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Mia creatura dolcissima, cerca di pensare a te stessa come a una formula matematica rivoluzionaria – Lettera a F.

Le cose facili lasciale agli infelici

juanitaPrima di capire con precisione quello che vogliamo, nella vita, abbiamo da passare da vari purgatori e conoscere molti Caronte, ovvero amici che per forza di cose, distrattamente, ci trascinino da una parte all’altra, ovvero ci contaminino per rilasciare in noi un piccolo seme. Non sarà quello che diventerà la pianta, il tronco solido di cosa vogliamo fare (essere) da grandi, ma andrà a comporre un humus eterogeneo, che mescolandosi a sorte e volontà ci farà saltare fuori, se tutto va bene.

Da qui l’importanza enorme di non sapere cosa si vuole fare davvero prima che il nostro talento ci venga a trovare, e del copiare fisime e piaceri di chi ci circonda: la cugina che compra solo a Bologna o a Genova, l’amica della mamma che si sposa con un omosessuale perchè chiacchierarci la sera alla televisione è di gran lunga migliore che fare del sesso trito una volta al mese, l’amico che prima di arrivare al picco della sua vita lavorativo economica lascia tutto e riparte con una fattoria in Colombia. Ma anche lo zio che fa editing digitale e il fidanzato (cornuto) della conoscente che ha creato un sistema di controllo ingressi al museo delle scienze con cui, durante il giorno, si diverte come un pazzo.

La contaminazione talvolta continua all’infinito –  e questo capita a quelli che non reputano il lavoro come una delle colonne portanti della propria gioia di vivere –  oppure si interrompe il giorno che ci imbattiamo in qualche cosa che ci brucia dentro, che farebbe male solo il pensiero di non poter fare. Ecco, quello è il giorno che inizia il nostro lavoro, di più, quello è il tempo in cui troviamo il mezzo con cui esprimere l’io più profondo mediante tecnica e confidenza sempre maggiori, fino alla catarsi dell’umiltà e di una saggezza che vuole crescere. E’ un cammino all’infinito, ci sono persone che muoiono facendosi delle domande e senza prestare attenzione alla fine della corrente vitale, di fatto.

Ma già all’inizio diventa chiaro che la bonarietà, l’accettazione del tutto che segue la definizione del niente, sono scuse. La dolcezza di chi non decide è la dannazione di chi è costretto a decidere per gli altri e ad un’esposizione doppia alla gogna – della famiglia, degli amici, dei colleghi, dei nemici. Arriva un momento in cui, tutto d’un botto, si capisce cosa si vuole e come. E pur sapendo che potrebbe non accadere, anzi, ci sono ottime probabilità che la vita ti cucini il piatto in maniera diversa, l’avere individuato la meta su una mappa accartocciata ti fa già sentire imponente, infinito. Parte di un tutto.

Inizia un lavoro di fino sui particolari, parte l’approfondimento continuo, necessario, per arrivare all’osso delle cose, per ritrovare quella meta in ogni dove, in ogni possibilità. Le cose vanno fatte bene, meglio che si può, per lasciare che tutto sia comprensibile e riprendibile, anche, da altri; che si tratti di allevare figli, cani, o di fondere neutrini in un tubo reattore nucleare, non c’è più differenza: è l’eccellenza che ti guida, che ti sfugge, che ti fa ammazzare di rimorsi. Che ti fa sentire un verme cieco la maggior parte del tempo, è vero, ma un dio in terra qualche estatica volta.

E’ all’inizio di questo cammino che le parole come “poi”, “a partire da”, “dipende”, “probabilmente”, “credo” diventano come delle palate di letame in faccia. Un’offesa vera, imperdonabile. Bisogna sapere cosa si vuole dire e anche cosa permettersi di pensare. Bisogna misurare le parole e anche la loro mancanza, per capire se chi hai davanti ti dice le bugie o è un incapace, se è una persona fuori dall’ordinario o se è un assassino borderline: bisogna capire di cosa siamo fatti, dove vogliamo arrivare, per intuire il percorso degli altri e cammnare assieme – o scappare. Se no poi arriva un tizio qualunque e ti convince che l’importante è un successo popolare, che travestita da qualcunaltro potrai “lavorare poco e fare un sacco di soldi, arrivare dove vuoi”. Il fatto è che arriverai dove voleva lui, non dove volevi te: tu, a quel punto, non lo sai proprio dove sta quella x sulla mappa. Amore mettiti a studiare: non ti servirà assolutamente a nulla, ma pianterà un piccolo semino, di quelli che fanno i frutti. Le cose facili lasciale alle persone infelici – o a quelle che comprano la Classe A a rate invece della Punto in contanti.

Di juanita

50% business, 50% eggs benedict

5 risposte su “Mia creatura dolcissima, cerca di pensare a te stessa come a una formula matematica rivoluzionaria – Lettera a F.”

che cosa faccio io? è una domanda a cui adesso non so/non posso/non voglio dare una risposta. se ne trovo una già pronta su google che mi soddisfa, me la rubo e te la offro!

Carissima “malmostosa”, forse una meraviglia come la descrizione che precede atgmaildotcom. Ti ho cercato per vedere se raccogliere il complimento o dolermene, e ho trovato asphalto; sul forum ho riso con aria interrogativa, ma la frase “io vivo in questo forum” mi ha decisamente allietato la serata: è stata una giornata pesantissima, che dico, dovertentissima. Che fai te?

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