Ovaie, tube, isotopi

Juanita de Paola

Ho sempre considerato la musica da discoteca un segnale chiaro dell’impoverimento di una cultura, nel senso della sua implosione, del suo decadimento: così come al principio Essi danzavano sensualmente attorno al fuoco ritmi complessi e fisicamente difficili da sostenere, così alla fine Essi ciondolavano al battito di una sequenza quattro quarti (unz unz) re-sol-la minore, spostando il baricentro del corpo da un lato all’altro del suo asse, come oranghi dopo una canna. Capisco che invece ci sia del talento anche in questo segmento per me indigeribile, che esistano più livelli di esecuzione e composizione, che un remix di Sinclar abbia un qualche senso se messo in linea fra Bach e i Radiohead: un significato che io non so cogliere e che non ho la cultura necessaria per intercettare. 

Lo dico senza sarcasmo. Piuttosto, con la tristezza di avere perduto il mio mojo musicale non appena i suonini degli anni Ottanta – il clap clap, gli archi, la batteria elettronica, il vocoder – hanno fatto capolino per non levarsi mai più dai (miei) coglioni. Ho avuto un moto di speranza con Bjiork, “se lei è la regina dell’elettronica e fa questa roba fantastica, lei spazzerà via unz unz” ho pensato, ma non è successo nemmeno quando ha fatto cantare dodici balene e un coro di cento pescatori Maori – qualcosa del genere. Subito dopo il concerto, in una discoteca di Olbia, è ripartita una campionatura agghiacciante con un coro in inglese generato da google translate.

Oltretutto, essendo nata nel ’75 ho avuto solo pochi anni di gloriosi refusi di Woodstock prima di precipitare, obtorto collo, nella più nera disperazione della new wave, new age, colore fucsia, spalline e uomini truccati. Lo dico anche con vergogna: il revisionismo anni ottanta infatti è una specie di club emozionale all’interno del quale alla mia età ci si può (sempre) rintanare quando si è tristi o spolverare in caso di cena (con gente) mortifera, rimembrando Paolo Bonolis, Bimb Bumb Bam e un mondo che ci pareva migliore solo perchè non lo capivamo – e io di quel club non faccio parte.

Certo, ricordo qualche cartone che mi piaceva moltissimo: Conan, Ken Shiro, Candy Candy, ma l’arte del navigare il passato mi è cara solo se mi serve a cambiarlo per giustificarmi. Davvero: non amo un tuffo nella melanconia dell’infanzia come non amo il Canzoniere, le bionde trecce o il calcio.  E, di nuovo, mi dispiace.

Certo, ci sono stati momenti in cui ho considerato il fare parte del Grande Club dell’Umanità, come quando sono andata in Inghilterra la prima volta e pareva che a Londra puoi camminare nudo e nessuno ti considera. Anzi. Puoi morire per strada e non ci fanno caso. Questo si traduceva per i miei compagni nel vestirsi come dei poveri disgraziati, che è quello che fai comunque quando hai tredici anni, per esprimere una libertà fino ad allora mai sperimentata.

Correva l’anno ’88, c’era la Tatcher, e con i soldi (molti) che mi avevano dato i genitori mi ero comprata due bei cardigan in una boutique di Oxford, uno blue e uno rosso, con lo stemma di un collegio qualunque, con la speranza che un preside passasse, mi indicasse (scena, azione, ciack) e mi offrisse una borsa di studio: c’era qualcosa in quel rigore, in quella tradizione elegante, che mi faceva infiammare il cervello, molto più della maglietta strappata o dell’opportunità di mettermi lo zinco rosa sulla bocca senza essere su una pista da sci.

L’unica libertà che volevo finalmente respirare a polmoni dispiegati era quella di mangiare ogni cosa, ogni minuto: barrette di Rider, oggi Twix, durante il corso di Inglese. Succhi di frutta. Pasta con il ketchup, la notte. Tortine di mele, dieci, per merenda. Tramezzini preconfezionati all’uovo e maionese, a cottimo, durante la mattina. Torta sacher, biscotti al burro uno dietro l’altro, patatine salate a gusti incredibili come formaggio e pomodoro oppure aceto: l’avanguardia del troiaio, l’antipasto del junk food, l’alba dell’ipercoop. Dieci chili in un mese ed il conforto, profondo, del cibo, in un’età in cui o sei bellina e ti violano l’imene a ripetizione o sei un trattore brufoloso e informe, come me, e ti pigliano in giro.

Mentre Annah mi racconta di avere speso quarantamila sterline – tutto il lascito dei suoi genitori – per farsi fecondare a quarantanni dopo avere perso, in sequenza, il bilanciamento ormonale e un’ovaia, penso alla piccola tradizionalista con il cardigan di cahemire che passeggia per Oxford con le guance piene di apple pie e mi stupisco che abbia lasciato posto a questa signora di quarantanni che non ci trova niente di strano. Nulla. Nemmeno una virgola.

Annah prova a scioccarmi con dettagli complessi, credo voglia vedere quanto e come mi inorridisco. Invece non accade nemmeno per gli embrioni che si è persa per la via – con un dolore infinito, essendo donna cristiana e spirituale. Non succede nemmeno quando mi racconta di avere spaventato a morte il marito con una serie di prelievi, test e appuntamenti che avrebbero ammosciato un albero maestro di una nave di pirati dopo due ore, figuriamoci il coso di un pover’uomo di quarantanni dopo un anno e mezzo. Capisco che lei l’avrebbe sacrificato, quel marito cui voleva dare il figlio, impalato a freddo, se solo fosse servito a gonfiare quella strafottutissima pancia. Niente. Anni di ciclo regolare, svizzero, e cisti dovunque.

Poi l’ultima spiaggia, una clinica, ed eccoci qui con Mezza Pinta, il mio dono divino, e la sua Catherine, il dono della medicina odierna: un cucciolo coperto di cavaturaccioli biondi, occhi azzurri e le gote delle dimensioni di un popone ciascuna.

Al tavolo la parola ‘sperma’ viene pronunciata con la stessa frequenza di ‘peppermint tea’, svuotata di ogni tipo di connotazione che farebbe ridacchiare un diciottenne. No, no, qui si parla di roba diversa, che posso solo intuire – efficacia, raggiungere luoghi, numerosità: stiamo agli antipodi della sessualità, in un universo neutrale e asettico. Mostruoso, immagino, nella dinamica di una coppia.

Siamo, noi umani, qualcosa di più di un agglomerato di molecole e pensieri dell’universo – ora, in questo momento, sulla mia pelle ci saranno atomi appartenuti a qualche signora di seicento anni fa, un isotopo di una tartaruga preistorica, probabilmente due o tre anime invisibili – e per quanto mi riguarda ringrazio il Grande Motore Immobile di non avermi fatto nè Papa nè ministro, chè discettare di questi argomenti varcando il confine della propria opinione è un terreno che mi è ignoto come la musica da discoteca. E me ne dispiace.

Quello che so è che comprendo profondamente Annah, il suo desiderio di diventare mamma e la sua decisione di distruggere quel giardino, così caro, così fragile, delle proprie convinzioni intime, religiose e ataviche. Giardino in cui posso solo accarezzare un fiore, senza nemmeno tentare di annaffiarlo – figuriamoci di strapparlo.

“Hai fatto bene”, le dico. “Hai fatto proprio bene. Sono sicura che il Creatore, sempre che esista, ti supporta e ti aiuta. E Catherine sembra un cartone animato. E sei felice.”.

Annuisce forte, come quando ti chiedono se l’unica pizza con la doppia pasta e mozzarella di bufala delle dieci che sono arrivate è la tua – sì! Non me la prendete! L’ho pensata e voluta così tanto. 

Arriva il tea e probabilmente riusciamo ad uscire indenni da questa concione su ovaie e tube. Probabilmente.

1 Comment

  • January 21, 2013

    cognatidigomito

    trovo difficile, in mezzo a sconosciuti (se non imbenzinato assai) parlare di accidenti operazioni e disgrazie varie; quindi quando mi parlano di mestruazioni, problemi erettili e di ovulazioni, mi sento un pò un voyeur, ma faccio buon viso a cattivo gioco, in fondo ascoltare e a volte annuire è consolatorio per chi parla e per noi è sempre una buona azione : )
    p.s sempre meglio concionare sulle tube che tubare sul concio ; )