Nunc est bibendum.

juanitadepaola

I ricordi che abbiamo compongono una storia tutta traviata, che spesso ci ritroviamo a confrontare con quelli che erano lì, per ritrovarsi con versioni completamente diverse, quasi schizofreniche. Dal fatto puro e semplice si comincia ad andare a ritroso, caricare gesti di significati a posteriori – allora non era interessata davvero a me, voleva semplicemente starmi vicino perchè le davo una posizione – che sono tutti campati per aria. Magari, qualche volta, a pensare male ci si becca, ma in linea di massima quello che sapeva di autentico lo era davvero, finchè non ha smesso di avere importanza, per noi o per gli altri. Allora il tanto è entrato nel poco, i bordi hanno ceduto, l’acqua fangosa si è sparsa dovunque facendo vittime e cicatrici.

Di questa piccola pensione chiamata Antica Locanda ho ricordi così assolutamente felici, perfetti, che molte volte ho il dubbio di averci creato una dimensione parallela, equidistante da me e dai miei amici di allora. L’aria verde della terrazza calda di cemento con la vista a perdita d’occhio, i freaks che arrivavano a frotte, i musicisti che suonavano per un piatto di pasta, i proprietari che sembravano di un pianeta diverso e tutti quei bambini, a piedi nudi, mi hanno disegnato dentro così tante tele che sono ancora in fase di smaltimento, anche se Michele è morto da anni e Rachel è andata (tornata) in Canada. Ogni anno la rivedo, Rachel, e i suoi figli, che sono cresciuti e sono diventati anche loro di un pianeta parallelo, più ganzo del mio.

Nel camino, aperto e sedibile sui due lati, non ci andavano quei rami piccoletti che si vedono nelle case, ma dei tronchi giganteschi che Michele si portava su una spalla: era fortissimo, come Dago. Le foglie di Vellano odorano come sospettiamo facciano quelle disegnate nei libri di fiabe illustrati a mano. Mangiare, bere, dormire, avevano riacquistato il giusto collocamento nell’economia della giornata: non c’era bisogno di nulla altro. Arrivavano batteristi, io “suonavo” il piano. Accorrevano ubriaconi. Apparivano artisti e persone normali, speciali. Lo stesso luogo le cui mattonelle mi parlavano a voce alta non diceva invece nulla, ad esempio, ai tanti amici e amiche che vi avevo invitato. Dopo che Lorenzo il chitarrista e il suo amico Gianluca ci erano venuti una volta e avevano litigato con i bambini perchè gli facevano gli scherzi a tavola – non esisteva privacy, avevo deciso che non era luogo per le vecchie conoscenze, quello: era mio, e di chi ci sapeva stare.

Il senso della festa era sacro, così come i riti mattutini di andare a prendere il pane al forno e il giornale in cima alla piazza. Si rideva, quando era il momento, superando le nostre personali miserie, magari con un pianto. Tutti sapevano tutto di tutti gli altri, non c’era una selezione di notizie alla base per distinguersi: eravamo fatti della stessa cenere, il milardario come lo sfigato, la vecchia e la giovane, i belli e gli orrendi. Bastava che ci fosse un santo un pò più popolare sul calendario o che al circolo arci ci fosse una sagra di quella spaziali (della bistecca, ad esempio) e partivano le danze, suonavano i violini, si mangiava e beveva il doppio, si andava a letto alle sei del mattino per rialzarsi alle sette e mezzo, per fare cosa? Nulla, se penso a me, molto gli altri. Ma c’era da vivere. E quando le cose vanno bene bisogna rallegrarsene, perchè non é detto che duri.

Tra le cose che oggi mi indispettiscono di più si trova il nichilismo delle feste comandate. Misero, come una donna che rifiuta le rose al ristorante prima che il suo cavaliere abbia deciso se fare il grande passo oppure no, se spendere dodici euro per dei fioracci ormai spaperati eppure sempre graditi – oppure come un uomo che non si attardi mai in quel dubbio, il rifiutatore seriale di feste festeggiate è per me uno jettatore che si merita ogni male, come tutte le persone che non sanno festeggiare al momento giusto. La paura di non sapere rendere speciale un’occasione che nasce come extra ordinaria è forse la base di questo atteggiamento triste, certo, ma il più delle volte si tratta più semplicemente di avarizia. La scusa “ma è una festa commerciale, è fatta dai negozianti per convincerci a spendere” non regge: nessuno può convincere questi scrooge a spendere un bel nulla. E nemmeno a scrivere un bigliettino.  Buon San Valentino a me, a tutti quelli che ho amato e che amo, e speriamo di venirvi in mente, brutti schifosi che non sareste altro (in caso contrario).

9 Comments

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