Omaigod.

juanita de paola

Nel paradiso della mia casa domenicale, che assume i toni del buio nordico, ogni raggio di sole invita a pensare alla primavera e a noi, che si riesce a processare una stagione alla volta, ci dà molta noia. Un conto è se uno va fuori con scarponi da montagna e inizia a rotolarsi nei prati; un altro è se entra dal giornalaio con la stessa ghigna di un vietnamita con le bombe in tasca e ordina tutti i quotidiani con inserto usciti nell’ultima settimana (Anche Grazia signora? Anche Grazia) per rinchiudersi in casa a leggere in penombra, così come si deve fare, con la coperta a quadri sulle gambe.

Durante queste domeniche lunghe come l’estate quando hai dieci anni, si dipinge, si parla coi bambini, che sono e sanno tutto, si fa finta di insegnare a colorare con gli acquarelli per rimettersi a spruzzare tutto di macchioline marroni senza che nessuno ti chieda se sei diventata imbecille. Ho svuotato i quadri denominati Albi Della Solidarietà, ovvero Della Carità Pelosa, e li ho riempiti con i disegni di Cecilia e Anna, la sua (adorata) cugina. Abbiamo dipinto tutti quanti, a me disegnano sempre un sedere e una faccia grandi come un fienile.

Abbiamo ascoltato canti Irlandesi, come nostra abitudine di sabato, e le bambine intonano Ye Jacobites By Name, con la stessa erre arruotata e la stessa prosopopea del gruppo che gli piace tanto. Poi passiamo a Carosone e poi ancora al gioco di guardarsi negli occhi e scoppiare a ridere (io). Le bambine sanno che mi possono chiedere qualunque cosa, ma soprattutto cioccolata e coca cola: al contrario dei loro genitori io non sono mai cresciuta, quindi ci impiastricciamo tutta la faccia, sbricioliamo in terra e sbevazziamo dalle bottigliette.

Ho visionato un numero impressionante di proprietà questo week end, le ho analizzate metro per metro: dove sono, cosa c’è intorno, cosa hanno di speciale rispetto ad altre, come si sono poste rispetto all’angolo di mercato che volevano raggiungere o, nel peggiore dei casi, se ci avevano proprio pensato a dove si sarebbero andate a infilare. Ne ho giudicati i colori, gustato le assonanze e ne ho dovuto digerire le discordie: le mogli e le figlie dei grandi proprietari sono più dannose dei bambini con la vernice in mano, loro e l’arredamento come risorsa domenicale, come pornografia dell’architettura, fallimento del design. Mentre guardavo lo strazio dei lampadari tutti uguali e del legno colorato irrimediabilmente di bianco, mentre mi tenevo la pancia per non vomitare sui mobili laccati di rosso, non brutti in assoluto ma terribili nelle mani di questa ragazzotta moglie di calciatore, mi consolava la bellezza dei disegni delle bambine, spontanei perchè perfetti e senza pretese. Non come il salotto barocco nella stramaledettissima masseria pugliese riconvertita – ma a cosa?

9 Comments

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