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Juanita de Paola

Il Guru.

Alla festa di 50 cents a Milano, a seguire alla sfilata di Richmond, fui spedita nel salottino very important people. Io raramente vengo invitata nei salottini, poichè mi addormento. Infatti io in genere sto a casa. Ma quella sera ero seduta fra Cambi, il suo assistente (“fa tutto lui” mi disse, “ci pensa lui a tutto” mi ripetè, “parla sempre con lui se vuoi parlare con me” mi disse ancora) e Federica Felini, o Follini, o Fellini. Io, c’è da dire, non sono stata fortunata fisicamente: non ho le gambe, non ho le spalle, ho la bocca fina, il naso torto, paio colombiana. Una posizione del genere era quindi abbastanza tragica, esteticamente, ma tant’e’. Chiesi a Cambi “stai bene?”, perchè mi sembrava all’orlo di un collasso cardiaco. Mi guardò come se avessi fatto un rutto ad alta voce: “come?”. Ma chi ti conosce. E glissai, cercando di presentargli la mia ospite famosa, che voleva passare un buon fine nottata. E’ come se i soldi, in questo terzo millennio, avessero acquisito una loro personalità, un loro cervello, che non trova anticorpi nelle generazioni che lo idolatrano. Peccato, pareva una bella fiaba.

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Juanita de Paola

Night call.

Mi chiamano la notte, pensavo fosse una delle mie missioni del tipo “trova una camera gratis per quel tizio famoso, trova un paparazzo per quella tipa famosa”, invece era un autista, che mi chiedeva quei famosi cinquanta euro che gli dovevo a settembre. Certi giorni sono migliori di altri.

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Juanita de Paola

Braccati da Oliviero.

Oliviero Toscani mi ferma in passeggiata, non lo riconosco, per chiedermi di fare delle foto a me e Cecilia. Dico di no, mi sembra un forsennato, ho sempre paura dei pedofili. Mi si avvicina una pertica dalle gambe leste, mi dice “signora, è Oliviero Toscani”. “Oh”. Dico. Che ci faccia una foto. Sono scesa dal treno, Cecilia è splendida nei sui due anni, ma io faccio onco ai vermi: bianca, sudata, troppo vestita. Sorrido però, mica capita tutti i giorni. Solo dopo mi ricordo di avere appena bevuto un caffè, sarà una foto coi denti marroni.

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Juanita de Paola

Filodemo, ma tu hai presente?

Filodemo, ma tu hai presente cosa significhi amare, ricambiati, ogni pulviscolo possibile e terreno? Tu hai capito la grandezza di sdarsi a nessun prezzo, di infilare le mani nella rena e godere, sapendo che questi sono i giorni? Filodemo, è un miracolo che io stia qui, con la mente vuota, il cuore pieno, e gli scogli che mi guardano. Mangio salsedine, lontana da quei turbolenti, faccio cerchi con le dita, guardo le punte degli alberi che si scotono benevole. I pazzi, quelli che io pago io pretendo, ora sono lontani. Non mi piglia nemmeno il telefonino, se Iddio vuole.

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Juanita de Paola

Lozzio.

Io lozzio. Lozzio sulla sdraio, m’appollaio, pigliolsole, pigliolonde, spero bene, dormo meglio.


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Juanita de Paola

Summer.

The only summer possible is the one with rolled-down shutters, watching a documentary on the Savannah at volume eleven and the rest of the family dozing somewhere else in the house. At two, while lions yawn to lower their body temperature – the eighth Joyful Mystery, or mix-up with hippos? – I’m here with at least four dailies wide open in front of me, plus one monthly and several weekly papers to pile up later on and show off when friends come visit, the one the comes with Il Corriere standing out among them all (because of the covers). We are Calvinists, people with a sense of duty, workers beyond measure who relax in their uncreative idleness. You need to stop your brain at least an hour a day if you don’t want motivations and unhealthy ideas make you crazy. I wish I had a house like Richard Meier’s, where books function as porous walls – but then you need someone to dust them all the time – to enjoy the drowsy afternoon in full. I sometimes indulge in the cerebral fetishisms of conviction, of moral purity, of disproportionate neatness. In order to avoid them I try to grasp the elusive manners they use to ooze into my mind.

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Juanita de Paola

Quando fermarsi?

Quando fermarsi? Quando continuare? L’eterno dilemma delle donne, che fino da bambine ricevono i complimenti per la loro costanza e omogeneità nelle scelte, diventa sempre più grave mano mano che si cresce. Ovvero: perseverare in un’amicizia senza animo, solo perchè ci si è frequentate per dieci anni, è costanza o è pura imbecillità? Proseguire in un rapporto trentennale di astio è onore o pigrizia? Credo ci sia un pò di tutto, ma alla base si sconta sempre l’incapacità di sedersi davanti ad uno specchio e dirsi cose, chiarificarsi pensieri, smontare ansie e rimontare i sogni in base alle proprie possibilità. Da piccino ti insegnano che quando vuoi qualcosa, se ce la metti tutta, la puoi avere. Ma nessuno ti insegna a volere. Nessuno ti dice che il percorso più difficile è quello che porta alla chiarezza. Ma insomma: cosa voglio? E perchè? Mi sto chiedendo ultimamente quanti rami secchi ci sono da tagliare: il mio albero sprofonda nel terreno, e non a causa dei frutti.

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Juanita de Paola

Che pena.

M’è venuto un attacco di angoscia a vedere le fotografie delle partecipanti (managers) al sito degli addetti ai lavori del Festival di Cannes 2008 di cui faccio parte: quanta fatica a mettersi nelle pose carine, con le manine all’insù, con la bocca aperta quanto basta a suggerire scenari infuocati, sdraiate sulla spiaggia – ma cazzo, ma una volta tanto, facciamo una ruota, che ne so, una verticale, qualcosa – unte con l’olio, arrossate di fard, di rosa vestite, con il collo all’indietro, con il culo in fuori, con lo champagne in mano. Dio mio, ma possibile che ci si sia ridotte a macellande col portafogli? Ma è normale vivere una vita nell’attesa di essere scelte, ammirate, giovani, belle? Io ho l’orrore di questa donna che rivendica il diritto al controllo dell’utero ma che si fa invadere da troiani così poco complessi, che è continuamente oggetto sessuale di soggetti in grado di permettersela, che non cammina lontanto dalla via che la natura ha disegnato se non per entrare in una boutique. Mi diceva un mio collega, “io quando vedo una donna bella in costume e una che fa schifo, con tutti i soldi che ho, perchè mai dovrei farmi quella brutta?”. Il baratto e una vecchiaia rugosa ci salveranno da noi stesse. la potnia

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Juanita de Paola

Sarà vero?

Alla quarta o quinta coppia di cloni ho chiamato mio padre, e gli ho chiesto “ma io sono già così? Sono già uguale a mamma?”. Papà è scoppiato a ridere. Era una sentenza. Sarà vero che il percorso di ognuno non è altro che la ripetizione o la negazione di quello che ha conosciuto? E’ possibile che non ci sia un grammo di originalità nelle scelte che facciamo specialmente raggiunta l’età della ragione? Mi domandavo questo qualche pomeriggio fa quando, strascinata da Roberto il “mio” autista da un punto all’altro della piccola cittadina in cui vivo, inconsciamente ho iniziato a notare mamme e figlie pettinate uguali, vestite simili, camminanti identiche. mamma e figlia

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Juanita de Paola

Tossisci.

sonnoTossisci, ti giri nel letto come un’anguilla infuriata, starnutisci, mi tiri delle ginocchiate favolose. Ho sempre paura che tu ti svegli e mi dica “parto”. Qualcosa di drammatico, tipo “parto e non torno”. Sai, io ho sempre saputo che avrei avuto tre vite, e che ognuna di queste avrebbe lasciato posto a quella successiva in maniera tragica quasi. Mi chiedevo se questa è la mia seconda o la mia terza.

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Juanita de Paola

Con le pive nel sacco.

Strano. Ora che mi riempi di complimenti, ora che mi guardi in quella maniera mentre ho la gola infiammata e cento di febbre, non me ne importa più nulla. Non vorrei che tu fraintendessi, nel senso, non c’e’ piu’ spazio per questa roba qui, non ci sono altri, non c’è malizia. Quella l’ho lasciata da qualche parte dieci anni fa. Ma c’è stato un periodo in cui questo essere ammirata era importante, e tu arrivi con un ritardo direi fenomenale. Lascia che ti spieghi: a me garbavi, capisci? Ma era un’altra vita, era un altro momento. Tu sei bellino, vai e trovati una bimba in gamba. Magari della tua eta’.

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Pianobar.

pianobar

Pianobar. Piano al bar. Piano mentre la gente mangia a bocca aperta noccioline pisciose. Terribile.

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Juanita de Paola

A noi.

luiA noi che una canzone ci fa sdraiare in terra. A noi che non abbiamo mollato le promesse fatte a sedici anni, a noi che si sbaglia il registro ogni tanto, perchè l’emozione è troppa. A noi che si predica male e si razzola bene, a noi che alla fine si scelgono le cose buone al mercato della verdura, a noi che un pezzo di legno in mezzo alla pietra ci fa come un analista, a noi che non si riesce più ad ammazzare deliberatamente nemmeno una zanzara. A noi, che sudare d’estate ci sembra bello, e che agli altri si dà il dentro della pizza mentre noi si magia la crosta. A noi che si continua ad ascoltare Billie, perchè Petra non ci ha convinto l’intestino. A noi, che abbiamo il testimone di Conte e l’eredità di Sinatra, ma sì, chi se ne frega, a noi ci basta di essere in ricerca matta e disperata. Noi siamo Leopardi, sì, ma della gobba abbiamo fatto leva costruttiva. A noi, dateci un’isola per starci bene, senza conseguenze abnormi. Ogni tanto.

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Juanita de Paola

Donne, tududu.

In autogrill alle cinque del mattino e i piedi luridi di nero dell’asfalto, si ordina un caffè per rimanere svegli e guidare, arrivare, dormire. Ci siamo levati le scarpe un’ora fa, dieci ore a correre con il tacco del 12 e la punta da befana mi hanno lasciato l’alluce addormentato per due giorni. Nello scaffale dei dischi a poco c’è tutta la discografia di Zucchero, che mi fa rivenire in testa Dune Mosse. Devo a Dune Mosse tutta la mia pratica amorosa, giacchè era la colonna sonora dei miei primi esperimenti di coppia. Ci si sentiva grandi, così grandi, ma si era dei pulcini. Prendo tutti i cd e guardo dietro, effettivamente dopo Diamante non c’è nulla di chè.

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Juanita de Paola

Disordine organico

Amore mio: il disordine ti si è attaccato addosso come una piattola. E’ diventato organico, si è sviluppato tutto attorno a te e ha raggiunto anche me, che camminavo lì vicino. Vedi, se tu vai a pescare vestiti al buio dentro un armadio sottosopra, è possibile che tu ti vesta come un clown. Ma se tu, anche quando non c’è luce, hai messo i calzini da una parte e le camice dall’altra, saprai perlomeno scegliere cosa mettere dove. Il prossimo passo è aprirlo, spalancarlo quell’armadio, buttare quello che non ti sta più e fare spazio per quello che comprerai.

casinoQuesto implica conoscere le proprie misure, rivedere il proprio stile rispetto alla propria età, sapere dove si sta andando e anche appaiare quelle duecento paia di calzini divorziati che ci stanno dentro. Ora, non so se tu hai una gran voglia di guardarti allo specchio e frugarti dentro, ma bisognerebbe proprio che tu lo facessi: sto soccombendo sotto il peso delle tue camice a farfalle tutte uguali.

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Juanita de Paola

La concierge.

La concierge è un servizio di maggiordomo erudito che passa la sua vita al telefono il quale, pagato proprio bene, risponde alle “esigenze” dei suoi datori di lavoro. Io lavoro nel lusso, dove si spendono molti soldi al fronte di servizi che assicurano soddisfazione certa. Ultimamente, data la qualità dei miei incontri sociali di tipo craal, non mi stupisco che ci sia qualcuno deputato a rispondere a domande impossibili a qualunque ora di qualunque giorno, ma che ci siano domande che vanno aldisopra di “posso ricaricare l’ipod dalla macchina?”.

Il Vertu Nokia, telefonino con concierge 24/7, a partire da 3400 euro

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Juanita de Paola

L’unica estate possibile.

L’unica estate possibile è quella della tapparella abbassata, del documentario sulla Savana a volume undici e la propria famiglia che sonnecchia in luogo altro della casa. Alle due, mentre i leoni sbadigliano per abbassarsi la temperatura corporea – ottavo mistero gaudioso o confusione con l’ippopotamo? – ho spalancati davanti almeno quattro quotidiani, un mensile e vari settimanali da impilare per fare bella figura con gli amici quando ti vengono a trovare, tra cui spicca (per le copertine) sicuramente quello del Corriere. penombraSiamo calvinisti, gente con un senso del dovere che lavora oltre la giusta misura, e che trova riposo nell’ozio increativo. Bisogna fermarlo, il cervello, almeno un’ora al giorno, per non impazzire di stimoli e idee balsane. Vorrei avere una casa come Richard Meier, dove i libri fanno da pareti porose – ma mi ci vorrebbe qualcuno che li tiene costantemente spolverati – per godermi appieno il pomeriggio sonnolento. A volte indulgo nei feticismi intellettuali della certezza, della purezza morale e dell’eccessivo ordine. Per evitarli, cerco di capire la maniere elusive con cui essi possono infiltrarsi nel mio pensiero. (Louise Kaplan).

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Cacca di cane.

Non ci posso fare niente: a vedere una persona che raccatta la merda del suo cane da terra con il guantino o il sacchetto di plastica del supermercato, mi sembra di cogliere segni nefasti di involuzione.

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Juanita de Paola

Le cose bisogna guardarle con distacco, da una distanza.

Guardando uomini e donne bellissime baciarsi alle quattro del mattino, non c’è una donna con famiglia che non si chieda “ma l’alito non gli sa di gargamella?”. Oppure ancora: a guardare le foto delle veline, una si chiede se esistano due corporature possibili. Una normale e una paradivina. E la domanda dopo è come mai ci si ritrova sempre dall’altra parte, dico, quella sbagliata. E’ che a non fare un cazzo nulla dalla mattina alla sera se non farsi il bleaching, i massaggi e la beneficienza, il corpo risponde bene. L’alito pure. (Si alza, chiappa le sigarette, intonando Me e Bobbie McGee porta le sue gambe corte mediterranee sul terrazzo e fuma osserva le stelle constatando che pure l’ombra ne fa intravedere lo stomaco gonfio convesso, si chiede perchè qualcuno le abbia regalato una bottiglia di vino rosè che detesta e, sbuffando come un cuoco di cambusa, abbassa la tapparella e tira due mocci).

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Juanita de Paola

Caldane.

Avrei voglia di un bacio di quelli che ti arricciolano i capelli per sei giorni.

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Juanita de Paola

Posizione musicale.

Non sono sdoganabile come musicista: ho fatto troppi soldi con la mia società. Due società. Quindi mi trovo in questa situazione terribile per cui quelli che mi piacciono non suonerebbero mai con me per non rovinarsi il pugno sinistro. A questo punto o piglio la via della Santanchè – esco di senno, mi cotono e mi rifugio nella destra milanese –  o mi compro una macchina brutta e ricomincio a suonare.

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Juanita de Paola

Gli italiani se la cavano.

Noi italiani, despite avversities, ci si cava sempre. E gli sta bene a tutti quell’altri.

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Juanita de Paola

Ich bin Berliner

Mi manca una vita Berlino, mi manca la leggerezza d’acciaio di una città che si scopre più leggera di Londra e più viva di Barcellona.

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Juanita de Paola

(A) Definition of Juanita.

Juanita (pronounced Cooaneeta) is a human element  with the atomic symbol NIDA and an atomic number of 33. It is in group 07 of the Periodic Table of Favourite Numbers. A heavy, malleable, ductile, precious, olivy transition creature, Juanita is resistant to corrosion and occurs in some semantic related adevntures. Juanita is used in family, luxury world, visionary theories, art, and hardware devices.