San Remo, prega per noi.

Da piccola mi portavano al rosario il sabato pomeriggio. Mi dicevo sempre che Gesù mi avrebbe protetto all’inverosimile, perchè nel week end lo andavamo a trovare solo io, la mia sorella più piccola e quaranta vecchie che tanto dovevano morire a breve, e secondo me si preparavano solo la cuccia. Io, invece, ero obbligata a queste sessioni a squadre (una chiama, l’altra risponde, come gli ultrà allo stadio) di cui ho mantenuto un ricordo vivo, bello; forse la preghiera pomeridiana è una componente forte dell’amore che uno sviluppa per le atmosfere intime e sotto illuminate. Le canzoni che si cantano in queste sessioni fanno parte di una specie di b-side, non sono le stesse della messa, a meno che non si abiti da qualche parte sperduta, ferma negli anni cinquanta. Sono cantilene rassicuranti e piene di amore, di umiltà, che raramente si ritrova nei pezzi più moderni, parlano un italiano che non esiste più, gentile, aggraziato.

Mi annullava l’entusiasmo di quelle vecchie curve e velate di nero, mi chiedevo come si facesse a fare le stesse cose tutti i giorni senza impazzire e che gusto ci trovassero a pregare senza fare altro; mi dava un’ansia terribile sapere che si alzavano alle cinque per cantare odi a tutti, con un sorriso, e che utilizzassero biscotti vinchi per il tea del pomeriggio. E che non dicessero parolacce. Eppure lì dentro si stava bene. Ma proprio bene. Era un entusiasmo appropriato, si capiva che era in corso un innamoramento a lungo termine, e forse mi si è appiccicato addosso questo senso che se ti incolli a qualcosa finirà per piacerti.

Si è capito il segreto degli italiani, finalmente, grazie al festival di Sanremo: siamo fedeli solo ad una cosa e questa è l’entusiasmo appropriato. Non importa cosa c’è prima, se ci sono nani, ballerine, esiliati, vestiti luccicosi, raccomandazioni: nulla vale al cospetto del prendere una rassegna come questa con il dovuto rispetto, appropriatamente, felice di esserci. Ecco che si spiega l’eliminazione di Malika Ayane, che sembra ce l’abbiano portata per sbaglio. Pare brutto dirlo, ma è irritante vedere qualcuno che va ad una rassegna intenzionato a prendere il premio della critica, e l’italiano la bastona, preferendole un ragazzino dai tratti inquietanti che pare voglia copulare dovunque: nei laghi, nei maghi, nei draghi.

Molto ha potuto l’intervento del cantante più famoso di tutti, Lippi, per l’altro terzetto, composto da un bigamo, un ladro di tesori nazionali (nemesi: le colpe dei padri ricchi, secondo me devono ricadere sui figli) e qualche altro passante. Terzo il pupillo di Mina, colpevole di non avere citato parenti morti all’improvviso, e di avere mostrato – dunque – di non tenerci più di tanto.

Siamo un popolo che è andato a scuola dalle suore, che hanno il senso insito del cortile, della ricreazione. A noi c’entusiasma l’escapologia controllata.

7 Comments

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