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Juanita de Paola

In piscina con le palle

La signora alza la palla, enorme, in su e in giu’ per fare la ginnastica. La signora pesa come un trave. La signora, di lato, e’ molto piu’ larga di un trave. Nel frattempo bambini dai girovita impressionanti saltano inquaeinla’. Ah, la provincia americana. Un odorino come di carcassa fritta nelle salsine Ranch mi arriva al naso e mi fa venire la cellulite per osmosi. Fuori e’ perfetto, per un terremoto, saranno 90 F. La centralinista fa colazione, pizza al salame, io sto cercando di bere un succo alla mela senza vomitare, sarò mica incinta? Oggi ho chiesto di andare a fotografare tutti i centri della spesa che chiamare supermercati e’ riduttivo, ridicolo: sono enormi, e infatti ora vado. La signora insiste, e meno male ha un colore del costume diverso da quello della palla.

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Juanita de Paola

Oaio

Non e’ che mangiano perche’ sono ghiotti, non lo sapevo, ma perche’ in realta’ non c’e’ niente altro da fare. Questo incipit infelice, e maleducato, e’ una scusa. Io mi sono innamorata della Merica, io amo i suoi posti come la social security dove in dieci minuti contati ti danno il libretto di previdenza sociale e un interprete gratis in ogni lingua conosciuta, dove si fuma da tutte le parti – fuorche’ New York – e si beve vino californiano, cosi’ corrotto, cosi’ dolce, cosi’ potente. E la frutta laccata di cera. E i mall con dentro tutti i troiai che un essere umano puo’ desiderare. E a chi dispregia le feste di benvenuto con la scrittona sul garage e i palloncini e i bicchierini con i nomi dico che e’ solo perche’ non gliene hanno mai fatta una. Eccomi qua, nel patio, accanto al barbeque, con un bicchiere di vino amish, il suono degli uccellini e un menu’ rubato ieri sera con tutti i nomi italiani del menu’ italiano: vino “ecco domani”. Fantastico.

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Juanita de Paola

Primo aprile 2005

Ascolta, io non sono di destra, non sono di sinistra, non sono moderata. Ho delle tendenze umanistiche. Provo imbarazzo per la situazione politica attuale e sto ancora cercando una mia via per contribuire. Il mio nemico è il votante (e persona) pieno di certezze: alla prossima catena e-mail sul perchè dovrei votare l’orrendo Prodi invece dell’orrido Berlusconi, giuro, espatrio. Io non sono “dei vostri”, non sono nemmeno dei miei, quindi andate a fare gli ieratici da un’altra parte.

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Juanita de Paola

Febbraio 2005

Trovate le canzoni: pubblicità dove la macchina si trasforma in un robot e balla, Jacques your body (makes me sweat) by Les Rythmes Digitales. E la cover di Tutu, checcacchio, era di Cassandra Wilson. Totale persone interpellate: circa 50. Ora mi manca quella della Jeep Cherokee, so che è Dimitri qualcuno, ma quella canzone non si trova da nessuna parte in Italia. E via.

Arrecandomi al mercato della vita, tendevo in genere a scegliere frutti a buon mercato. Per intenderci, qui ci piace il contenuto, non la forma, sappiamo che i frutti più buoni sono quelli un pò impataccati, non quelle melacce cerate fosforescenti e tutte uguali. Ma a forza di cercare solo contenuto si fa lo stesso errore di quelli che no a prescindere, si rischia di perdersi qualcosa insomma. Ma insomma, alle occasioni, a quelli ammaccati, a quelli un pò andati, mi ci sono abituata. Poi non so bene quand’è successo, ho cominciato a pensare, ma a me che mi manca, perchè, io una bella stesa di kiwi e spiedini di avocado importati, che per caso non li posso avere? Badalì: fatto.

Accadono cose strane ultimamente, mi ritrovo a maneggiare situazioni che non credevo nemmeno auspicabili, nemmeno pensabili insomma. Questa sensazione di felicità totale, appagata, a partire dal primo battere di ciglia la mattina, è così piena da fare quasi paura. L’altro giorno pensavo ai piccoli traguardi. E’ tutto lì. E’ come in montagna, se sulla parete in arrampicata guardi in su ti viene male. Bisogna guardare veloci, per sapere se stanno cadendo massi. Poi invece si guarda a diritto, le proprie mani che si abbrancano ai chiodi, alla cordata, ai massi, guardarsi i piedi, respirare, non fare passi troppo lunghi per non cascare di sotto o finire le forze. Fermarsi, ai masi, ma non troppo a lungo. Non eccedere con le proprie risorse energetiche, ma un vin broulè non si nega a nessuno. Insomma, si muore perchè si vive in fondo. Poi si riparte. Fino in cima, e mentre sei lì lì’ pensi “ce la sto per fare, ce la sto per fare”, e gli ultimi metri sono i più difficili, proprio per la smania. Piano, andare piano. E poi in cima. E in cima accorgersi che sì, ce l’abbiamo definitivamente fatta, e guarda quante altre montagne, quante altre cime. Riposarsi, premiarsi e ripartire. Un risultato in saccoccia. Esserne felici, esserne terribilmente soddisfatti, e orgogliosi: sentirsi vivi non è roba da tutti i giorni, non è come essere vivi, è assai di più.

E’ severamente vietato fare l’amore in ascensore – se no poi si fuma nel pianerottolo – mangiare cibi con grasso, misurare più di dodici centimetri di perineo e pensare male dei salutisti, è altresì proibito farsi cogliere dalla peccaminosa sindrome di stendhal, o mangiare i bomboloncini alla crema, usare il burro per varie e eventuali, bere, bere troppo, fumare, fumare troppo, non fare jogging, non salutare con l’inchino, non comprare macchine della fiat se no come si fa a fare finta che vada tutto bene, vietato non avere sedici giornali e i capelli finti, vietato fare le leggi sui divertimenti della vita se non si è almeno a un passo dalla morte, vietato ballare e sudare, vietato pomiciare in macchina, vietato indulgere nei piaceri di qualunque risma. In questo blog la sala fumatori è il doppio di quell’altra: aspiro io.

Volevo dire che è stato quasi un’ispirazione, che la tua posizione così lontana dalla mia, antitetica, quasi quasi mi ha fatto saltare le orecchie dalla testa, ma finchè saremo capaci di ascoltare qualcosa che ti fa venire voglia di uccidere senza farlo, allora dimostreremo un’altra volta il distacco fra l’uomo e la bestia. Tu qui diresti che gli animali sono più intelligenti dell’uomo, e io ti voglio credere, quando ne sentirò due parlare al telefono o inventarsi un mezzo di locomozione. Volevo dire che ho il diritto di andare in fondo a ogni argomento – situazione vissuta e vivibile, che sia oggettivamente bene, che sia oggettivamente male, non me ne è mai fregato niente. A nessuno frega niente, sono solo cucce per il quieto vivere, occasioni per non farsi domande più approfondite. E’ più facile chiedersi se sia meglio mangiare la carne oppure no, piuttosto che chiedersi perchè sia necessario mangiare e dormire, se sia possibile inventare un processo per cui non c’è più bisogno di fare nè l’uno nè l’altro, per avere più tempo, più vita, da spendere da svegli. Ora lascio la concione, perchè nonna sta russando qui accanto e mi distrae come un valzer, io mi devo fare il bagno e poi scappare a Vellano, ho voglia di sole visto dall’angolo di un caminetto. A bien tot.

Un pò bitter, un pò di pensieri, quando ti tornano in mente le cose anche quelle che non volevi. Ma putroppo non è che c’è una diga, dove i cattivi pensieri vengono filtrati e quelli piacevoli passano. Si, oggi è uno di quei giorni. Smettete di parlarmi, smettete vi prego di guardarmi, di osservare quello che sto facendo. Voglio buio, lasciatemi in pace. Anzi no, riprenditi. Pensiamo a qualcosa di bello. Ecco, Londra. Dov’è quell’immagine, quella prima di andare a vedere quello spettacolo. Eccola, facciamola a palla. Leviamo Bach, è overwhelming.

No, che è questa roba: condividere la playlist con la mia sorellina qualche volta è buffo. Capita Rachmaninov e a seguire Avril Lavigne. Via, via, cambio. Yo yo ma. Cello suite. Risiamo a Bach, perserverare diabloicum. B come Bela Flek. Vai. Buon umore e bravi suonatori. Nonnina, ti adoro, ma cazzo stai zitta un minuto, ti supplico. Niente, ha ripreso il telefono, ochei, quando è merda è merda. Non trova il numero. Cerchiamo il numero . Riabbassiamo la musica. Aspettiamo la fine della telefonata, si parlerà di piaghe da decubito, ma mentre scrivevo ancora non lo sapevo. Corri, pescane un’altra, immagine felice dico. Aperitivo. Pensavo che gli uomini escono, le donne invece hanno la serata libera. Buffo. Insomma, non così buffo, ma cambierà, tempo tre o quattro generazioni. La giornata è stata scandita da lettere. Lettere su lettere, foto, scoperte, confidenze, condivisioni, e pensare che strano. Domani mattina vado a sciare, sarà sole, sarà concentrazione sulla riunione di domani pomeriggio. saranno le sette e mezzo, sarà maglio andare in cucina a affettare i pomodori. Forza ragazza.

Sturdust fa da tappeto alle immagini di ieri mattina, con quel sole e quegli sci ai piedi. Qualcuno dirà che sono impazzita, e forse è vero, ma sciare è meditazione pura, e si vede da come uno scia – se scia, ovvio, da come uno mangia se mangia, da come cammina se sta camminando, e così all’infinito – di che pasta è fatto. Io sono velocissima, scomposta, irresponsabile e piglio dei crepenti tremendi. Quando vedo la gobba di una discesa nera provo piacere a spingermi ancora prima che la voragine inizi a tutta velocità, per entrare con un salto, più o meno consapevole, e incrementare la velocità di secondo in secondo, fino a che diventa quasi incontrollabile. Amo la baita, il vin broulè, soffermarmi anche per un’ora se l’atmosfera è calda, e dimenticarmi all’improvviso della gioia del silenzio in discesa con le gote che bruciano di freddo e di sole, per la più caciarona compagnia di gente che non conosco, ma che ha la faccia rossa e felice. La gente, che invenzione straordinaria. Pensa che noia non ci fosse. Pensa avere tutti gli impianti per te e mai la fila, mai nessuno che ti taglia la pista o che ti viene addosso, mai nessuna mamma che urla Gionataaaaaa vieni quiiiii mettiti il cappellinoooooo a forma di alabardaaaa, mai nessuno che ti frega la fetta di torta, l’ultima, alla nutella, mai nessuno che ti sorpassa mandandoti a ramengo, mai nessuno che ti fa le serpentine davanti (bravo, via, bravissimo, ma come farai a essere così bravo te?!). L’ipotesi di un mondo perfetto è agghiacciante. Come quelli che abboccano le discese cercando di calcolare la pendenza precisa e la velocità media raggiungibile alla tangente della gobba. Brrrrr.

Si, dovevi essere tu, quella cosa che non mi aspettavo. Quella cosa per cui mi piace interrompere un libro, e che sarà mai un libro se messo a confronto con qualcuno, qualcuno di vivente. Nonna sta bestemmiando, interacalando un “non fanno un cazzo nulla” con una cantata, stiamo ascoltando unforgettable. Entra su “that’s why darling, it’s incredible, that someone so unforgettable”, e qui s’è già persa. Non sa l’inglese, ma ripete i suoni. Di là gira la lavastoviglie, no ever before, has someone been more. Domattina sarà un altro giorno. E sarà conquistato, un giorno meritato, e forse questi aggiustano anche la caldaia. Sinatra è Sinatra, meglio di Cole alla fine. Sì, sì. Nonna ne conviene. Lei preferisce Sting.

“Caldo da svenire, caldo che mi fa stare statica su una sedia come una pera con una freccia nel mezzo, una macchina senza ruote, ed è proprio così che mi sento. Motori surriscaldati e avaria dell’animo, mi ci vuole acqua, il sangue fa le bolle, la testa mi ballonzola come se avessi l’alzheimer. Stanotte ho risognato un sogno, quando stavo dentro un’astronave verde, in mezzo al verde, precipitata su qualche montagna e arrivata in campagna per caso cioè per me”

A noi innamorati di natura, anche quando non c’è nessun oggetto d’amore, o quando ce ne sono troppi e poi nessuno per punizione. A noi che abbiamo tutto da avere, a noi mele da cogliere, a noi mele di una crostata del giorno dopo, ancora più buona. A noi che vorremmo cene a lume di candela ogni sera e che va bene anche la festa delgi innamorati pur di festeggiare, a noi che si festeggia, eccome, ci vuole coraggio. A noi che sappiamo che la felicità è un obbligo morale, e che se un dio c’è vuole che si sia allegri, per rimettere i peccati ci faranno uno sconto comitiva. A noi, peccatori professionisti, ma poi peccatori di che? Un bacio è un peccato? Ma quando mai. E fare l’amore nei campi è un peccato? Macchè, bisogna, bisogna. Se vecchiaia potesse, se gioventù sapesse. A noi, poeti, ubriaconi e malfidati, a noi che si promette quello che non si saprà fare solo per leggere un pò di gioia negli occhi degli altri. A noi che il cinismo lo combattiamo in prima linea, perchè demolire è facile, costruire no. A noi che oggi pensiamo ad almeno sei persone diverse, e con tutte bisognerebbe stasera scambiarsi rose, affetto e occhiate, noi che si sa fare come l’ultima notte della propria vita. Noi, che siamo ariette di Puccini, noi ridicoli, noi caricature di quelli normali, ma che normali diventeremo quando siamo un pò più grandi, a noi che stamattina avevamo un goccino di sale nel cuor, e che abbiamo fatto finta di niente. A noi, anche a quelli diversi da noi, buona giornata, e che sia d’amor composta.

Stamattina era tutto d’oro. La via, con il ghiaccio e il sole rosso che ci si rifrangeva sopra. La carreggiata, con fuochi sparpagliati, che finivano in oro. Il cielo, sotto il rosso e fucsia, vicino ai colli di Montecatini Alto, era tutto d’oro. Il riflesso del sole dentro la macchina, e sui miei occhiali, e sullo specchietto. E su una filata di plastica traforata, al solito. Mi ha fatto impressione, ad un certo punto l’ho proprio detto ad alta voce: è tutto d’oro. Vellano, alle spalle, era più rossa che dorata, e blue. Ci sono persone che pensano che le cose debbano essere per forza del colore dell’abecedario, e anche io faccio fatica.

25 febbraio 2005
Scotta. Scotta al punto che forse è ridicolo, sì, lo deve essere. Chiamata a suonare, con pezzi da novanta, mi ritrovo con una chitarra senza amplificazione e senza microfono a sostenere la serata da sola. Perchè le stelle non credevano, non sapevano, io non ero all’altezza circa, sai, gli standard vanno fatti esattamente come nel cd. Vedi, se Cole Porter si alza dal palco e se ne va, sono le chiappe di Cole Porter che vedi scendere, ma io i vostri nomi non li ho ancora visti pronunciare da chi commosso ascolta la vostra musica. Svizzeri del cazzo, ecco cosa siete. La gente è stata lì ad ascoltare, tanta gente. Io, invece, mi sono vergognata.

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Juanita de Paola

Vado.

Caro diario, vado a Vellano, ho bisogno di mettere a fuoco l’anno 2005, devo fare l’agenda.

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Juanita de Paola

Foglietti

Foglietti di carta, il copperplate è la mia nuova passione ora che ci penso. Non si può più fumare nei locali, svolta epocale dicono. Dei locali non lo so, ma al ristorante sarà dura, credo che smetterò, o mi darò al sigaro toscano, mi sono abbonata a Gli Amici del Toscano, intanto. Canzoni vecchie che hanno nuovi significati, pace, posso riscorrere le foto, ce n’è una in particolare, con i miei amori che adesso sì, ci sono, ma sono da qualche altra parte. Siamo di nuovo a Vellano, io, Luca, Eva, Giulio. Eva si è fatta monaca, suonava la batteria nel complesso quando Giulia era ancora viva, eravamo un terzetto niente male, abbiamo suonato al Bonaventura insieme l’ultima volta, io ho steccato Calling You, Giulia ha sbagliato tutti gli accordi e Eva no, era la più brava. Continua a cantare nel coro dell’Eremo di Lecceto, hanno voci da angeli, sono angeli, lei è un angelo. Giulio è qui da qualche parte fra Prato e Montecatini, che prova a rifarsi una vita, la nostra di vita ci ha fatto prendere direzioni diverse, avevamo giurato che saremmo stati tutti inseparabili, sempre. Ce la farà, ce la sta facendo, ha le ossa forti. Luca torna negli Stati Uniti, per diventare il tattoo artist più cool della scena, riuscirà anche in questo, ci ritroveremo ad un tavolino fra degli anni, magari anche con il Kuzzo, magari anche con Simone, magari anche col Cice, tutti insieme, a fumare il sigaro toscano, e a capire quanto si sia sciocchi a ventanni, quando tutto è così pregnante da diventare ridicolo. Io, invece, ho trentanni, e mai prima d’ora – la Mannori diceva mai scrivere adesso al posto di ora, diceva che era una parola brutta, traduceva Saul Bellow, conosceva Montale, cercava di insegnarci l’Italiano dei punti e virgola – mi sono sentita così bene dentro questa pellaccia, che ha retto troppe sigarette, troppo vino, troppe ingrassate e dimagrite, e che ora è stabile, così, come un corpo deve essere quando si è qui a questo punto. Mi aspetta un anno di cene da Lisa, aiuterò Alessandra a preparare il suo matrimonio con Tommaso, si sposano il 26 di Giugno, con un bel vestito che sono andata a vedere ieri a piedi, in centro. Io disegnerò i bigliettini, e sarò la testimone, se ci penso mi scorrono davanti immagini di una vita: i suoi occhi giganteschi, i boccoli bianchi, la bocca enorme, e l’espressione di chi fino dai primi mesi la vita la vuole spiegata, perché non si fanno le cose a cacchio, no, ma con intento. E mamma pera, un giochino da trainare, fatto a forma di pera, e il suo odio per l’uovone di cemento lungo la strada che ci portava a Punta Ala, che mai ci fa un uovone sulla strada, avrà pensato, nulla difatti, e quanto si spaventava a vederlo. “Non torna”, avrà pensato. Sta suonando Billie Joel, è “piano man”, sto per tornare a Vellano, sono le 11:58, ho preso due caffè e fatto colazione con le lasagne di ieri sera, deliziose. Ancora mi devo riprendere dalla levataccia, anche se l’alba, stamani, era meravigliosa.

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Juanita de Paola

Hai presente

Hai presente quando a sedici anni, quando l’amore è al suo massimo livello naive, quando non ci sono pensieri del dopo, per esempio, hai presente quelle sere di citronella, verso primavera, quelle sere in cui sai che hai così pochi anni da poterti permettere ogni pensiero, le sere in cui non guidi gli sguardi ma sono loro che guidano te, quelle nottate in cui può succedere anche niente ma non te le dimentichi più, quando trovi occhi che ti capiscono, che stanno pensando lo stesso ma poi si ha paura di fare il primo passo, di dire le cose, ma si continua a fare finta che la musica sia un argomento di fondamentale importanza. Quelle notti, non di cosce e zanzare, no, ma di polsi tremuli, di pensieri felici, di gioia brada senza senso, di incapacità di pensare più in là che di cinque minuti, anzi, due. Quelle notti in cui te lo sai che quegli occhi non sono i tuoi, non saranno roba tua, ma è uno splendido inizio, perché lei, o lui, è incredibilmente attraente, ride di cuore, con i denti bianchi, sì come piace a me, e si infila le mani nei capelli ogni due secondi. Quelle notti in cui solitudine si tramuta in libertà, sì, puoi fare a occhiate senza offendere nessuno o nessuna, e ti si riempie il cuore di aria buona. Quei giorni che la faccia è più tonda del solito perché ridi, e tanto, e le mascelle sembrano uscire dal cranio, e ridi di nulla, di tutto, di una canzone cantata in due sbagliando le parole, del sonno che ti fa fare sbadigli poderosi, come il leone della goldwin mayer, e poi ridi, e ridi un’altra volta, e mentre abbassi la testa per riprendere fiato si rincrociano gli occhi, brillano, brilla tutto. Quelle notti dove le stelle stanno in gruppi di tre, e la luna ha l’aura grassa, e il vento soffia bene, e il finestrino sta basso anche se è freddo, ma chi se ne frega del freddo. Quelle notti in cui la radio passa le canzoni giuste, e non passa nessuno nel raggio di minuti, ore, quelle in cui ti ritrovi sorprendemente nella vita di qualcun altro, quasi con la stessa storia, oppure a pochi passi, “io se fossi te farei così”. Notti in cui una testa sulla spalla vale la gioia di sapercela tenere, così, come se ogni altro essere umano fosse tuo figlio e tuo padre. Ecco, quelle notti, sono belle.

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Juanita de Paola

Gioia

L’anno nuovo ha il sapore di un pacchetto di grissini appena aperto, scrocchia tutto, ci sta bene tutto. Una bella fetta di prosciutto, una salsina verde, maionese, sì, la mia preferita. Sulla pelle il rossore delle sciate, i pelini bianchi in controluce, ogni muscolo che fa male, e quindi che fa bene, è stato un ultimo dell’anno meraviglioso, quieto, sorprendentemente felice, sulla neve. E’ stato un compleanno meraviglioso, con sorpresa. Sarà l’effetto placebo, ma qui dentro, dentro a questi trentanni, mi sento come se finalmente mi avessero messo il vestito giusto. Addio numero due, porta con te via quelle inquietudini, lascia il posto alle braccia aperte, e che siano braccia muscolose per reggermi, che siano occhi buoni per guardarmi e accettarmi, che siano simili alle mie, pronte a reggere e a consolare, e ad allargarsi, anche in segno di resa. Alzo le mani 2005, porta quello che devi, portami via quello che vuoi, portami da qualche parte, che sia un bel tramonto dove si va, che siano albe sobrie, che siano amici tenuti per mano, che sia solitudine con un sorriso, che sia vento, che sia sole e pioggia, che siano pedate di sporco sul pavimento, che tanto chi sta fermo non sporca. Sono felice.

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Juanita de Paola

Parcheggi romantici

Lei guarda lui sperando che non si ingozzi, segue i viaggi della forchetta dal piatto alla bocca come un’aquila segue un topo in picchiata. Si placa fino a che non si accorge che lui ha la mano sinistra, quella libera dalla catena di mangiaggio, sotto al tavolino e probabilmente sulle palle, e inizia a fissare lo spazio vuoto sul tavolino come una madre guarda il letto del figlio morto. Lui chiede che c’è, prende tempo e energia per la buriana in arrivo tra la carne e il caffè. Scòrdati del dolce. Lui ha un singulto di rutto trattenuto e lei decide che è ora di parlare di qualcosa ma non trova argomenti. Perché lo odia. Per averla ingabbiata, incoppiata, sottratta all’ammirazione degli altri maschi per poi farla finire in trattoria. Vuota di parole e piena di livore lei fissa lo sguardo in un punto tra la spalla e la testa di lui ma dietro, lo perfora, lo trapassa ecco. Lui si gira anche lui per vedere se dietro sta succedendo qualcosa, contro luce ha la bazza unta e si rigira. Ma come a “unduetrestella” lei ogni volta è più vicina alla poma, l’espressone è sempre più truce. L’idea di altri sei secondi insieme è intollerabile, eppure repellente.

Lui è ancora dietro alla pizza stavolta, sganghera un “vui ‘ffaggiare?” (vuoi assaggiare) a bocca piena e le saetta del bolo alimentare sul polso. Lei ha lo sguardo che ha odiato in sua madre ogni pranzo domenicale e ora ne capisce l’inferno, si’, comincia ad odiare suo padre per osmosi postuma. La carne dopo la pizza è finita, la cameriera è brutta ma ha le poppe di cento chili e una riga di pelo gatto sulle mascelle, ride come se la vita, la sua e quella degli altri, fosse felice. Lui sta pensando che deve scureggiare e che il viaggio in macchina per riaccompagnare lei a casa dei suoi è troppo lungo per non farsi venire la colite. Lei sta pensando che lui stia pensando alla cameriera che ride in una capanna e lo serve e ride, che lui crede che l’altra saprebbe stare zitta e sorridere e fare i suoi comodi mentre lei è una rompipalle. Caffè, ictus sorridente di denti marroni e nell’ ipotesi più allegra telethon di sigarette in attesa del conto. In macchina, parcheggiata nel paese appena a sei chilometri da quello del ristorante. “Ti amo“. “Anchio”. “ Ci si sente domani?”. “A che ora?”. “Dopo pranzo, dimmi te?”. “Ochei”. “Buonanotte”. “Buonanotte”.

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Juanita de Paola

Il fattore donna

Se avessi un cane non lo farei mai tosare, ma questo non c’entra nulla con quello che ho in mente stanotte solo che mi scappava di dirlo. Pensavo che la gente ripiega, nulla da dire. Qual è il passo successivo alla fine di un amore? Si sia chiari, schietti perdio. L’accaparramento. L’accontentatura. Lui mi porta a mangiare il pesce e riesce ad arginare le stronzate che gli maratònano in testa? Ottimo, sia lui. Lei ride persino quando lui legge la tribuna sportiva e indossa toppini di viscosa nera a fiori rosa? E’ lei.

La vita a servizio del benessere, assurto a dio superstizioso. Il mio bene io lo idolatro. Ma cerchiamo di remare verso la sponda dell’ottimismo chè se no qui finisce nel turpiloquio nichilista. Il bene esiste, Juanita, il bene c’è e farsene travolgere non è così difficile. Persino la punteggiatura stasera mi irrita. Allora, che stavo dicendo. Si nasce, si cresce, donna, uomo mio, bambini, fine, nipoti, fine, pensione, fine, morte.

Oppure. Nasce cresce, crisi, omosessuale, vacanze a Mykonos, pensione, morte. Oppure. Nasce, cresce, vive, ospedale psichiatrico, muore. Oppure nasce, cresce, carina, single, yoga, buddah, vegetariano, marito dell’amica, causa tibetana, (finalmente) muore. Oppure nasce, donna. Donna, che in sciarada diventa danna. Che in approssimazione diventa si danna. Che in natura diventa donnola e nel deserto duna. Che con un bel vestito diventa dama (ma anche sotto forma di cioccolata tra due cialde di pasta frolla), che prima era domina e negli anni ottanta big domino rally. Che ora è dominio ma è pure dondolante. Dannazione. Donnazione. Dona – azione. Donna-azione. In un campo da calcio è Donadoni (pronunciato alla maniera di Pizzul). Dona doni. Che nella caccia è Diana. Che nel vecchio continente è Danimarca, donimarca, donna-marca, donna marcia, donna in marcia, che nelle negazioni è don’t (e ci mancherebbe che fosse un’affermativa). Che vicino ad una torre con l’orologio è din don. Che nella vita è un dono, nel tempo domani, nei luoghi dovunque e nel mondo razionale don Quichotte. In Irlanda è il bel Donegal. Della donna si parlava allora, che segue le tappe assegnate(le).

Assegnateci. Dai due ai trentanni si è donne in potenza, dai trenta ai cento donne in ricordo. Donna assomiglia a danno, e pure vagamente a dolore, quello che si prova non quello che si provoca. Donne che si patisce le cose che non si sono apprese dalla mamma e che si assumono responsabilità ma non conoscono la parola conseguenza. Donna che senza marito regredisce a ragazza madre ma se lavora è donna in carriera. Meglio in corriera allora. Donna tarpatrice di ali, le sue e quelle delle altre donne meglio se di discendenza propria, perno del proprio vaginocentrismo da terzo millennio, invocatrice del maschio vero e vecchio con camicia a quadri, rude come Clint, tenero come George, bello come i bellissimi di Rete 4 alle dieci e mezzo. Maledizione alla propaganda. Maledizioni per Anna Karenina Masoch.v

Il cane sta russando come un peto e tosato così sembra un tarpone. A Serravalle hanno assunto una benzinaia. A Pistoia la signorina Lotti ha vinto le selezioni per Miss Universo con le sue gambe inequivocabilmente corte come previste dal modello mediterraneo, eppure coperta di mille litri di fondotinta e un costume antroporepellente. Lo sponsor della serata è PISTOIA CARNI e tutto torna.

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Juanita de Paola

Router nuovo: yay!

Migrare sarebbe una soluzione a Giugno. Ma Giugno è come Settembre: non c’è via di scampo. E’ inutile fare finta di essere civilizzati, di essere nel terzo millennio. In realtà basterebbe ora un tamburello e un coro di terza per farsi venire voglia di sciogliere capelli e legami. Partire per qualche prato, a fare festa, ma tutti insieme. Coperte a scacchi e fiori in bocca, chitarre e termos di vino al seguito, questa dovrebbe essere la primavera se ci fossimo davvero evoluti.

Questo mese è stato piagato dalle disfunzioni dell’ADSL, un collegamento a singhiozzi come il mio giramento di palle. E fanno venti chiamate al numero Telecom per i guasti adsl, due amicizie nuove via telefono e almeno otto tecnici conosciuti. L’epilogo di questa disavventura sarà che [1] ci avevano messo su una piastra provvisoria (?!) [2] che la legge alla privacy non permette di tutelare l’adsl (uh?) [3] che questa zona è particolare (ma dai!). In mezzo a questa tonnellata di cagate riesco a farmi dare un router nuovo e più bello di quello di prima. Chi s’accontenta gode.

Nel frattempo.

<< Papà ho tante visite al mese al sito >>
<< Brava topino >>
<< Qualcuno mi scrive anche nelle e-mail>>
<< Racconta>>
<< Un signore mi ha mandato un libro scritto da lui>>
<< Bello? >>
<< No>>
<< E il tuo libro? >>
<< Devo convincere G. a farsi pubblicare>>
<< Mi passi il parmigiano?>>
<< Ah l’amatriciana >>
<< Ah Roma è sempre Roma>>
<< Sì >>
<< Sì >>
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Juanita de Paola

About Juanita de Paola

I have shortly become aware of the fact that I belong to a literary movement which is spreading across the realm of comunication overbearing as only the internet, it’s diffusion channel, has shown to be before.Pages which continuously recall literary art , actuality topics , painting , mathematical and physics theories , hints of written rather than experienced life for the fear of having to make decisions ; this is the transversal generation that clearly perceives the concept of consequence and is the most passive one ever. The expressive level of “ The Movement” slowly leads you to the very powerful level of Truth, which hurts whoever is writing about it , that gets you drunk on your truth , like nothing else has been ever able get you on such a high . It’s like getting rid of one’s armour just before a new knight is about to challenge you , it’s complete surrender , the strength of he who has no remaining strength , no fear, no aggressiveness. THE OTHER / When you write , the core of the problem , capable of putting you to a stop ,or , worse , capable of wasting your thoughts , is THE OTHER , THE OTHERS.To write for others is counterfeiting , searching for approval by others is pollution of the river of expression. You never really write for your own self.The Other , the else, stays as a factor that need be trasformed , time after time , with the help of one’s imagination, of one’s will , into the idealInterlocutor, one who can read straight through us in a way that defies our own capacity to do so.You try to cancel faces while writing , and you try to say simply what you wanted to say, and you are terrorized by the pornography of the “ well packed “.The toughest part of the job was finding the original colours , drawing a straight line from point A to B.Some pages require the toll of a decision in spite of all , admisssions that weaken you further, that lead you to feel ever more unfit.It’s about colours on rough surfaces that must not be polished , the price being that of the loss of the image as a whole , the loss of comprehension. You write letters you pretend to have lost along the road ; and you expect someone to pick one up ,, read it and find something familiar in it. CONSEQUENCES / You end up by changing your days by sticking to your writing , your lies are a suicidal attempt against your most genuine drive.There are no limits to the substance once you have coopted for the fall of form. And once the substance is borne to life and moves about the papers , the passage from paper to life becomes automatic , disruptive. No faces whatsoever , no references , only that straight line that links an idea to it’s most feasable expression , a need one has to face : this is what writing tuns into. Every word a choice , every omission a decision , every idea sent to slaughter , you being the butcher . And if real life is overwhelmed by events , on paper you only weigh commas by the ounce.

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Juanita de Paola

Niente scuse, stasera Vellano.

I venticinque euro stanno nel portafogli com una vecchia al Casinò. Due da dieci e uno da cinque, che stranamente non è il primo ad andarsene. E’ la legge del sta per finire, funziona anche con il cellulare, se stai finendo il credito approfitti per chiamare la nonna, il collega che rimandavi da mesi, mandare messaggi a caso: quello che ha da finire finisca. Venticinque soldi, bastino per una settimana, si faccia il piano, si schierino gli opliti, si faccia la strategia. Trascurare i soldi delle sigarette, perché quelli crescono spontaneamente nel portafogli giorno dopo giorno, ma in una settimana ci sono sette cene fuori, un week end da sostenere e le solite spese impreviste, che ti fanno barcollare, tipo l’amica che si è dimenticata il portafogli e te dici non ti preoccupare ci sono io (coi miei sei euro del cazzo, non ti dare pena, bastano a tutte e due tutta la sera se si va avanti a pane e capperi).

E lì è il divino che si manifesta, che ti fa capire che devi andare a letto, e tu lo fai perché è giusto. Lunedì sera, qualche amico fa festa a casa sua, un tempo c’era il Montecarla, ma non si può bruciare il sessanta percento delle risorse nel lundì, perché se no si arriva al sabato senza mutande. Trovare vino, trovare vino, avere sigarette pronte. Soluzione invitare un amico che nessuno invita mai, pieno di vino. Tac. Ah, già che ci sei porti sei bottiglie? Certo, certo, io porto il (che porti te Juanita?) coso. Nessuno fa mai domande. Sottrarre una delle bottiglie al gonzo mentre si entra in casa “ti posso dare una mano?” e sfoderare un sorriso da lotteria di capodanno, tieni queste sono per la casa, ma non dovevi, ma figurati, andare nelle case senza niente è da maleducati.

Ti presento il gonzo, il luppoloforo, il portatore sano di me, piacere, piafere (ha l’apparecchio), e te dove stai, io?, no tua madre, dove?, niente, non le piglia, se no non avrebbe tutti i soldi che ha, lascia perdere. Sdraiare il gonzo con due bicchieri di vino e farlo dormire fino alla fine della jam session, piantargli il muso al ritorno – guida lui, sobrio, ovvio. Stare con gli amici così è impagabile, siamo tutti senza soldi, con tanto vino e il cuore gonfio di gioia, le dita di note, la voce canterina, le ore piccole al fronte della giornata di domani che sarà piena di lavoro, come noi stravolti di occhiaie.

Canta Gianni, suona Juany, facciamo a quattro mani. Alle quattro si torna, fra quattro ore in piedi, con la gola secca di canto e sigarette e l’intestino gommoso. Martedì. E’ la sera decisiva per verificare l’andamento della settimana. E’ finito il credito del telefonino, ieri sera ho mandato messaggi anche al maiale con le ruote, ma io sono così, nei momenti di felicità mi viene voglia di avere tutti vicini, anche solo col telefono. La preparazione inizia dal pomeriggio, spulciando giornali e siti e locandine e telefonando, dov’è della buona musica dal vivo, i giochi di prestigio, la vita dov’è.

Te esci, no, te esci, no, te esci, no, io esco. Verso le sei, se non si è trovato l’asso, ci si trasforma nell’attrazione serale, e si organizza una cena. Si chiamano gli amici e si fissa, poi non mangio, io bevo due bicchieri di vino per cena da anni ormai, ma l’allegria del tavolo mi riempie, vedo la gente mangiare, bearsi dei sughini, sono felice. E si parla, e si parla, e si vuole cambiare il mondo, intanto bisognerebbe comprarsi le scarpe, tacco rotto, ma basta portarlo con eleganza. Orlo da rifare. E Dio, e la fede, e la tavola, e la toscana. E’ tempo di dare fondo al budget, qui vicino c’è un tabacchino. 3,00 euro nelle sigarette, e poi ritorno. Si paga, io ho due bicchieri di vino (credo infintamente di più ragazzi), lascia perdere te, noi abbiamo mangiato e bevuto. Come volete, come volevo. Siamo a ventidue e spiccioli, che si fa, si va a letto? Niente, tutti al campo del Poggio alla Guardia a vedere le stelle, si fa gratis. Andiamo, non venite, vado.

Mercoledì. Stasera c’è il buffet all’Astor a Firenze, con musica hip hop, entrare a diritto, mettere qualcosa di raffinato, andare e cibarsi, ballare, raggiungere un decente stato di ebbrezza per riuscire ad uscire senza aprire il portafoglio, sorridendo al buttafuori gorilla come se foste stati fidanzati alle medie, dare anche bacino senza cascare dai tacchi alti. Oppure c’è il Pirobutirro a Pistoia, con il divano morbido, mi piace addormentarmi nei locali con la gente che fa festa intorno, è come guadagnare tempo nel sonno. Qui un bicchiere di vino si può prendere, si paga poco, senza incignare il pil. A letto tardi. Siamo quasi all’inizio del Giovedì, ovvero siamo al venerdì del giovedì, per un vecchio teorema che trasforma ogni giorno nel week end di quello dopo.

L’aspettativa, Leopardi, la fanciulla, questa roba qua. Giovedì. Il giorno in cui sono nata, il giorno eletto, preferito, quello in cui tutto inizia ma niente è ancora definito. Abbiamo ancora un diciottaio di euro, perché due o tre sono finiti in buone cause. Passaggio a Montecatini terme al negozio delle russe con le magliette vere vintage, quelle che i russi non vogliono più, a un euro, si fa shopping, in genere finisco per comprare calzini lunghi, tre paia un euro, mi dà tanta soddisfazione. Il giovedì presenta una serie interminabile di divertimenti, dalla Jam session jazz a Montecatini Alto alla serata di musica dal vivo del Piro, a quella dello ZeroZeroUfo al turchetto, uscita Altopascio, più social punk.

Alla taverna di Jack dove si va e si fa la serata minuto per minuto, tanto ci sono tutti quelli ganzi che sanno sempre dove andarsi a buttare, ai concerti a Firenze, insomma c’è solo l’imbarazzo della scelta. Stasera si cena fuori, un quartino di bianco e un po’ di pane, destiniamo tre euro alla mancia, bisogna farla girare questa economia. Venerdì. L’Eletto della settimana. L’epifania del divertimento, la sottile ansia che domani sarà già sabato, il giorno in cui si dovrebbe fare e non si sa cosa, il giorno in cui tanto vale lavorare perché a camminare in città viene lo sconforto, ci si ricorda che si ha ventinove anni, e non ci si ricorda come. Gita fuori porta, chiamare amici vecchi e nuovi, la campagna chiama e stasera è di tacchi a spillo, di cosce all’aria, di magliette senza spalline, di aperitivo elegante senza consumare, di occhiate veloci. L’aperitivo vero poi si fa al circolo Arci, un euro qualunque cosa. Oppure a casa. L’importante è l’occhio languido e la compagnia giusta, quella in cui si può ascoltare la musica alta in macchina e ballarla col sedere tutti assieme, nessuno che dice “abbassi per favore”. E’ fondamentale.

Via di pacchetto di sigarette. Tocca alle 100’s, se ne fuma meno perché sono disgustose, ma il pacchetto è quello coi colori giusti. Che sono tutte queste marche, forme, che roba è, le sigarette sono marlboro rosse o bionde. Camminare per Pistoia, piazza della Sala prima, del Duomo, tutte le piazze. Quanto ho in tasca a questo punto? Quindici, forse, nella borsa ci devono essere due chili di spiccioli da un centesimo, quindici e due chili. Tizio fa una festa a casa sua, si va, si canta, si balla, che si fa, qualcosa si farà. Patatine, noccioline, arachidi, pistacchini, via in bocca. Siamo alle due, il venerdì è ancora un neonato, siamo tutti sul barcollo, finalmente si può parlare e ridere anche con chi non si conosce. Oh, ma ti ricordi quella volta che? Oh, hai visto quella come s’è tirata, sembra una bomboniera, guarda lui che scarpe di legno, guarda quello e guarda questo. E giù risate, ma ora che si fa? Si sta qui dove siamo, che in genere è un posto bello, accogliente, come piace a noi, ci si lascia passare la notte addosso come una doccia pigra. Ho ancora un sacco di soldi.

Sabato. Non sento scuse, stasera Vellano. Stasera voglio la cucina di Michele e la compagnia di Rachele, l’allegro suono dei musicisti a un metro dal tavolino, le risate della Locanda, che ora si ride meno perché è morta Moira, e siamo tutti contriti. Stasera capra, pasta con broccoli e salsicce, non li mangerò, ma ormai ne conosco l’odore a memoria. Mi fai assaggiare un pezzettino? C’è anche la zucca marinata, strepitosa, olive nere grosse come pugni di bambino, c’è il caminetto che vorresti fosse ancora più enorme, per sdraiartici dentro. I musicanti finiscono di cantare verso mezzanotte, via allo zero zero ufo a risentire musica dal vivo, poi mettono jammin e si balla tutti come oranghi, dondolando da una parte all’altra. L’altra settimana si è avvicinato un bambino di ventanni e mi ha chiesto se lo volevo sposare, dopo che avevo suonato due pezzi con Emiblues, e non ho capito se era perché ero vestita come Milly Carlucci in un circolo dove le donne (orientazione sinistra) hanno sneakers e pantaloni bagonghi o perché aveva apprezzato la performance, credo nessuna delle due.

E dopo? Tutti da Manolo, che è un artista, un generoso, offre strumenti, ospitalità e talento a chi lo va a visitare nella sua Casbah, a suonare di nuovo fino alle sei del mattino. Domani si potrà dormire, che è l’unica cosa sapiente da potere fare di Domenica. E ho ancora un sacco di soldi.

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Juanita de Paola

Sabato e dei piccoli piaceri.

E’ sabato. E questo è già un piccolo piacere, perchè Leopardi e la festa e l’aspettativa. E perchè c’è il tempo di preparare una tazza di caffè dopo essersi svegliati alle dieci, aprire la posta. Andare all’ingresso, ci sono due copie del Fortune, una dell’Economist e almeno quattro inevase del Time. Di rigore in Inglese, così non solo mi annoiano ma non ci capisco niente. Si spalanca la finestra e si fa il letto a modino, ovvero come la ralla del maiale ma ben coperta perchè se no la mamma si arrabbia. Si accende lo stereo del Mac, Hite that Jive Jack a un volume da galera e via con la playlist copiata da FranCiskje o ispirata da Gaia, ci si mette in pari con i loro diari e si segnano le cose salienti sul blocchetto (nero) che sarà spunto di riflessione settimanale. Sigaretta. Il telefonino giace lì idiota, inerme, e così rimarrà fino a stasera, quando solo gli amici oseranno.

Breve surfata su Internet tra un sorso di caffè, uno sbadiglio sui giornali più pallosi mai visti, Vanity Fair sotto la scrivania per non dovermi sentire in colpa di tre abbonamenti vacui, una speata. Questo governo mi fa sentire vicina agli anarco insurrezionisti. Check delle e-mail della settimana. Rilettura di quelle speciali. Salto sul sito dell’ans(i)a e poi su tutti i siti degli amici per vedere se hanno aggiunto qualcosa, scrittura ta da da. Salto su dagospia per vedere le ultime paparazzate. Scorsa con dito pigro su tutta la banca foto accumulate negli ultimi dieci anni, sono circa una foto per giorno, oggi tocca alla “s”. Digitare Toscana+benessere+poco prezzo in Google e vedere i risultati, chi c’è? Digitare “escape” e vedere anche questa. Carico una versiona spuria di Growin Up che ho fatto con Alessandro Pieri per scherzo e me ne vo a caricare anche l’acqua calda del bagno. Anche.

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Adolescenti brufolosi.

C’è qualcosa di straordinario nella bruttezza dei ragazzini di quattordici anni, una specie di portatori sani di brugnoli, sederi inutilmente alti, creature mai erotiche con le loro movenze ripetute di continuo nella speranza vitale, fondamentale, di piacere agli altri. Ce ne sono due, una cicciotta vestita di D&G e con tacchi a stiletto, sembra che abbia appeso due prosciuttini parmacotto al contrario, con il gancio al pavimento. L’amica invece deve avere già avuto qualche esperienza sugosa, perchè invece di tuffarsi a pesce nelle discussioni con le amiche, se ne sta a girare gli occhi per vedere chi la guarda.

Sono straordinari, hanno una potenza che diventa tanto più grande quanto loro non se ne accorgono. Siamo poco distanti da quell’età, ma è come se ci fossero dodici generazioni, non anni. La verità è che non appena passata quell’età triviale ci si accorge che è stata incredibile, indimenticabile. Come il completino a righe orizzontali che copriva a malapena la pancia e l’ombellico a tortellino.

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Juanita de Paola

Long like the notes I’m sending, she waits in the air, matte kudesai

Immagina, di essere in una locanda. Immagina di esserci felice, circondato da giallo al muro, pietra dintorno e un caminetto dove ti puoi sedere – dentro – e sorseggiare vino del colore che più ti piace. Immagina di passare da zucca marinata a torciglioni fatti in casa con broccoli e salsiccia, panna e pepe quanto basta per avere l’istinto di infilare il cucchiaio direttamente nel vassoio quando gli altri si girano, immagina la musica, quella buona.

Stevan Joka, chitarra, da solo, classica la chitarra. Succede che suona La Ciaccona di Bach, e che mandiamo qualcuno a spengere le luci della sala, rimangono le candele e il buio e Bach, e Stevan che è anche un bellissimo ragazzo. Gli occhi di tutti si cercano, si avvicina Terry, insegnante di Inglese a Milano in trasferta a Vellano con la figlia, i figli, non ho capito. In silenzio, entra Rachel, la proprietaria, non si arrabbia che abbiamo spento la luce ma si mette a sedere anche lei, “fermati qui”, “non posso, ci sono i caffè ora”.

Melodia che tira i lembi delle budella, passaggi veloci che fanno mancare il fiato e danno quel senso di giacomo-giacomo alle ginocchia, pause e piani, pianissimi, chiudiamo tutti gli occhi. Il pane è fresco e fatto a legna, aiuta tutti a non avere problemi col vino, gente che appallottola un chilo di mollica e se lo mangia per continuare a bere, quella a dieta davanti a me lo fa al buio ma ha gli occhi troppo bianchi per non farsene accorgere. Troppa felicità, è il riscatto da quella jammaccia di super artisti tecnici di giovedì, è la vendetta dell’atmosfera. “stevan che dici se ora fai..” “no, basta, ho fatto Ciaccona perché mi hai chiesto, se no non si fa ai ristoranti” dice col suo accento slavo, schifosamente sensuale. Ci si trattiene lì un altro po’, scende la gente dalla cucina, i piatti e i bicchieri sono quasi tutti lavati, lascio la compagnia alle tre e vado a letto beata, felice, di una gioia ingestibile, vorrei tutti qui, tutti quelli che so che della musica riescono anche a piangere, un concerto privato. Che godìo.

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Juanita de Paola

Mostri

In treno guardo tutti attorno e vedo lei, sformata, con l’arcata dentaria a punta e problemi di assestamento zigomi, la fronte naturalmente accigliata e piena di peletti da neonato. Ha una borsa di quelle da sqaw, con i ricami colorati. Mi rigiro. E poi mi rigiro, guardo i suoi genitori per vedere se quei tratti così brutti sono stati ereditati: no. Non sono due adoni, ma hanno pezzi normali, un viso normale, proporzioni umane. Riscorro la giovane donna, ha le gambe minuscole, incrociate e magrissime, i piedi in dentro. Le manine sono di quelle lunghe ma con le dita corte. I genitori sono felici. Inizia a parlare e non riesce a tenere la lingua al suo posto. Mi rigiro. Anche quello davanti a me la sta guardando, quindi provo a smettere per non farla sentire osservata. Mi rigiro un’altra volta, aspetto che il giovane militare si eclissi sul finestrino per riprendere a osservare.

Le immagini dei suoi primi piani scorrono con il paesaggio che cambia da Pistoia a Firenze, e lei è sempre lì, è un mostro, si dice così. Non è brutta, è deforme. E se io fossi così? Che succede nella vita di una persona così? Provo a immaginare, perchè sarà già chiaro che vorrei avere una bacchetta magica, un filtro di bellezza eterna, da darle. Mentre mi trovo a pensare queste cose penso che forse il mostro sono io, ma non c’è davvero cattiveria in quello che penso, quello che dico. Uno può fare finta di essere una persona che fa le sue cose nella vita e che questo gli basti, perchè questo è un sistema che allontana la follia e pure il dolore. Ma invece nel villaggio vacanze pianeta umanità ci hanno messi tutti assieme. Se qualcuno avesse voluto per noi un destino fatto di verbi al singolare c’è così tanto spazio nell’universo che avrebbe potuto piazzarci ognuno su un pianeta. Non è così.

C’è rimedio per una cosa così? C’è amore per una donna così? C’è un uomo innamorato di una così? Mi giro e riguardo il militarino che mi guarda come dire, hai visto com’è brutta, e mi rigiro verso il finestrino. Quella donna siamo tutti, solo che a lei gli è andata male con quella faccia. Vorrei fra dieci anni rincontrarla e vederla con suo marito e dieci figli uno più bello di un altro. Sarà dottoressa in qualcosa, perchè sta andando alla sua laurea. Io, invece, sto andando in pasticceria.

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Juanita de Paola

Sanva Lentino

A noi, che festeggiamo anche il giorno del papà e del nonno, a noi che propiniamo biglietti a Natale, Primo Maggio e Capodanno, a noi che non si riesce ad andare via nemmeno per Pasqua per non fare dispiacere a mamma e papà, che rimaniamo male se non arrivano fiori, mimose, regalini, il principe azzurro, il cavallo bianco e un regno d’amore, a noi che per fare bene si fa male e che pur di non fare male si fa peggio, a noi che siamo moderne e che infatti si parla male di quelle con la minigonna, noi che i figli, fratelli e sorelle vengono prima della ragione e delle regioni del cuore, a noi ma anche a quell’altre, a noi che oggi abbiamo aspettato i fiori del fidanzato e quelli dell’amante, marito e del migliore amico.

A noi che abbiamo speso trenta euro per un regalo orribile perchè le donne non è facile contentarle e poi si aspettano sempre le cose come in un film, il loro, quelo che girano loro e che ha la trama giusta, a noi che stasera non guarderemo le cosce delle altre per non fare torto alla nostra signora, a noi che ci rendiamo conto di essere in un gabbio, forse, ma ormai ci siamo e si fa del nostro meglio, a noi che lei da giovane era simpatica e voleva sempre fare l’amore e ora vuole mangiare come un soldato alla cena di san valentino, a noi che lei l’avevamo e non l’abbiamo più e ci manca solo che si fa finta id niente, a lei che abbiamo ora, che non era quella che si voleva ma ci vogliamo bene, a noi che sognamo ancora di aprire un bar a Copacabana e starci con gli amici, con una donna la notte e nessuna il giorno.

A noi che siamo arrivati al 13 Febbraio dimenticandoci che oggi è San Valentino, ai fiorai e alle fioriste che oggi prendono il giusto ricompenso per stare tutto l’anno al freddo nei gabbiotti del cimitero e degli ospedali, a chi odia e chi ama passioni che esistono solo finchè non ci sono davvero, a tutti, e anche a quegli altri, Buon Sanva Lentino.

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Juanita de Paola

Cello please

Stai lì, fai finta che sia tutto a posto e che le scadenze che hai deciso di rispettare siano nodi cardinali della settimana. Cerchi sostegno nei gironali, ma non nella cronaca, nella rubrica al direttore, quella alla posta del cuore, a psicologi e psicosomatiste, per ritrovare le storie di tutti, di tutti i giorni ma che se assomigliano alla tua sembrano fantastiche. Trovi i virtuosi, quelli che hanno un occhio aquilino e lingua di carta vetrata, e personalmente mi hanno già riempito. E’ facile spargere bottino. E’ più difficile avere un’idea, sperare di potere cambiare non una, ma due galassie e prendere delle legnate cosmiche, stellari. Poi ci sono i remissivi, che affidano alla posta decisioni tipo “mi suicido o sto qui, che faccio?” e puntuale il mentore o la scrittrice ” ma no, ma che fai, la vita è bella, guarda me, poi guarda te, effettivamente non hai detto proprio una stupidaggine eh, ma insomma resisti”. Poi ci sono le storie inventate “ciao, mio marito mi ha lasciato per mettersi con la mia migliore amica, poi ha chiesto a mia madre di andare a letto con lui, io ho quattordici anni e sto con uno zio di mio padre, che è morto bevendo varichina perchè il whiskey non gli bastava più, viviamo in un sottotetto assieme alle galline e mi sento un pò giù.” No, esagerata, che dici. Tutti hanno queste situazioni. Poi c’è ” è la prima volta che scrivo”, che se scrivessi ad un giornale probabilmente lo scriverei anche io, per significare, “non sono come i ritardati che ti scrivono, io lo faccio oggi e poi mai più”. Tanti ce ne sono. Bello. Personalmente, fra le altre seicento che leggo, prediligo la rubrica della Dott.ssa Vignoli ( il dottor Sorriso) su Confidenze, che tratta le malattie come manifestazioni della psiche e, per esempio, mette in relazione tirchieria e colite, questa roba qua. Leggo perchè io HO TUTTE LE MALATTIE PSICOSOMATICHE della rubrica da quando la sfoglio, anni e anni. Ritrovarsi è meraviglioso: nelle cose, nelle persone, negli odori, nelle foto e persino nei gusti di qualcun altro. A me piace Lou Reed, allora scatta in piedi qualcuno che dice nooooooo, ma daiiiiii, è il mio preferito. E poi ci si spulcia per vedere cos’altro è simile. Che banda di egocentrici.

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Juanita de Paola

Aspettare, ma giustizia è fatta.

Non c’è altro da fare che aspettare, l’oroscopo dice che non ci sono solo i bianchi e i neri, quindi bisogna aspettare. A Firenze, guarda che bella che è, e ogni volta mi fa rovesciare lo stomaco di non essere riuscita a stare nè qui, nè a Londra. E in questi giorni pensavo che le radici, quello che è da risolvere, è tutto qui. Devo imparare a sillabare piano “io sono di Montecatini” senza dispiacermene, ma anzi sfruttando il fatto che ora è invisa a tutti per le polacche, le russe, le nere, le rosse, le verdi e che quindi mi torna più facile farmela piacere. Sogno un pomeriggio russo a base di chiacchiere sui clienti e un tea in un locale con caffè da euro 5,00, servito con pasticceria fine e piccola, al burro, quella che fa ingrassare solo chi sta a dieta. Poi spostarsi a Firenze e andare a prendere un aperitivo di quelli come alla Torre, 46 euro per due pezzi di frittata e qualcosa da bere e personale che ti tratta come un cane rognoso, ah che plesir. Pullulano i negozi di biancheria intima di altissimo livello qui, se ne lamentava una brutta proprietaria di un negozio chic in città, usando parole ed espressioni che non solo mi hanno fatto vergognare di essere lì nei paraggi, ma mi hanno fatto venire in mente scherzetten malignen. La signora al bancone stava letteralmente sagratando, bestemmiando come nemmeno Benigni sa fare “e sono maiale di qui, e accident’alloro, ah brutte troie, ah queste merde” quando mi sono accorta di essere con un tacco sospetto per le undici di mattina.

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Juanita de Paola

La terra e chi la usa.

Si è laureato Giulio Lotti, compagno di classe, per qualche tempo di banco alle superiori, il Classico del Cardinal Forteguerri, e abbiamo festeggiato all’egiziano delle piastrelle, ha offerto lui e un pò si sospettava. Mi è tornato comodo, queste sono cose che non si possono dire, ma ho sperato che pagasse lui, la mia liquidità é minima da anni ormai, ma quando dico minima significa che venti euro fanno la differenza di tre giorni. L’anno scorso scoprii che la verità, qualunque sia, esercita un fascino incredibile su tutti, perchè siamo incapaci di dirla, sappiamo solo raccontarla. Ma è come quando dichiari guerra, se hai un milione di carri armati è facile che tu vinca. Se ne hai dieci è difficile, ma lo puoi dire, puoi chiedere alleanze, chissà. Se ne hai dieci e fai finta di averne un milione non perderai solo la guerra, ma anche gli alleati, i familiari, i nemici, tutto.

Giulio, a cui sono legata non solo da affetto e simpatia ma anche da profonda stima, fa un lavoro che per me è straordinario specialmente alla luce del viaggio in Africa in cui mi sono resa conto che dipendo dalle prese elettriche: fra tre giorni pianta gli Iris. E ha gli ulivi, è agronomo come suo padre. Conoscono la terra, ci vogliono due giorni di sole per potere rimuovere la terra e farla asciugare – co l phoen? – per poi rimetterci i semi degli iris. E perchè mai dovrebbero piantare questa roba, a che serve. A qualcosa servirà, a parte la bellezza della natura che tanto era bella anche senza che si fosse noi a piantarla, dissodarla e così via. Che bella serata, l’ho voluta lasciare a metà per raggiungere Luca che parte martedì, la strada interna Pistoia Montecatini è stata languida, fatta di un senso di nostalgia in nascere, dolorosa e gioiosa allo stesso tempo. Forse questo è quello che ho sempre cercato, forse i gerani e la villetta a schiera non fanno per me o forse ho solo paura che non facciano per me, fatto sta che le persone che amo, tutte, spesso si allontanano. E mi mancano.

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Juanita de Paola

La cacciata della donna dal ristorante.

La donna vizza si presenta al lavoro con minigonne improponibili anche per le adolescenti, con i capelli alti come pandori, con l’eye liner distruttivo dei tratti già (troppo) sagomati, con i colori che intuitivamente si attribuiscono all’estate: bianco, azzurrino acceso, bianco, rosa, rosso. E un’abbronzatura perenne, come le nevi nei posti dove non c’è lo ski pass. Entra alle 6 del pomeriggio, va via con la sua pizza dal ristorante dove lavora verso le una. Ha i dolori e non ci sente tanto bene, quanti anni avrà, una sessantina tutti. Mi ricordo che inizia a Marzo ad andare al mare, si brucia come una scarpa, poi da novembre a marzo fa le lampade, mette l’antiocchiaie per simulare il sole sugli occhiali da sole come facevano i paninari e indossa scarpe con la punta stondata. Non credo sia sposata, o forse sì. urla quando parla, sguaiata un pò perchè è di paese e un pò perchè non ci sente, apre la bocca come uno squalo balena e ha i dentini consunti, che mi fanno tenerezza. E lei tutta mi fa tenerezza alla prima impressione, l’ho conosciuta tanti anni fa. Poi invece ho capito che ha ragione lei. E’ quando una cosa non l’hai più, in questo caso la giovinezza, che ti accorgi che l’avevi, e che ti manca. Ma gli adulti sviluppano gli enzimi anti piacere e si convincono che non sta più bene, che la bellezza è giovinezza, che le gambe non devono fare quella rondella di lardo moscio attorno alla rotula. L’Anna no, lei senza le calze, come Anne Wintertour di Vogue America che arriva alle feste con caschetto, ermellino e gambe nude. L’Anna è abbastanza in carne, con le gambe un pò troppo piene, pure, da lì si vede il substrato godereccio che la compone. E’ una godona, una di quelle che vorrebbe l’amante anche a ottantanni, e fa di tutto per darsene la possibilità. Passa con delicatezza fra i t avoli come se fosse la Casta, ma poi urla troppo e con la voce dei sessanta, peccato perchè da dietro potrebbe un uomo confondersi e inseguirla almeno finchè un raggio di sole non la illumina piena. Ha grossi anelli con grosse pietre, grosse caviglie e gli occhi si strizzano in un grappolo infinito di zampe di gallina. Mi chiedo come sia a casa, perchè è una di quelle che tornano e mettono a tavola dodici persone, quindi si mette il grembiale. Sulla mini? Con i tacchi Valleverde? All’Anna gli hanno detto così non va, non è questo il modo di presentarsi a lavoro, e sai lei che ha fatto? Ha cambiato posto, non cucina più in quel ristorante.

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Juanita de Paola

Prometti che staremo sempre insieme?

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“Prometti che non sparirai questa volta”, “sì lo prometto”. Un uomo, e una donna. Questa è la storia dell’infinito coraggio di due persone che conosco, conosco lei più che altro perché ci confidiamo saltuariamente da anni ormai. Lui non l’ho mi visto ma lo conosco dai racconti di lei. Si incontrano anni fa per caso, di Giugno dice sempre lei, e lei mi dice che sapeva esattamente quello che lui stava per dire, non perché fosse prevedibile, anzi. Ma perché dal primo istante l’aveva sentito, era lui quello che era stato fatto apposta per lei. Io rido sempre a queste affermazioni, sono portatrice sana di cinismo e non credo alle prime viste, e nemmeno alle seconde. Si incontrano ogni tanto, nei sogni più che altro, ma trovano anche il modo di parlarsi, di cominciare a tirare giù le carte, con la sensazione netta che niente potrà mai accadere, perc hé è troppo forte, è incontrollabile. Poi lui è impegnato, lei è impegnata, niente da fare. Non so se lui sia sposato, lei non lo fa capire. E quando mi parla le si illuminano gli occhi, le chiedo perché non lascia quell’altro, perché non ha il coraggio di farsi avanti e di vedere come va a finire. Lei dice di no, dice che non posso capire, che ama il suo compagno in maniera dolcissima e che tiene più a lui che a sé. Ma quell’altro è un’altra cosa, proprio un’altra nel senso di diversa, sarebbe un fuoco che non lascia niente dietro di sé. Chiedo se ha solo paura di non essere amata tutta la vita e risponde “anche”. E quindi? La storia finisce qui, non c’è lieto fine o morale. Ci sono cose che capitano a quanto pare, che non hanno motivo per non farlo ma non hanno la forza di succedere, lei l’ho vista ieri sera e il suo pensiero era volato lì. Non l’ho fermata nel parlare e abbiamo bevuto un bicchiere di troppo, ci siamo abbracciate e fine.

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Juanita de Paola

Il bianconiglio

Sono le 11:37 e adesso sono le 11:57. Venti minuti intensi di desktop watching. Che decisione devo prendere? Ho venti minuti ancora. Uno yomo ai mirtilli e altre sei sigarette. Una canzone malinconica per sprofondare nel naive assoluto, per ricordarsi di quando nulla era fatto ma era tutto più semplice. Decidi, decidi. Dove, quando, come, con quanti soldi. Valentina dice che quando è sotto stress si salva pianificando al dettaglio tutti gli elementi, ci provo, ma la differenza – una – tra me e lei è che io perdo il controllo, mi sfuggono le parole dai fogli, sbaglio i conti, rimango paralizzata come un cane con un terremoto, mi viene paura di avere sbagliato, di stare sbagliando, di stare per compromettere tutto quello che ho fatto fino ad ora. Non aiuta questa musichina, mi si sta bloccando la spalla sinistra come d’uso, a breve arriveranno le occhiaie e un colorito grigio mattonella sporca per cui tutti oggi mi diranno “ma che hai fatto?!”. Niente, niente, sono solo un pò stanca. Qual è il problema? Il tempo. Mi manca il tempo. Se perdo questa occasione sono fregata. Se non la perdo devo ipotecare le prossime 200 ore, c’è anche una partenza a breve, non ho tempo. Non ho mai tempo. Mi fischiano le orecchie. Un’idea, lasciare che tutto scorra, lo farà comunque, lasciare che questa volta siano gli altri a decidere per me, a fare per me, a pagare per me. Eccomi, mi affido al vostro buon cuore, fate di me e dei miei progetti quello che volete. Non ho voglia di essere un varano di komodo stamani, mi sento cappuccetto rosso.