La panterona fumante

juanitadepaolaQuando l’Inglese piglia una batosta ed in genere ogni Lunedì mattina accompagno la nostra piccola a scuola a piedi, cinque minuti da casa. Altrimenti ci pensa lui, er daddy rock n’roll che ama le routines. Il tragitto lungo il fiume è crispy, frizzante, ed evocativo quanto basta: c’è una grazia che caratterizza questo grigio dominante e che non ti fa mai sentire troppo esposto, anzi, ti protegge, ti ‘vela’, quasi ti imbellisce. E’ un’aria aperta, una sensazione di possibilità mista all’odore di vecchio continente che suona, odora e risulta vitale. 

Il piccolo bar del turco, sulla curva della lavanderia dei filippini, serve un buon cappuccino ed è pieno di quelle creature che si incontrano raramente da queste parti: le inglesi che non si vestono alla moda. Hanno unghie lunghe, a punta e decorate con disegnini, non hanno nemmeno sentito passare la rivoluzione moda mediamente media per tutti dei vari Zara e persistono in quello stile che le caretterizza nell’immaginario collettivo italiano di memoria Montesaniana, con mezzo tacco bianco, gonne sfasate e maglioncini fosforescenti. Leopardate e fumanti alle sette e mezzo del mattino, senza calze a meno dodici, con la striscia rosa nei capelli che ricorda quasi di certo una gioventù punk, ricoperte di rughe da lettino abbronzante, ti danno l’impressione di potersi caricare un motorino in spalla, di sapere cambiare un fusibile e allevare sedici figli senza lamentarsi una volta.

A me garbano queste panterone alte e di spalla larga, che sono il corrispettivo britannico delle nane italiane col fusòn tirato su nel sederone, rossetto fuori linea, quelle che vanno al Twiga una volta al mese dopo essersi fatte la permanente e il french, in quattro nella lancia ipsilon, cantando Emma Marrone a squarciagola – ah, uomini bastardi. Quelle che quando ‘sposano’ diventano mamme e mogli esemplari col il marito che gioca a calcetto.

Però il caffè del turco, chez Twin Peaks, la mattina è troppo pieno: io non ho pazienza e soprattutto mi vergogno di chiedere ‘un cappuccino senza schiuma e con una sola dose di caffè’ in una lingua che non sia la mia, giacchè qui il foam è una scoreggia rivestita di caseina. Tanto poi finisce che mi fanno il Latte (pronunciato lattei), un pistone bollente da un litro di latte intero che risolverebbe i problemi di intestino – e per sempre – al peggiore degli stitici. Al limite torno dopo, quando le panterone sono andate via e non mi devo vergognare di non sapere intonare frasi in cockney, e nel frattempo mi faccio un secchiello di questo caffè che si fa qui, a casa, con la polvere colombiana, in quel marchingegno con le molle che per pulirlo altro che la moka.

I giorni dell’inverno scorrono felici, questo è il tempo della nostra vita che ricorderemo come il migliore. Al punto che nulla è più importante di questo, del venire qui e del tornare a casa. Dell’andare a casa e del tornare qui.

Quindi si aspetta il sole, qui su quest’isola come a Casa, e il tempo umano gentile della gioia, della terra che torna a parlarci di amore sussurrato e di vita. Gli amici hanno tirato fuori le biciclette perchè ha smesso di piovere – secondo loro. I bambini a scuola sono in calzini, escono da un edificio, corrono ad un altro, con addosso una camicia a maniche corte e niente altro sopra. Persino Mezza Pinta si è acclimatata e ogni tanto torna da scuola con le calze in mano – mamma, era un caldo. Sono sei gradi amore e c’è un vento da Giudizio Finale amore, ma fai come ti pare. Il punto è che non si ammalano e hanno quelle belle guance rosse che ti aspetti da un bambino come si comanda.

Domani porto la bambina a scuola perchè ieri sera l’Inglese ha preso una batosta di quelle serie, che durano due giorni. Dicono che domani c’è il sole, quindici gradi e si mangerà fuori, coi funghi riscaldanti, per festeggiare.

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