriere preferito? Per noi che si lavora alacremente perchè non si sa fare altro, l’estate è come una festa mitologica cui non veniamo mai invitati direttamente: magari il nostro amico ci ha avvisato e ha detto che c’è posto, che siamo tanti, forza, vieni, chi vuoi che se ne accorga che non hai il cartoncino. Mi ricorda un pò quando la moglie numero n di un famoso musicista fece in modo di fare pervenire a me ed Erin l’invito al suo matrimonio in palese ritardo per potersi organizzare (matrimonio su isola privata, con cavallo bianco e fiori dovunque, che chi mi conosce sa che comunque avrei cercato di evitare), a dire a verità. L’estate è il decadimento della primavera, o la banana acerba dell’autunno per quanto mi riguarda, ma ha un unico fascino irresistibile e salvifico: la sensualità del caldo, l’obbligo del riposino e di un quantitativo percettibile di noia, l’unica culla dove sono mai riuscita a produrre racconti sensati, idee fattibili, figli. Benvenga allora un’altra stagione di mollezza, so già che mi maledirò per non averla apprezzata abbastanza, l’estate, quando sarò centoquindici chili svestita e con la dentiera.

juanita

50% business, 50% eggs benedict

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