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Juanita de Paola

La terra e chi la usa.

Si è laureato Giulio Lotti, compagno di classe, per qualche tempo di banco alle superiori, il Classico del Cardinal Forteguerri, e abbiamo festeggiato all’egiziano delle piastrelle, ha offerto lui e un pò si sospettava. Mi è tornato comodo, queste sono cose che non si possono dire, ma ho sperato che pagasse lui, la mia liquidità é minima da anni ormai, ma quando dico minima significa che venti euro fanno la differenza di tre giorni. L’anno scorso scoprii che la verità, qualunque sia, esercita un fascino incredibile su tutti, perchè siamo incapaci di dirla, sappiamo solo raccontarla. Ma è come quando dichiari guerra, se hai un milione di carri armati è facile che tu vinca. Se ne hai dieci è difficile, ma lo puoi dire, puoi chiedere alleanze, chissà. Se ne hai dieci e fai finta di averne un milione non perderai solo la guerra, ma anche gli alleati, i familiari, i nemici, tutto.

Giulio, a cui sono legata non solo da affetto e simpatia ma anche da profonda stima, fa un lavoro che per me è straordinario specialmente alla luce del viaggio in Africa in cui mi sono resa conto che dipendo dalle prese elettriche: fra tre giorni pianta gli Iris. E ha gli ulivi, è agronomo come suo padre. Conoscono la terra, ci vogliono due giorni di sole per potere rimuovere la terra e farla asciugare – co l phoen? – per poi rimetterci i semi degli iris. E perchè mai dovrebbero piantare questa roba, a che serve. A qualcosa servirà, a parte la bellezza della natura che tanto era bella anche senza che si fosse noi a piantarla, dissodarla e così via. Che bella serata, l’ho voluta lasciare a metà per raggiungere Luca che parte martedì, la strada interna Pistoia Montecatini è stata languida, fatta di un senso di nostalgia in nascere, dolorosa e gioiosa allo stesso tempo. Forse questo è quello che ho sempre cercato, forse i gerani e la villetta a schiera non fanno per me o forse ho solo paura che non facciano per me, fatto sta che le persone che amo, tutte, spesso si allontanano. E mi mancano.

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Juanita de Paola

La cacciata della donna dal ristorante.

La donna vizza si presenta al lavoro con minigonne improponibili anche per le adolescenti, con i capelli alti come pandori, con l’eye liner distruttivo dei tratti già (troppo) sagomati, con i colori che intuitivamente si attribuiscono all’estate: bianco, azzurrino acceso, bianco, rosa, rosso. E un’abbronzatura perenne, come le nevi nei posti dove non c’è lo ski pass. Entra alle 6 del pomeriggio, va via con la sua pizza dal ristorante dove lavora verso le una. Ha i dolori e non ci sente tanto bene, quanti anni avrà, una sessantina tutti. Mi ricordo che inizia a Marzo ad andare al mare, si brucia come una scarpa, poi da novembre a marzo fa le lampade, mette l’antiocchiaie per simulare il sole sugli occhiali da sole come facevano i paninari e indossa scarpe con la punta stondata. Non credo sia sposata, o forse sì. urla quando parla, sguaiata un pò perchè è di paese e un pò perchè non ci sente, apre la bocca come uno squalo balena e ha i dentini consunti, che mi fanno tenerezza. E lei tutta mi fa tenerezza alla prima impressione, l’ho conosciuta tanti anni fa. Poi invece ho capito che ha ragione lei. E’ quando una cosa non l’hai più, in questo caso la giovinezza, che ti accorgi che l’avevi, e che ti manca. Ma gli adulti sviluppano gli enzimi anti piacere e si convincono che non sta più bene, che la bellezza è giovinezza, che le gambe non devono fare quella rondella di lardo moscio attorno alla rotula. L’Anna no, lei senza le calze, come Anne Wintertour di Vogue America che arriva alle feste con caschetto, ermellino e gambe nude. L’Anna è abbastanza in carne, con le gambe un pò troppo piene, pure, da lì si vede il substrato godereccio che la compone. E’ una godona, una di quelle che vorrebbe l’amante anche a ottantanni, e fa di tutto per darsene la possibilità. Passa con delicatezza fra i t avoli come se fosse la Casta, ma poi urla troppo e con la voce dei sessanta, peccato perchè da dietro potrebbe un uomo confondersi e inseguirla almeno finchè un raggio di sole non la illumina piena. Ha grossi anelli con grosse pietre, grosse caviglie e gli occhi si strizzano in un grappolo infinito di zampe di gallina. Mi chiedo come sia a casa, perchè è una di quelle che tornano e mettono a tavola dodici persone, quindi si mette il grembiale. Sulla mini? Con i tacchi Valleverde? All’Anna gli hanno detto così non va, non è questo il modo di presentarsi a lavoro, e sai lei che ha fatto? Ha cambiato posto, non cucina più in quel ristorante.

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Juanita de Paola

Prometti che staremo sempre insieme?

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“Prometti che non sparirai questa volta”, “sì lo prometto”. Un uomo, e una donna. Questa è la storia dell’infinito coraggio di due persone che conosco, conosco lei più che altro perché ci confidiamo saltuariamente da anni ormai. Lui non l’ho mi visto ma lo conosco dai racconti di lei. Si incontrano anni fa per caso, di Giugno dice sempre lei, e lei mi dice che sapeva esattamente quello che lui stava per dire, non perché fosse prevedibile, anzi. Ma perché dal primo istante l’aveva sentito, era lui quello che era stato fatto apposta per lei. Io rido sempre a queste affermazioni, sono portatrice sana di cinismo e non credo alle prime viste, e nemmeno alle seconde. Si incontrano ogni tanto, nei sogni più che altro, ma trovano anche il modo di parlarsi, di cominciare a tirare giù le carte, con la sensazione netta che niente potrà mai accadere, perc hé è troppo forte, è incontrollabile. Poi lui è impegnato, lei è impegnata, niente da fare. Non so se lui sia sposato, lei non lo fa capire. E quando mi parla le si illuminano gli occhi, le chiedo perché non lascia quell’altro, perché non ha il coraggio di farsi avanti e di vedere come va a finire. Lei dice di no, dice che non posso capire, che ama il suo compagno in maniera dolcissima e che tiene più a lui che a sé. Ma quell’altro è un’altra cosa, proprio un’altra nel senso di diversa, sarebbe un fuoco che non lascia niente dietro di sé. Chiedo se ha solo paura di non essere amata tutta la vita e risponde “anche”. E quindi? La storia finisce qui, non c’è lieto fine o morale. Ci sono cose che capitano a quanto pare, che non hanno motivo per non farlo ma non hanno la forza di succedere, lei l’ho vista ieri sera e il suo pensiero era volato lì. Non l’ho fermata nel parlare e abbiamo bevuto un bicchiere di troppo, ci siamo abbracciate e fine.

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Juanita de Paola

Il bianconiglio

Sono le 11:37 e adesso sono le 11:57. Venti minuti intensi di desktop watching. Che decisione devo prendere? Ho venti minuti ancora. Uno yomo ai mirtilli e altre sei sigarette. Una canzone malinconica per sprofondare nel naive assoluto, per ricordarsi di quando nulla era fatto ma era tutto più semplice. Decidi, decidi. Dove, quando, come, con quanti soldi. Valentina dice che quando è sotto stress si salva pianificando al dettaglio tutti gli elementi, ci provo, ma la differenza – una – tra me e lei è che io perdo il controllo, mi sfuggono le parole dai fogli, sbaglio i conti, rimango paralizzata come un cane con un terremoto, mi viene paura di avere sbagliato, di stare sbagliando, di stare per compromettere tutto quello che ho fatto fino ad ora. Non aiuta questa musichina, mi si sta bloccando la spalla sinistra come d’uso, a breve arriveranno le occhiaie e un colorito grigio mattonella sporca per cui tutti oggi mi diranno “ma che hai fatto?!”. Niente, niente, sono solo un pò stanca. Qual è il problema? Il tempo. Mi manca il tempo. Se perdo questa occasione sono fregata. Se non la perdo devo ipotecare le prossime 200 ore, c’è anche una partenza a breve, non ho tempo. Non ho mai tempo. Mi fischiano le orecchie. Un’idea, lasciare che tutto scorra, lo farà comunque, lasciare che questa volta siano gli altri a decidere per me, a fare per me, a pagare per me. Eccomi, mi affido al vostro buon cuore, fate di me e dei miei progetti quello che volete. Non ho voglia di essere un varano di komodo stamani, mi sento cappuccetto rosso.

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Juanita de Paola

Nel pantano.

“A volte chiudiamo gli occhi perché la realtà non ci piace… se però smettiamo di comunicare non riusciamo più ad assaporare la vita e a scrivere la nostra storia. Il mio linguaggio è la bici… e voglio continuare a scrivere quel capitolo del mio libro che da troppo tempo ho lasciato in sospeso” – così ho scritto poco tempo fa sul mio sito – comunicare dicevo – il mio linguaggio è la bici scrivevo – ma quale più grande menzogna potevo inventare – io la odio la bici – non la sopporto più la bici – mi ha rovinato la bici… Chi cazzo me le ha scritte quelle parole – non sono mie – non sono mica mie… Come faccio a comunicare adesso? Preferisco girare con i pazzi io – con quelli a cui non gliene frega niente di quello che sei stato una volta – non mi viene da piangere con loro – posso pensare ad altro…

E quando devo dire cose serie – posso sputare fuori finalmente tutta la mia rabbia – tutto il mio sfogo – odio odio odio – odio la bicicletta!! Dopo la festa del mio compleanno nella discoteca – dove sono svenuta e mi hanno portato fuori – ho cominciato a scappare dalla vita – non volevo vedere più nessuno – scappavo dalla gente – volevo stare sola – sola sola davanti a tutti.

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Juanita de Paola

Ma che ci farai Milano.

Milano, era da Novembre che non capitavo. Mi chiedevo se nel frattempo qualcuno avesse cominciato a mangiare: macchè. Nel metrò gambine, culetti, braccini. Uomini come in Matrix, uno in particolare mi fa paura, sarà sei metri. Milano, Milano. Povera nana coi tacchi mi avventuro tra fiere, stand, metrò, mi si è anche bucato un calzino  negli stivali a punta goldrake, un dolore insostenibile. Bella Milano. Mi giro come se fossi in gita, mi piacciono questi palazzi, queste vie, un pochino anche l’accento. Sono in ritardo ma vado piano, come ha insegnato nonno Luigi: “quando hai furia, vai piano”. E respira, sono emozionata.

Mi sembra che tutti si accorgano che non sono di qui e mi guardino con la mantella bianca come si guarda ai bifolchi. Così mi sento, quindi così mi vedranno. Iniziano le trattative: e-zine, e-zone, e-charge, e-ognicosa. Che offri? Che vuoi? Vuoi un caffè? No, un altro e mi saltano le coronarie. Vino? Niente. Bello stand, brutto stand, gente che corre, caldo, caldissimo dentro; e fresco fuori. Bus, shuttle bus, fai il giro, i pass. “Sei Carolina?” “No, Juanita”. “Ma mi ha detto che era vestita di bianco” “Oh, mi dispiace.. “.

Spiccato accento straniero, rolex, miu miu: ladies and gentlemen welcome the buyers. Ah che formicaio. E’ il mercato, è il mercato, e in questo mercato ci sono anche io. Tacchi, permanenti, gessati, cellulari con quel microfonino sulla guancia, come gli attori di Teatro. Spalline quadrate. E’ bene non pensare troppo e fare. Vorrei essere una formichina. Il piglio di chi si prepara per vestirsi così sarà il solito di quando cammina? L’immagine, bisogna proiettare un’immagine di successo, avere una linea grafica omogenea, parlare tante lingue. Non c’è niente che io sappia fare meglio di tutti gli altri, ancora, quindi almeno sono paziente, dolce direi, anche nel gestire negli affari. Nei miei occhi c’è un “mi va bene, potrebbe andare meglio ma per ora non te lo posso chiedere”, la gente lo capisce e mi dà quello che ho chiesto. Nulla di più, niente di superlativo. No, niente di super. La Toscana si vende da sè, questo è poco ma sicuro.

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Juanita de Paola

Le 5 P del marketing

Le 5 p del marketing: prostrazione, prezzemolo, pazzia, poponi e pippe”

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Juanita de Paola

Dicembre 2003

CAPODANNO

Un altro anno. Quando c’è il trailer di un film che arriva a Maggio dell’anno dopo, sequel di Il signore dei tranelli, Matrix 4 : il digestivo, Harry Potter e il diploma di laurea e così via, uno non vede l’ora che arrivi. E lì sta l’errore. Si dovrebbe dire “speriamo di essermi scordato che c’è Terminator 5: La guerra dei Costanzi”. Inizia il 2004, anno in cui faccio 29 anni e in cui tutti si peritano a ricordarmi che presto saranno trenta, che sono vecchia. E vecchia lo sono, da quando ho sedici anni, ho sempre percepito la gravità del tempo che passa e avevo paura di crescere già quando era un’età per non pensarci. Ho altresì cominciato a preoccuparmi di tumori e malformazioni fino dai tredici, quattordici. Io non ho il maldigola quando ho il maldigola, ho un tumore maligno in fase di decomposizione che si è esteso fino ai piedi. In genere papà e mamma mi caricano in macchina a forza e mi fanno vedere da un dottore che mi chiede di smettere di fumare. E io lo faccio, finchè non mi passa il dolore. Poi riattacco. Ma insomma che cambierà questo anno nuovo? Intanto sono tutti numeri pari e per chi pratica la Cabala vorrà pure significare qualcosa. Per chi invece è iscritto in palestra significa rinnovare la tesserina e basta. Anche la pelle e l’aspetto, il comportamento, sono sempre stati da golfino color pastello più che da chiodo, capelli un pò scialbini. Insomma, non ho nulla da perdere nell’invecchiamento. Considerando che con l’età poi si allungano il naso verso il basso e gli occhi verso l’alto sarò infinitamente più graziosa fra una decina di anni. Mi ricordo una volta il buon Sgarbi disse che la punizione più feroce per una bella donna che ti aveva detto di no era aspettare qualche anno. E rincontrarla. C’è chi miete prima e chi dopo. Anche gli uomini cominciano a farsi considerevolmente più interessanti dopo che quel duaccio sparisce dal numero età. Riescono a trattenere una conversazione senza ripetere io più di seicento volte ogni due minuti, e ammettono persino qualche debolezza. Non programmano l’esistenza farcendola di aspettative come se dovessero vivere per sempre e come james bond. E’ bello invece imparare un pò l’arte della passività, dello scivolo, della giornata che è andata, che sta andando, che andrebbe comunque. Ma questi sono doni dell’età, oltre alle ginocchia e alle guance che si assottigliano perchè i tessuti diventano meno rubizzi. E poi prima o poi il Costanzo dovrà finire.

BON TON DELLE FESTE: ORGANIZZARE LA PERMANENZA NELLA CASA DI CAPODANNO

Premessa Invitare un amico con il morbo celiaco rischia di compromettere seriamente l’umore della compagnia di Capodanno, specialmente se porta i piatti e l’impianto stereo e se la spesa di basava sull’offerta 6×2 fusilloni rotanti della Penny Market. Apparecchiare con i piatti di plastica e i bicchieri di plastica e le posate di plastica porta gli invitati alla ricerca di suppellettili di ferro qualunque, anche candelabri, per nutrirsi. Credere che l’usufrutto delle uniche due camere matrimoniali sarà rivolto ai singles non è utopia, è superbia. Le coppie che prima di capodanno sembravano tranquille mostreranno il loro vero volto al momento di spartirsi i fischioni, le amiche che sembravano normali si metteranno a piangere alle undici e smetteranno a feste finite, gli amici di infanzia porteranno la persona peggiore possibile e senza quota di partecipazione alla festa. Il turkish Kebab non è un antipasto light. All’inizio della permanenza ci saranno 60 bottiglie di vino rosso piene di cui 40 merdose e 20 buone. Alla fine della vacanza ci saranno 214 vuoti di bottiglie più 40 bottiglie di vino merdoso ancora da stappare e da riportare a casa in sei con una macchina sola. Il deposito da lasciare per la casa aumenta in maniera direttamente proporzionale all’avvicinarsi della consegna delle chiavi. La proprietaria della casa abita accanto alla casa affittata. La depressione del capodanno non ha ancora rimedio, quella del primo dell’anno con la sensazione di avere buttato via i soldi è addirittura invincibile. Ci sono due asciugamani in bagno per sedici persone, quattro bagnoschiuma e nessuno shampoo, un solo spazzolino da denti e nessun dentifricio, ci sono i pomodori pelati ma non l’apriscatole, le bottiglie di vino ma non il cavatappi e 10 seide per undici persone più un divano luigi XVI nella stanza accanto, ma l’ingresso del salotto è 2/3 della larghezza del divano e 1/3 se lo si ribalta. L’acqua calda è finita due minuti prima che io entri in bagno. Gli unici simpatici e singles della compagnia vanno a Parigi e partono senza avvertire. Le uniche due simpatiche e singles della compagnia rendono un inferno la permanenza ai botoli lessi e in coppia. Il mio migliore amico ha la febbre a 39 ed è senza macchina. Il telefonino riceve messaggi solo dai parenti.

Rimessa Organizzare la vacanza di capodanno è un crimine contro l’umanità che viene punito con la sua realizzazione.

BON TON DELLE FESTE: ORGANIZZARE LA FESTA DI CAPODANNO

Tratto da ” La legge di Murphy”.

Legge di Murphy:
Se qualcosa può andar male, lo farà.
Corollari:
* Niente è facile come sembra.
* Tutto richiede più tempo di quanto si pensi.
* Se c’è una possibilità che varie cose vadano male, quella che causa il danno maggiore sarà la prima farlo.
* Se si prevedono quattro possibili modi in cui qualcosa può andar male, e si prevengono, immediatamente se ne rivelerà un quinto.
* Lasciate a se stesse, le cose tendono ad andare di male in peggio
* Non ci si può mettere a far qualcosa senza che qualcos’altro non vada fatto prim a.
* Ogni soluzione genera nuovi problemi.
* I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedirgli di nuocere.
* Per quanto nascosta sia una pecca, la natura riuscirà sempre a scovarla.
* Madre Natura è una puttana.
Sorridi… domani sarà peggio.
Costante di Murphy:
Le cose vengono danneggiate in proporzione al loro valore.

Versione relativistica della legge di Murphy:
Tutto va male nello stesso tempo.
Chiosa di O’Toole alla legge di Murphy:
Murphy era un ottimista.
Chiosa di Goldberg alla chiosa di O’Toole:
O’Toole era un ottimista.
Teoria di Nagel sulle origini della legge di Murphy:
La legge di Murphy non è stata scoperta da Murphy, ma da un altro uomo con lo stesso nome.
Corollario di Kohn alla legge d i Muprhy:
Due torti sono solo l’inizio.
Corollario di McDonald alla legge di Murphy:
In ogni serie di circostanze, la corretta linea d’azione è determinata dagli eventi successivi.
Settima variante di Zymurgy alla legge di Murphy:
Quando piove, diluvia.
Postulato di Boling:
Se sei di buon umore, non ti preoccupare. Ti passerà.
Legge di Iles:
C’è sempre un modo migliore.
Corollari:
* Quando il modo migliore ci sta davanti agli occhi, specialmente per lunghi periodi, non lo vediamo.
* Neanche Iles lo vede.
Quando tutto va bene, qualcosa andrà male.
Corollari:
* Quando non può andar peggio di così, lo farà.
* Se le cose sembrano andar meglio, c’è qualcosa di cui non stiamo tenendo conto.
Le proposte sono sempre capite dagli altri in maniera diversa da come le concepisce chi le fa.
Corollari:
* Se si spiegano le cose in maniera tale che nessuno possa non capire, qualcuno non capirà.
* Se si fa qualcosa con l’assoluta certezza dell’approvazionedi tutti, a qualcuno non piacerà.
* Se si vuol mettere qualcuno di fronte al fatto compiuto, il fatto non si verificherà.

Prima legge di Scott:
Qualsiasi cosa vada male, avrà probabilmente l’aria di andare benissimo.
Seconda legge di Scott:
Quando si trova e si corregge un errore, si vedrà che andava meglio prima.
Corollario:
Quando si capisce che la correzione era sbagliata, sarà troppo tardi per tornare indietro.
Osservazione di Schnatterly:
Se qualcosa non può andar male, lo farà lo stesso.
Paradosso di Silberman:
Se la legge di Murphy può andar male, lo farà.
Estensione della legge di Murphy:
Se una serie di eventi può andar male, lo farà nel peggior ordine possibile.
Corollario di Farnsdick al quinto corollario della legge diMurphy:
Dopo che le cose sono andate di male in peggio, il ciclo si ripeterà.
Estensione di Ga ttuso al quinto corollario:
Niente va mai così male che non possa andar peggio.
Legge di Evans e Bjorn:
Qualunque cosa vada male, c’è sempre qualcuno che l’aveva detto.
Prima legge di Finagle:
Se un esperimento funziona, qualcosa è andato male.
Seconda legge di Finagle:
Qualunque sia il risultato di un esperimento, ci sarà sempre qualcuno pronto a:
* fraintenderlo;
* falsificarlo;
* credere che si sia prodotto in virtù della sua teoria preferita.
* Prima tracciate le curve che vi servono, poi trovate i punti che corrispondono.
* Ogni esperimento deve essere riproducibile, e fallire sempre allo stesso modo.
* Non credete ai miracoli: contateci ciecamente.
La probabilità che qualcosa accada è inversamente proporzionale alla sua desiderabilità.

Quando qualcuno cerca di raggiungere un ob iettivo, sarà sempre ostacolato dall’involontario intervento di qualche altra presenza (animata o inanimata). Tuttavia, ci sono obiettivi che vengono raggiunti, in quanto la presenza che interviene cerca a sua volta di raggiungere un obiettivo ed è, naturalmente, soggetta a interferenze.
Seconda legge di Sodd:
Prima o poi, la peggiore combinazione possibile di circostanzeè destinata a prodursi.
Corollario:
Un sistema deve essere sempre concepito in modo da resistere alla peggiore combinazione possibile di circostanze.
Legge di Simon:
Qualsiasi aggregato prima o poi cade a pezzi.
Legge di Rudin:
In casi di crisi che obbligano la gente a scegliere tra varie linee di condotta, la maggioranza sceglierà la peggiore possibile.
Teorema di Ginsberg:
* Non puoi vincere.
* Non puoi pareggiare.
* Non puoi nemmeno abbandonare.
Sotto pressione, le cose peggirano.
Legge di Pudder:
* Chi ben comincia, finisce male.
* Chi comincia male, finisce peggio.

Prima legge di Zymurgy sulla dinamica dei sistemi in evoluzione:
Una volta aperta una scatola di vermi, l’unico modo di rimetterli in scatola è usarne una più grande.
Commento di Kaiser alla legge di Zymurgy:
Non aprire una scatola di vermi se non sei sicuro di andare a pescare.
Legge di Dude:
Di due possibili eventi, accadrà solo quello indesiderato.
Legge di Hane:
Non c’è limite a quanto le cose possano andar male.
Legge di Perrussel:
Non c’è lavoro tanto semplice che non possa essere fatto male.
Osservazione di Mae West:
Errare è umano, ma ti fa sentire da Dio.
Legge di Thine:
La natura aborrisce la gente.
Legge di Borkowski:
Non ci si può proteggere dall’arbitrario.
Legge di Lackland:
* Non arrivare mai primo.
* Non arrivare mai ultimo.
* Non ti offrire mai volontario per nulla.

Legge di Schopenhauer sull’entropia:
Se metti un bicchiere di vino in un barile di monnezza, ottieni monnezza.
Se metti un bicchiere di monnezza in un barile di vino, ottieni monnezza.
Legge di Allen:
È più facile entrare in qualsiasi cosa, che uscirne.
Principio di Rockefeller:
Non fare mai niente che non vorresti essere trovato morto mentre lo stai facendo.
Legge di Young sulla mobilità inanimata:
Ogni oggetto inanimato si può spostare di quel tanto che basta a mettersi fra i tuoi piedi.
Legge di Smith:
Nessun problema vero ha una soluzione.
Legge di Hoare sui grandi problemi:
Dentro ogni grande problema ce n’è uno più piccolo che sta lottando per venir fuori.
inversione di Schainker alla legge di Hoare:
Dentro ogni piccolo problema ce n’è uno più grande che sta lottando per venir fuori.
Legge di Alfredo il Grande:
Una buona soluzione può essere applicata con successo a quasi tutti i problemi.
Osservazione di Baruch:
Se tutto quel che hai è un martello, tutto sembra un chiodo.

Seconda legge di Commoner sull’ecologia:
Niente va mai via.
Legge di Guizot:
Si cade sempre dalla parte da cui si pende.
Legge di Sturgeon:
Lo sporco costituisce il 90 per cento di tutto.
Assioma di Bramati:
Tutto suda.

BON TON DELLE FESTE: RAGGIUNGERE LA META DI CAPODANNO

Tratto da ” La legge di Murphy”.

Legge di Oliver sulla dislocazione:
Se ci sei, non ci puoi andare.
Prima legge dei viaggi:
È sempre più lungo arrivare che tornare indietro.
Legge delle autostrade:
Se tutti ti vengono incontro, sei nella carreggiata sbagliata.
Leggi di Athena sulla cortesia stradale:
Se lasci passare una macchina, o
1. starete andando nello stesso posto e occuperà l’ultimo parcheggio disponibile; oppure
2. procurerà un incidente tale da bloccare il traffico per diverse ore.

Postulato del parcheggio:
Non appena hai deciso di parcheggiare a due chilometri di distanza, quattro posti si libereranno simultaneamente sotto casa.
Metodi sicuri per far arrivare gli autobus:
1. Accendere una sigaretta.
2. Allontanarsi rapidamente dalla fermata.
3. Prendere un taxi.

Legge dei semafori:
Se è verde, non hai fretta.
Legge di Quigley:
Un’automobile e un camion che viaggiano in direzioni opposte lungo una strada altrimenti deserta, si incontreranno sul ponticello.
Legge di Reece:
Chi va piano ha del tempo da perdere.
Legge di Drew sulla biologia autostradale:
Il primo insetto a spiaccicarsi sul parabrezza pulito lo farà esattamente di fronte agli occhi del guidatore.
Leggi di Campbell sulla riparazione degli autoveicoli:
1. Se arrivi al pezzo guasto, non avrai lo strumento per estrarlo.
2. Se sei riuscito a estrarlo, non troverai il pezzo di ricambio.
3. Se hai trovato il pezzo di ricambio, non era quello il pezzo guasto.

Leggi di Bromber sulla riparazione degli autoveicoli:
1. Quando c’è bisogno, ogni oggetto a portata di mano diventa un martello.
2. La quantità di grasso e olio di cui ci si cosparge non varia a seconda dell’entità della riparazione.
3. La quantità di grasso e olio di cui ci si cosparge varia inversamente al successo della riparazione.

Legge di Phillip:
Trazione a quattro ruote significa insabbiarsi in luoghi più inaccessibili.

Legge di Femo sulla riparazione dei motori:
Se fai cadere qualcosa, non tocca mai terra.
Legge di Nonno Charnock:
Non imparerai mai a bestemmiare davvero finchè non impari a guidare.
Legge di Vile sulle automobili:
La tua macchina consuma più benzina e più olio di quella di chiunque altro.

BON TON DELLE FESTE: L’APERITIVO Le signore e signorine che vanno a Firenze la sera all’aperitivo dovrebbero evitare le macchine dal cui finestrino sbuca solo la testa, oppure evitare la permanente. Certe volte al semaforo sui viali sembra di avere accanto un pechinese che per magia disenyana si è messo al volante. E comunque questa cosa dell’aperitivo deve rientrare nei ranghi di un’estetica accettabile. Come Cristina Parodi, lady Milano, voglio diventare lady “Vardinievole” e scrivere un libro sul bon ton dell’aperitivo. Non si può, non si può, è brutto presentarsi alle 7 di sera vestiti come Ru Paul e Elton John in “don’t go breaking my heart”. Il tacco a stiletto di gucci trasparente e con le borchie è accettabile a Firenze, dove un bicchiere di vino costa ventimila lire, ma non al circolo arci “la bodolona” di Serravalle. Peraltro altra metà di una macelleria, dello stesso proprietario del ristorante con specialità ciccioli di maiale sulle pappardelle. Non si può altresì indossare un litro di malta sulla ghigna alle sette e mezzo, a meno che nel bar non ci siano le luci stroboscopiche e il dj coccoluto. Va bene un fondotinta in tono. Gli uomini con la scarpa di legno, quella ottagonale in compensato, evitino almeno il gel sulla cravatta della pimpa, perchè la mistura con i cetriolini piccanti e quella visione lascia tracce indelebili sull’io bambino e riduce all’impotenza. Le risvolte più alte di quaranta centimetri – ai pantaloni si intende – solo ai giocatori dell’NBA, oppure organizzare tesseramento per portarci gli amici a giro durante l’inverno. Il rossetto uniposca può essere un problema per chi lava i bicchieri dopo, il profumo Maina Gran Nocciolone è repellente ai fini dell’attuazione della teoria concavo convsso, alisa “poggio e bua fa pari”. La lacca è lesiva della dignità umana ed è metafora poco gentile delle imbalsamazioni egiziane. Nell’eye liner non mettere semi di fico d’india e non farlo arrivare alla prima ruga della fronte. E’ prevista la pena di morte per gli uomini che si fanno le sopracciglia e le donne con gli occhiali della Police trasparente dopo le sei del pomeriggio a starci larghi. Minigonna proibita se si cammina e/o assomiglia a Rumenigghe. Le scarpe a punta inbiscono il maschio latino già vessato dagli eventi. Le meches sono un’aggravante, ma tone sur tone va bene, via. La sottoscritta potrebbe comprarsi un paio di jeans nuovi dopo quattro anni e fargli l’orlo, per esempio. Il fatto che le vetrine di firenze siano tappezzate di roba verde pistacchio acido non autorizza gli utenti a presentarsi come Donatella Rettore o Maurizio Seimandi al bancone dle bar. Tesoro, amore, bella, sono nomignoli che sono più appropriati ad un cane che ad un cliente. Ma se proprio il barista ha appena pippato e si sente in vena di amicizia cross all over the world va bene un ciao nini.

In cucina le girandole di fumo e gli sbuffi vengono meglio, specialmente dopo l’apertura dei pacchi regalo. Specialmente se c’è la lampadona di cucina fatta a gladiolo e bassa sul tavolone di legno. Federica mi ha fatto chiagnere come un vitello tagliato, che letterina. Passi una vita, scolastica e non, a disimparare a scrivere, a farcire meringhe di testo come cassate siciliane, invece un “resta così che per me sei speciale” fa venire un collasso alle sacche lacrimali. Ho ascoltato a ripetizione le caznoni di Natale in tutte le versioni: Jazz, pop, rock, country, sono arrivata persino a Kenny Rogers, e in questa atmosfera da speck affumicato in un maso di legno e hansel e gretel mi sono sdilinquita in biglietti, pensieri felici, gioia, tavolate di quattro cinque ore, ho persino trovato una casa in affitto in Garfagnana, dieci posti letto a 700 euro, una settimana intera. Che c’entra, poi c’è riscaldamento e spese e danni e chissà che, ma rimane che considerate le mie spese giornaliere – un pacchetto di sigarette, una simmenthal e mezza bottiglia di champagne – ho decisamente fatto bingo. Ci danno anche la legna per il caminetto. Il gruppo è dei più poltroni mai visti, nessuna aspettativa e fino al 30 ci starò da me. Caminetto libro sigaretta. Libro sigaretta caminetto champagne. Champagne buondì quaderno penna libro caminetto. Sogno un cenone di capodanno a base di pane e maionese da quando ho sei anni. C’è anche il forno a microonde. Tartufo, mi devo ricordare un pò di tartufo e un po’ di caviale. Caffè, quello me lo dimentico sempre e poi mi viene l’emicrania a grappoli. La casa è di pietra, nel niente, in una conca, casale c’era scritto. Le affitta un omino che non potrebbe e sta basso coi prezzi. A dieci chilometri c’è Castelnuovo garfagnana, a 60 km il primo sbocco autostradale. Si torna il 2.

I pensieri corrono indirizzati a tutti quelli che conosco e che non riuscirò a raggiungere. E a tutti quelli che non ho conosciuto ma che sarebbero persone mera vigliose da avere accanto all’albero. La cena con i compagni di classe, Lisa, Valentina, Matteo, Giulio, mi ha ricordato perchè penso sempre a loro, in good times and bad times. Jingle Bells Jingle Bells Rock, da da daaaa, tutti fuori a finire di fare i regali. Ho preso l’alloro per nonna, cioè, ho rubato dal giardino dei Kalife qui davanti, una decina di fogli. Nonna ci guarnisce l’insalata russa. La bilancia conferma un aumento imprevisto di sei etti ridisegnando l’assetto della giornata, in compenso il vento freddo mi ha fatto venire dei capelli che paio Cindy Crowford ai tempi di “otto minuti”, (pasta barilla, pieni anni ottanta). E’ appena passata Alessandra che è come il bianconiglio, corre di qua e di là, ieri sera aveva la recitina dei suoi bambini in parrocchia, per cui ha allestito un palco da Il Signore degli Anelli, con proiezioni incrociate che talvolta diventavano tridimensionali. La notizia che i Duran Duran stanno per uscire con un nuovo album mi infarcisce di goia ulte riore, te l’immagini la Federica che salta fuori col cd nuovo di pacca e mi fa guarda c’è un gruppo ganzo, e io gli dico guarda bellina che quando io andavo a vedere Sposerò Simon Le Bon in soffitta dalla Lisa squitinzia te non eri nemmeno un’idea del Signore. A me il monclair non me l’hanno mai comprato ma abbondavo di spalline, sia quelle tonde – disgustose – che quelle squadratine modello giuni russo – un pò meglio . E anche i calzini Burlinghton. Mi ricordo un Natale di qualche anno fa, credo quando avevo 21 anni, ero ancora all’università di Pisa ergo in casa della zia Wanda e con la Valentina cugina, il mio alter ego intelligente, ero disperata. Nei biglietti scrissi delle specie di sfoghi psicotici, “vi prego amatemi per quello che sono, non ho ancora ottentuo risultati (?) ma vi voglio tanto bene e vi prometto che darò sei esami (?!), credetemi, la facoltà mi piace tantissimo (?!?!), e vi penso ogni giorno con gioia e serenità (?!?!?!?!)”. Mio padre capì e mi intimò di smettere, stavo anche perdendo i capelli. Poi, mi ricordo sulla spalliera del divano bianco, divano d’angolo fatto fare su misura da mamma, colei che porta femminilità in da house, l’unica, e pensavo: chissà come sarà cambiata la mia vita a 26 anni, sarò fuori di casa e non ci saranno più natali insieme, bisogna tagliare il cordone ombelicale. Chissà se riuscirò a dire la verità. E a sei sette ore dallo scartamento dei pacchetti sono qui a ridere, a sorridere anzi, niente è cambiato. Nulla cambia, il 2 gennaio faccio 29 anni. Sono sempre la solita stronza che deve contare i quindici euro, solo che non faccio più le cose che la gente che mi vuole bene io presumo si aspetti da me. Cioè, via, uno smette di presumere, ma poi è sempre il solito, tutta la vita.

Ecco dove va a finire lo spirito del Natale cara Eva, si corre si corre e non ci si capisce niente. Noi babbinatalisti ad oltranza soffriamo lo stacco tra le settimane orrende pre Natale e questa palla d’ovatta in cui ti trovi tuo malgrado. Poi hai voglia dimetterti davanti ad un caminetto e farti cullare da tutti: babbo natale, befana, amici, fratelli, sorelle, cugini e cane. Tutti accovacciati su delle belle poltrone e via con i regali fatti almeno due mesi prima, un giorno che qualcuno delle persone che ami aveva detto “ma lo sai che mi piacerebbe tanto..”. E tu giù, avevi appuntato e provveduto. La realtà è che siamo una matassa di egoisti che devono dimostrare di non essere “così” egoisti, fare finta di avere pensato con amore a qualcunaltro. Invece di “oddio no m’ha fatto il regalo e io che gli fo?”. Ho chiesto carta quest’anno, tanta carta, per scrivere. Quindi avrò un microscopio a lenti infrarosse che funziona solo se ho freddo. Altrettanto mi sto alambiccando per mio padre. Vorrei regalargli un castello nel Chianti col torrino per farcelo studiare quanto gli pare. Studiare e leggere, gli piace tanto. A mamma vorrei regalare un palco con le luci off broadway, duemila persone davanti e Elvis Costello che suona in background. Un concerto memorabile che lei, cantante anche, adorerebbe fare. Partenza con una di Mina, proseguire con Baby can I hold you di Tracy Chapman, l’abbiamo cantata e suonata almeno cento volte, a casa e nei bar. A Federica, la piccina, uno specchio per vedersi davvero, me lo ricordo che a quindici anni è strano riuscire a focalizzarsi, ad amarsi quindi. Alla nonna un bonus per poter rivedere nonno, sessanta minuti, farlo tornare e farli stare mano nella mano in un bel ristorante, candele e violino. Farfallina la chiamava quel botolo di settanta chili, adorabile botolo, dagli occhi azzurri. Ad Alessandra, sorella mediana – anche a calcetto – un fiotto di raggio paralizzante e un massaggiatore che le rimetta a posto il collo e l’ipofisi dell’ozio. Il massaggiatore dovrebbe essere di duecento chili e privo di interesse fisico per le altre creature giacchè Alex è un mix fra Giovanna d’Arco e Beyonce Knowles che male sopporta ogni attenzione che non abbia richiesto. E una candidatura alle prossime politiche, per farle arringare le folle come le si conviene. Al canino una canina, se no morirà senza avere mai espletato. Poi ci sono gli amici. Per gli amici delle “amiche”, per le amiche degli “amici”, simpatici e che non ci separino se no soffro come un cane. Per me la copertina del Rolling Stones, con la solita scritta “rock is back, Britney is dead”. Due giorni in casa con Erykah Badu per sentirla cantare sotto la doccia e morire lì, di felicità. Un mese a Cuba nella casa che fu di Hemingway per cercare di osmotizzare il suo potere evocativo. Basta basta. E’ ora di ripassare i regali, accoppiarli con i loro biglietti e cercare di mediare i regali di intento con quelli de facto.

MADRID- appunti di un previaggio
Art Jacinto Salvadó This show aims to rescue the figure of Catalan artist Jacinto Salvadó from the oblivion in which he has unjustly remained for years. A contemporary and friend of Picasso and Derain, Salvadó was practically unknown when he died in 1983. His work followed a varied line of development from expressionist figurative work in his early years, through cubism and to abstract, geometric forms in later life. The 30 canvases that comprise this recommendable exhibition all show the vigorous, rhythmic, colourful lyricisms that were constant features of his work.
Until 20 Nov, 10am-9pm Mon, Wed-Sat, 10am-2.30pm Sun, Museo Centro de Arte Reina Sofía
Eating & Drinking TokioHurry Madrid’s newest Japanese restaurant, opened barely a month ago, is a bargain, for the time being anyway, offering special launch prices until a date as yet undetermined. Tokio offers haute cuisine in a wide-ranging menu including all the classics: sashimi, soups, pasta and noodles, boiled veg and fish, fried and grilled dishes. Worth trying is the sample menu at 45 euros for two people. With subtle décor including giant relief landscapes and blue ceiling lights complemented by huge paper lamps, Tokio is a welcome addition to Madrid’s increasingly international restaurant scene. Calle Melzéndez Valdès 64 (34 91 543 0526). Metro Argüelles, lines 3, 4 & 6. Open noon-4pm, 8pm-midnight daily.
Five Day Forecast
Thursday ____Plenty of sunshine. High 13. Low 1
Friday _______Partly sunny; mild and nice. High 18. Low 6
Saturday ____Clouds and sun. H igh 14. Low 9.
Sunday ______Times of sun and clouds.High 17. Low 8

Information DISCOS Madrid WAWALAG Serrano, 85. PACHÁ Barceló, 11. KAPITAL Atocha, 135. JOY MADRID Arenal, 11. THE IRISH ROVER Avenida de Brasil, 7. FREE WAY San Vicente Ferrer, 7. AMNISTÍA 10 Amnistía, 10. BOLSHOI Avenida de Brasil, 5. BUT Barceló 11. CHEYENNE Avenida de Brasil, 5.

NightLife:
Nightowls wil find Madrid a paradise every night of the week. Visitors must keep in mind the late dining hours; restaurants do not even open until eight or nine o’clock. Many night establishments are open until the early morning hours.
_ In the vicinity of the Plaza de Santa Bárbara, the Glorieta de Bilbao and Alonso Martínez, a large number of popular bars, pubs, fast food restaurants and ice cream parlors are concentrated.
_ The bars in the districts of Arguelles and Moncloa are generally frequented by University students and a younger crowd.
_ Malasaña, in the vicinity of the Plaza de Dos de Mayo, has countless cafés and bars with live music, in addition to moderately-priced restaurants.
_ The streets of Paseo de la Castellana, Paseo de Recoletos and Paseo del Prado boast quality restaurants, cafés and popular night spots.
Cafè Central (live music) Off the Plaza de Santa Ana, beside the famed Gran Hotel Victoria, the Café Central has a vaguely turn-of-the-century art deco interior, with an unusual series of stained-glass windows. Many of the customers read newspapers and talk at the marble-top tables during the day, but the ambience is far more animated during the nightly jazz sessions, which are ranked among the best in Spain and often draw top artists. Open Friday and Saturday 1:30pm to 3:30am; live jazz is offered daily 10pm to midnight. Beer costs 400 pesetas (US$2.40). Plaza del Angel, 10 Transportation Metro: Antón Martín Phone 91/369-41-43 Prices Cover 1,300 ptas. (US$7.80); prices can vary depending on the show Café Central
Cafè del Foro This old-time favorite in the Malasaña district has suddenly in the 1990s become one of the most fashionable places in Madrid to hang out after dark. Patronizing the club are members of the literati along with a large student clientele. You never know exactly what the show for the evening will be, although live music of some sort generally starts at 11:30pm. Cabaret is often featured, along with live merengue, bolero, and salsa. There’s a faux starry sky above the stage area, plus Roman colonnades that justify the name Café del Foro. Open daily 7pm to 3am. Address Calle San Andres, 38
Transportation Metro: Bilbao. Bus: 40, 147, 149, or N19 Phone 91/445-37-52 Prices No cover (but may be imposed for a specially booked act)
Palacio Gaviria Its construction in 1847 was heralded as the architectural triumph of one of the era’s most flamboyant aristocrats, the Marqués de Gaviria. Famous as one of the paramours of Queen Isabella II, he outfitted his palace with the ornate jumble of neoclassical and baroque styles that later became known as Isabelino. In 1993, after extensive renovations, the building was opened to the public as a concert hall for the occasional presentation of classical music and as a late-nigh t cocktail bar. Ten high-ceilinged rooms now function as richly decorated, multipurpose areas for guests to wander in, drinks in hand, reacting to whatever, or whomever, happens to be there at the time. (One room is discreetly referred to as having been the bedroom-away-from-home of the queen herself.) No food is served, but the libations include a stylish list of cocktails and wines. The often-dull music doesn’t match the elegance of the decor. Dance nights are usually Thursday through Saturday, everything from the tango to the waltz. Cabaret is usually featured on most other nights. Open Monday to Friday from 9pm to 3am, Saturday and Sunday from 9pm to 5am. Second drinks start at 1,200 pesetas (US$7.20). Calle del Arenal, 9 TransportationMetro: Puerta del Sol or Ópera Phone 91/526-60-69Prices Cover 2,000 ptas. (US$12),including first drink
Clamores With dozens of small tables and a huge bar in its dark and smoky interior, Clamores, which means noises in Spanish, is the largest and one of the most popular jazz clubs in Madrid. Established in the early 1980s, it has thrived because of the diverse roster of American and Spanish jazz bands that h ave appeared here. The place is open daily 6pm to around 3am, but jazz is presented only Tuesday to Saturday. Tuesday to Thursday, performances are at 11pm and again at 1am; Saturday, performances begin at 11:30pm, with an additional show at 1:30am. There are no live performances on Sunday or Monday nights, when the format is recorded disco music. Regardless of the night of the week you consume them, drinks begin at around 700 pesetas (US$4.20) each. Address Albuquerque, 14Transportation Metro: Bilbao Phone 91-445-79-38Prices Cover Tues-Sat usually 600-1,200 ptas. (US$3.60-US$7.20), but varies with act; Sun-Mon no coverClamores
Viva Madrid A congenial and sudsy mix of students, artists, and foreign tourists cram into the turn-of-the-century interior here, where antique tile murals and blatant belle époque nostalgia contribute to an undeniable charm. In the good old days (the 1950s, that is) the fabled beautiful people showed up here, notably Ava Gardner with the bullfighter Manolete when they couldn’t take their hands off each other. But Orson Welles or even Louis Armstrong used to pop in as well. Crowded and noisy, it’s a place where lots of beer is swilled and spilled. It’s set within a neighborhood of antique houses and narrow streets near the Plaza de Santa Ana. Open Friday from noon to 1am, Saturday from noon to 2am. Beer costs 500 pesetas (US$3); whisky begins at 900 pesetas (US$5.40). Manuel Fernández y González, 7 Transportation Metro: Antón Martín Phone 91-429-36-40 Open-air markets. The Rastro is the most famous of the flea markets which opens on Saturdays and Sundays between the Plaza de Cascorro, La Latina and the street of Embajadores. Everything imaginable can be found here from valuable antiques to used clothing, including collector cards, books, records, paintings, etc.
Musei
prado Located in an 18th building designed by Juan de Villanueva, the Prado is considered one of the most important art galleries in the world. It houses masterpieces by Velázquez, Goya, El Greco, Zurbarán, Ribera, Titian, Raphael, Botticelli, Fra Angélico, Rubens, Bosch, Van der Weyden, Poussin, Lorrain, Watteau, Remb randt, Dürer and Mengs, among others.Paseo del Prado.
Metro: Banco de España & Atocha. Open: 9 AM to 7 PM; Sunday 9 AM to 2 PM. Closed: Monday. Telephone: 91 3302800 thyssen bornemisza
This museum houses a splendid collection ranging from primitive Flemish to contemporary works. More than 800 paintings and sculptures, carvings, tapestries and other items are displayed. Villahermosa Palace, Paseo del Prado, 8.
Metro: Banco de España. Open: 10 AM to 7 PM. Cloed: Monday. Telephone: 91 4203944 & 91 3690151

nazionale regina sofia
A cultural center containing a permanent collection of Spanish contemporary art and offering a wide variety of temporary exhibitions covering diverse modern artistic disciplines such as painting, sculpture, video, photography, films, etc. Calle Santa Isabel, 52.
Metro: Atocha. Open: 10 AM to 9 PM; Sunday 10 AM to 2:30PM; Closed: Tuesday. Telephone: 91 4675062 & 91 4674761

palazzo reale
The royal palace is no longer used as a residence, but it has been kept intact since it last functioned as home to the king, primarily serving as a tourist attraction. The entire palace is not open to the public, but most of the more important rooms can be visited. The palace is interesting in its own right, in particular its architecture and gardens (there are two, the Jardines del Moro and the Sabattini gardens). There are also some excellent frescos inside the palace by Tiépolo, and paintings by Velázquez, Goya, Rubens, El Greco, Juan de Flandes and Caravaggio, among others.
Calle Bailén. Metro: Opera. Open: October to March 9 AM to 5 PM; Sunday and Holidays 9 AM to 2 PM; April to September 9 AM to 6 PM; Sunday and Holidays 9 AM to 3 PM. Closed when official acts are held. Telephone: 91 5420059

CAP.1
Cross contaminations
Ibanez si guarda intorno e tutto quello che vede sono i due seni che avrebbe voluto tutti per sè ma che non avrà mai. Il suo senso di inadeguatezza lo fa sembrare ai suoi occhi ancora più brutto, ancora più goffo e purtroppo quando ti ci senti è così che ti vedono. Tutti sanno che stanotte si rigirerà avvolto da quella sensazione di scorame nto che si prova in tutti i modi ad evitare, e provano a coinvolgerlo in qualche discussione qualsiasi ma con il sorriso per cercare di distrarlo, per vedere se quel fischio noioso è solo un questione di noia. Niente. Le notizie sul giornale stamani non aiutano davvero, il rientro al lavoro nemmeno, nessuna prospettiva di diventare miliardario nell’arco di due giorni e potersi prendere delle rivincite almeno nel campo materia e usufrutto. Ci vorrebbe il colpo di fortuna, un riconoscimento stratosferico, per trasformare questo uomo piccolo in un uomo ammirabile. E’ che ognuno si rinchiude dentro una specie di pantano protettivo nel cui interno è proprio difficile fare arrivare anche le cose belle. Verrebbe voglia di bestemmiare. Viene ogni voglia fuorchè quella di vivere una vita che assomiglia alla propria. Ci deve essere un ufficio nell’aldilà dove si sconta un ergastolo tutto particolare per i giorni che si sono lasciati sotto il letto, alzati a malapena con gli occhi gonfi di non voglia. Un’a ltra giornata, e chi l’aveva chiesta. Poi ci sono quelli fortunati, che si potrebbe dire che hanno invece un occhio più intelligente e sanno vedere dove devono correre per fare una buona merenda. E anche del buon vino ci si accompagna con la mortadella e il formaggio tenerino ma acre. Insomma Ibanez comincia a domandarsi chissà quante domande strambe, e più che i minuti si spostano e più che si aliena da tutti. E’ solo un tavolino da cena, ma si è appena trasformato in un consesso ostile, tutti si accorgono del disagio, signore dammi la forza di alzarmi di qui e andarmene via. Ma no, è festa. Ma che festa è, di chi è questo festeggiamento? Mio no. Sta pensando questo. Un’altra sigaretta darà nella sua attesa un pochina di gioia, bisognerebbe anche potersi impinzare e essere davvero felici. Ripensa alla sua grande occasione, sprecata naturalmente, e si chiede se conosce qualcuno che le sue grandi occasioni non le abbia sotterrata fra i come va a finire. Non gli viene in mente nessuno e questo è un punto in saccoccia. Come fa quella canzone della pubblicità? Mi sembra sia la cover di un pezzo d ei Beatles, ma non mi riocordo quale. Lei la canta con la vocina di naso come Billie Holiday, ma non è lei, l’avrebbe riconosciuta. Domani ho l’appuntamento con quelli della Sofis alle undici, se mi muovo bene ci sta di avere un premio dal capo. Domani sera c’è teatro, non so se ho volgia di andarci, certo se venisse Laura.
– Laura vieni domani sera a Teatro?
– Non lo so, perchè?
– No, così.
– Che hai?
– Niente
– E giovedì al cinema?
– Ma che hai, l’ansia? Ma che ne so cosa faccio domani e dopodomani.
Ma vaffanculo. Sempre così, più che hai bisogno.. Se lo sentono quando hai bisogno di qualcosa, tac. Chissà che fa Gagi domani sera, ho due biglietti, viene lui, glielo dico. Poi se lei vuole venire gli dico che non c’è più posto, vedrai la prossima volta.

Lei è tornata e l’ha fatto come sempre, meravigliosa, tragica, sorpresa. All’improvviso, come un vestito che cade. Una collisione mai avvenuta e potente proprio per quello, un filo che non è mai entrato in una cruna ma che potrebbe fare arazzi, non tappeti. Lei torna quando la vita le presenta qualche conto e ha voglia che qualcuno le ricordi quanto è importante, amata. Ma no adorata, ADORATA. Ibanez pensa che lei sbuca tutte le volte che prova a fare il bravo e che ha deciso che ora sta bene anche senza di lei. E con lei ritornano la furia, la fretta, i chili persi nello struggimento. Ma si parla di roba che solo qualcuno conosce, in particolare tutti quelli che si ammalano di bello. Lei è come vorrebbe essere ognuna, solo che è lei, e Ibanez ha avuto voglia di correre e convincersi che era giusto così. Non si può tenere l’acqua in mano per tanto tempo. La musica che stride non fa digerire al ristorante. E fa mangiare di meno. Una parete troppo fredda, uguale, non fa venire l’appetito. Ibanez si rese conto che erano almeno sei anni che non pensava e questo pensiero nuovo lo colpì come un maglio di acciaio, i componenti di un robot d’acciaio. La sensazione di avere navigato idiota in quell’a cquario anche un po’ zozzo gli fece tornare anche a mente del mutuo, del fido, della macchina, di tutto quello che aveva costruito abilmente per cercare di vivere un po’ meno e un pò alla meglio; di tutte le persone che lo sconcentravano quando si mette a fare le parole crociate al bagno, di tutte le maniglie che non avrebbe voluto vedere girare verso la sua stanza, di tutte le inadeguatezze che gli vengono ricordate, solo a lui poi. Era mai stato innamorato? Questo assillo lo accompagna tutta la sera insieme all’odore del ristorante da solo e nemmeno gli sguardi con una lo possono riparare dalla pioggia di pensieri che gli sono capitati fra il capo e il collo. Domani mattina la sveglia è presto, c’è da andare a fidelizzare un cliente di un padrone, il suo. E lui lo farà eccome, c’è la tredicesima.

Non molto tempo fa avevo una telecamera, per discutere su internet e vedere la faccia delle ragazze con cui si parlava di tutto, compreso quello che sarebbe potutto succedere se ci fossimo incontrati, nell’immaginario dell’approccio e anche dettagli che in genere nella vita normale non puoi proprio tirare fuori. Quello che mi angosicava era il fatto che ogni discussione era come la questione dell’aborto: io non decidevo mai. Sempre le donne. Chiudevano connessione e camicetta secondo la loro discrezione che in genere non corrispondeva mai alla mia. I bambini erano ancora piccoli all’epoca ma erano tutto quello che avevo, oltre ai tratti della loro ufficiale creatrice nonché madre nonché mia viperosissima mugliera sulla loro faccia. Anche lei probabilmente faceva uso di quelle macchinette e aveva trovato il suo partner virtuale, l’idea mi dava fastidio, ma sono sempre stato un democratico. Ha sempre deciso tutto lei, a me va bene ogni cosa, purchè non mi si rompano le palle più di tanto. Fra le mie frequentazioni elettroniche ce n’era una in particolare che mi faceva sperare in un mio mondo felice, con lei immaginavo di ripartire e vincere (prima) il superenalotto. Mi sembrava sincera quando mi diceva che avevo una voce sensuale, mi faceva sentire bello. Perché passare dalla rete al telefono è stato veloce, credo sia così per tutti. Ma poi non mi importa, lei valev a la doppia scheda. E così vivevo piegato una vita e arzillo un’altra. Anche lei che pur avrebbe potuto fare quello che voleva, insomma non era come me, sposato. I bambini non si toccano, no, me lo sono sempre imposto. Non ho ancora capito perché sono venuti, se mai ho avuto io l’idea che sarei stato padre. E’ che a un’età dai importanza a una cosa, poi cambi, poi ti accorgi che avevi sbagliato. Il passato è tanto importante per me, i ricordi sono la mia forza ora che anche la voglia di ripartire se n’è andata via. Oddio se potessi sentirmi, sai se quando ero giovane mi fossi sentito fare questo discorso, avrei detto che tristezza, che squallore. Sì perché uno è pronto allo squallore altrui, non al suo. Si crede sempre di potersela cavare in qualche modo, invece non è vero. Qualche volta si soccombe e basta, e si fa quel che si può. Domenica il pranzo dalla suocera, lunedì accompagnare i ragazzi di qua e di là, pagare ogni loro desiderio di felicità per rendere idealmente ai propri genitori i soldi spesi. Avrei voluto interromperla questa catena. “Cari ragazzi, si cambia registro. Come in Germania si fa, levatevi dai coglioni e fatemi godere i miei soldi. È accordato di vedersi per Natale e Pasqua. Vi sta bene?”. Rifiuterebbero quegli squali. Chissà lei dov’è finita, se per lei sono stato importante come lo è stata lei, magnifica ninfetta senza cervello e con qualche verbo sbagliato, ma tanto bella. Come se fosse poco. La penso spesso, anche stamattina. Devo ritirare la macchina alle sei e questo inciderà molto sul tenore dei regali che posso fare a Natale. Non ho sfondato io. Ho iniziato un lavoretto e lì sono rimasto. Guadagno milleduecento euro puliti al mese, in casa mia non manca mai niente né avanza.

Bisogna vederle queste due. Una si è un pò inquattata ma tira lo stesso. Quell’altra, quell’altra. Ieri sera, assorbite completamente dalle mie invenzioni, quanto mi ascoltavano, era un brivido lungo le cosce, in pugno e sul palmo: piazza bella piazza, c’è una leprina pazza pazza pazza. Guardatemi ora, sono il vostro padrone, che sto dicendo? Questo sguardo vacuo mi sta facendo l’effetto di una chicca di anfetamina, potrei parlare per sempre. Domani ho un appuntamento alle undici, peccato, questa era una buona occasione per rapirle e portarmele da qualche parte. Il mio harem, con due. La mugliera sta pulendo di là, devo non fare trapelare l’entusiasmo, le ha portate lei, me la devo giocare bene, se no non me le porta più. Ah guarda tesoro che meraviglia, guarda loro come mi ascoltano che te non mi caghi mai se non per ricordarmi quanto ti sono antipatico. Il pensiero del Natale e del pranzo con le chiatte da diporto mi sta distraendo dalla missione fascino in cui mi sono trovato. Ma chi sono, chi sono, james bond. Proseguo abbondante di particolari sul mio viaggio, invento a sette mani e due piedi, sempre di più fino all’infarto, voglio che mi scoppi una coronaria sotto i loro occhi, morirei da eroe, come non vivo mai. Anzi, spero che entri un ufo e che mi spari con un raggio paralizzante: fermo in questa immagine di potenza e intelligenza virile per sempre. Piazza bella piazza, guardate come gesticolo stasera. Allora bimbe, vi si chiudono gli occhi mi rimanete lì incollate, piccine, ora vi lascio andare a letto. Devo scacciare la foga e i pensieri, devo andare a letto, domani ho un appuntamento importante, la tredicesima chiama e io rispondo. Sono un verme. Sono un verme galattico.
– Ibanez mi pigli quella presina? Ragazze ci vediamo domani, scusatemi, sono stanca e ho i piedi gonfi, vi dispiace?
– No, no, ciao, ciao.
Solo i piedi amore? Hai i piedini gonfi? Forse non ti sei concentrata dulla collottola, da quanto sei ingrassata non si vede più il manubrio, non si vede più il collo. E mi porti via queste due delizie dell’orto. A domani ha detto la stronza, vuol dire che forse domani sera c’è una cena o un dopo cena con le due pulzelle, e non avrò nessun appuntamento dopodomani, posso anche portarmele a Zanzibar e tenerle lì per sempre.
– Ibeniz li porti te i bimbi domani a scuola? Ricordati di lasciarli vicino, cioè falli attraversare e stai attento, l’altro giorno hanno arrotato un bambino. Mi raccomando
– (sì mamma) Ochei.
Ibanez schiaccia il pulsante del telecomando come se fosse l’avvio della guerra nucleare, stessa potenza, è rimasta qualche traccia di virilità dentro dalla discussione, giro di qua, giro di là. Servizio su Helmut Newton, che ganzo, ha trovato il modo di vedersele tutti i giorni senza rotture, guarda questa com’è. Si addormenta come un uccello che non ha migrato, ma non ha compagni intorno, tanto vale dormire.

22/10/2003
Caro Ibanez,
quando ti guardo mi sembri un cavaliere con il colletto a pieghette, non lo so se di preciso sono cavalieri quelli con la calzamaglia. Mi piace il tuo naso, e anche tutto il resto, compresa la barba che non fa mai vedere se sei a ridere o se sei arrabbiato. Però ti si stringono gli occhi. Ti prego chiamami. 29/10/2003
Perché sei passato per non restare? Ho gardato la casella di posta il giorno dopo che ci siamo sentiti, me l’avevi promesso. Se tu mi potessi vedere e se io ti avessi sottomano. Me l ’avevi promesso. Lo so che sei tu e io sono quella per te. Il fatto che tu abbia un’altra accanto non dovrebbe impaurirti, ma come fai a non volere essere coraggioso così? E’ un’ingiustizia che tu non sia qui con me. Ti amo.

01/11/2003
Caro Ibanez,
stamattina ho visto che esiste una chitarra che si chiama come te e ho deciso di scriverti, forse è l’ultima volta. Mi sono messa al bar davanti al tuo ufficio, ho fatto tanti chilometri in macchina per vederti e basta. Avevi il Barbour, lo vedi che ho ragione io, che sei demodè. Mi piaci. Perché non mi chiami?

27/11/2003
Caro Ibanez,
quando parlavamo insieme sentivo che ti veniva la felicità anche a te e sono sicura che mi hai voluto bene. Una volta mentre stavamo chattando mi ricordo che sapevo perfettamente cosa avresti scritto e so che anche tu sapevi quello che stavo per scrivere io. Eravamo, siamo, una cosa sola. Non mi lasciare qui a dover aspettare, mi imbruttisce.

28/11/2003
Ibanez,
non capisco.

28/11/2003
chiamami

02/12/2003
Vaffanculo, come puoi fare così. Ti sei divertito?

14/12/2003
Ibanez,
non capisco. Ma ti voglio dare un’altra possibilità. Chiamami oggi, prometto che non sarò arrabbiata.

15/12/2003
perché non rispondi al telefono?

Ciao riconosco la tua faccia, le luci dei giorni che passano la fanno assomigliare alla mia anche se non ci conosciamo, se non ti ho mai visto. I pensieri e le preoccupazioni sfarfallano qui attorno perciò ho bisogno che tu mi dia una mano, non ti imbambolare anche te, ho bisogno che tu sia attiva. Sì stiamo cambiando, tutti, ma poi alla fine non si cambia mai, lo vedi che non cambia niente? Sai di cosa ho voglia oggi? Di f umarmi una sigaretta buona, perchè non mi è riuscito tutto il giorno, non mi è riuscito nemmeno di lavorare. Ho dovuto fare i conti con certe nostalgie. Stanotte sono stato la succursale del mio stomaco irritato, i sogni di conseguenza, l’agitazione. Stamani avevo voglia di avere un pò di pausa ma è ora, sotto le feste, che si tira il carro: moglie e buoi dei regali tuoi. Ladies and gentlemen please welcome my ologram. Ci vorrebbe una cantante jazz in un locale jazz in un posto jazz, ma stasera ho le prove in parrocchia, c’è la messa di Natale. Manca l’organista, si è fidanzata, io suono la chitarra con mia moglie. Fai finta allora? Cosa fai, arrivi e riparti? Non ti presenti? Pensando spocchiosa di avere una piccola parte nelle mie speranze? L’oroscopo diceva “dichiaratevi, siate chiari, se non vi vuole non vi merita”. Bella cagata, è ovvio che ritengo di non essere meritato nel caso che i miei canti del cigno cadano nella latrina dei maiali d’allevamento. Era sulla risposta da film che contavo, su un vascorossiano ti prendo e ti porto via. E chi sei? E chi ti conosce. Ma mi piaci, e tanto. E poi dovresti essere tu a sperare di essere portata via. Ieri la ragazzina ha di nuovo chiamato. Si è anche appostata sotto l’ufficio dice. Sono terrorizzato. Non mi è mai piaciuta, ma come faccio a dirglielo, non si tarpa un fiorellino a quell’età. Ma quale fiorellino.. quella vuole scopare altro che, chissà che ha in mente. Che enormi, incommensurabili, insostenibili, palle.

Ibanez seduto al tavolo insieme ad altri e altre cominciò a manifestare il suo disgustoso senso dell’umorismo, a lamentarsi perchè non si poteva fumare in una trattoria e a mandare messaggini a sconosciuti sperando che fossero sconosciute. E tra queste che fossero calde e in attesa proprio di un suo messaggio. Aveva comunque il terrore di essere scoperto, era il momento dove si rinvangavano i bei momenti felici della sua famiglia, momenti che lui non aveva mai personalmente vissuti ma che erano ormai passati con decreto ministeriale a stato di buoni, belli, da rimpiangere. Una cosa solo c’era in realtà da rimpiangere, i Chicago in sottofondo, a ricordargli quanto tempo era passato e quanto quelle vocine fossero ancora pedanti, pallose insomma. Arrivano le cozze, tutti giù di mani unte, guarda i bambini. Felici come delle patatine nel loro sacchetto, altrettanto unti, tutta la bocca, le maglie. Ti ripagano, come una canzone di Elvis Costello al terzo bicchiere di rum, quando fai finta di non essere ubriaco: la gente è maligna e pensa sempre che tu sia felice solo perchè sei alticcio. Pensano che tu non sia capace, anzi che tu sia troppo sfigato per stare beandoti di qualcosa che non è anche nella loro testa. La gente è strana, Ibanez ha sempre cercato di essere diverso. La moglie di Fausto, simpatico coglione senza midollo appaiato a donna con dente a balena ma due punti vita attaccati, comincia a mangiare il pesce succhiando le chele, solo che lei non è bella come i bambini. Sono due ore che parla con la mugliera. ma che avranno di tanto appassionante da dirsi. Nulla, garantisco, nulla. Fausto è un idolo, è uno che sono sedici anni che lo conosco e che non ha mai de tto niente. Una vita silente parloando. Cos’è, un Houdinì, un mago del sottovuoto spinto. Mi fa ridere, quando apre bocca e sta per non dire niente. Sarebbe come vedere una banana che sta per starnutire, uno si piscia addosso. Vado verso il bagno, ora apro la porta e dietro ci trovo la mia vita.
– Ibanez
trilla con un nodo in gola o un fischietto in culo la mia adorata mugliera
– hm?
– Guardi se c’è un pezzo di carta igienica che paolo c’ha il moccio, non ho fazzoletti, grazie amore
– sì
Distratto nel viaggio alla mia esistenza di luce mi riconcentro sulla porta. Dietro vorrei trovarci il creatore, fargli qualche domanda ma soprattutto avere qualche risposta, qualche dritta sui prossimi anni. Che faccio, rottamo la vita di ora e rischio un modello ancora peggiore? Rimango qui e faccio i tagliandi? Che devo fare. Vorrei ci fosse uno scenario da caldobagno, quello dove entravano in bagno e erano le maldive, tipo, si buttavano tutti felici. Che tristezza, mi veniva sempre in mente che poi dopo dovevano andare a lavoro lo stesso, anche dopo caldobagno. Ecco vorrei non scegliere, ecco cosa gli chiederei. Vorrei un imperatore io non un dio, levarmi la difficoltà della scelta. Rimani lì stronzo! E allora potrei scappare felice come nella mattina della forca. Mi devo ricordare di comprare la scheda prepagata per i regali su internet. 1963, 2003 meno 1963 fa quaranta. Sono nato di novembre. E non capisco perchè qui c’è solo un bagno per gli handicappati e uno per le donne.

Sono così stanco stasera che sono pure stronzo, mi ci sento. Odissea nella scazzo 2003. Oggi ho provato a vivere un giorno migliore e a spaccare qualche sasso di convinzioni. Ecco il carcerato che si morde la catena e ci si spezza i denti per benino. Giorno di riunione a lavoro, incentivi e panettoni paiono essere diventati la stessa cosa, gonne più corte del solito, ma non sono invidioso perchè sono talmente inetto che se anche fossi donna, se mai avessi le cosce di due metri e un panno a coprire qualcosina non mi incentiverebbe nessuno lo stesso. Insomma, canta Pierrot. Mentre ci comunicavano quanti e quali obiettivi avevamo raggiunto e io mimavo l’insieme di eulero venn vuoto ho dato una scorsa al giornale. Parlava di qualcuno, uno sfigato, un poveraccio comico fallito plus presentatore fallito. Diceva il sorriso triste di piero. Perchè non gli si dà l’opportunità a un comico di essere allegro, no. Da quel maledetto nano con i baffi tutti i comici sono tristi. Lo vedi com’è il mondo? Lo vedi come siamo stronzi, pensavo? Bisogna sempre trovare due chili di sostanza alla forma, se no ci si sente in colpa. Ho preso il coraggio a due mani e ho chiamato, ho fatto ho brigato, mi sono levato da quel cottolengo. Niente panettone alla mugliera Ibanez, speriamo non si arrabbi. E chi se ne frega comunque. Ho appuntato il numero di Katiuscia sul dietro di un biglietto da visita di cartoncino volgare.
– Pronto?
– Quanto prendi?
– Per quanto?
– Dove ti trovo? Vicino al bar della stazione.
– Come sei?
Già mi comincio a divertire. Arrivo e Katiuscia va bene per 120 euro, no fattura. Fatto in tre mosse. Finite le amiche de lla mugliera e scampati tutti i loro sensi di colpa devo cominciare a calcolare queste uscite e sentire il commercialista se posso dedurre dalle tasse le spese. Mi casca l’ispirazione e anche tutto il resto, devo portare un bollettino da pagare a qualcuno, oddio chi era, che era.
– Ibanez? A che ora torni?
– Mi rivesto e torno
– Ma che dici?!
– Scherzo, scherzo. Dimmi.
– I bimbi
– Vado
– Ciao
– Ciao
Mi pettino un attimo e passo davanti all’agenzia di viaggio, con 780 euro posso andare al mare scaldobagno. Meno male che i bambini non riconoscono gli odori che non conoscono. Brava Katiuscia. Ti sono piaciuto?

– Pronto Caterina?
– Ciao stella, dimmi, come stai?
– Insomma, si va.
– Ti sento una voce triste, è successo qualcosa?
– No, non è che è successo qualcosa .. sono un pò giù. Sono due settimane che lo sento lontano. Lo sai..
– Stai serena, magari ha da fare. Non mi avevi detto che ha un congresso a breve?
– S ì, sì, ma che c’entra..
– Ma stai tranquilla; quand’è che l’hai sentito l’ultima volta
– Stamattina
– Che ti ha detto?
– Parlava della piazza davanti al posto dove lavora; lo so che quando fa così sta lasciando qualcosa, non voglio nemmeno pensare se sparisse, muoio, Caterina mi sento così male.
– Calmati, non fare l’isterica. Ti ama, te l’ha detto e dimostrato. Stai tranquilla. Dov’è ora? A lavoro?
– Hm.
– Ma che fai, piangi? Daiiii stupidina.. Vieni da me. Piuttosto, il coglione come sta?
– Ibanez?
– Sì
– Ma che cazzo ne so. E’ da qualche parte. Dammi dieci minuti e arrivo.
– Vai stella.
– Ciao a fra poco, grazie..
– Ma va là.

– Ibanez? A che ora torni?
– Mi rivesto e torno
– Ma che dici?!
– Scherzo, scherzo. Dimmi.
– I bimbi
– Vado
– Ciao
– Ciao
– Ah! Ibanez vado a pranzo da Caterina, ci pensi tu?
– Ovvio. A dopo. Ciao.
– Ciao.

C’è il dizionario di francese vecchio come i miei ricordi sulla scrivania. Sto cercando di ubriacarmi per non ricordarmi quando è che ho perso i miei intenti per strada, quando ho permesso a tutti di diventare ignobili con me. E io di conseguenza. Oddio questo discorso puzza di autcompassione, ma se non ci sono io a darmi un po’ di consolazione chi me la darà. Quando è che ho abbassato le difese e ho permesso al marcio di questi psicopatici di sporcare anche me, per quale motivo al mio me stesso peggiore ho dato la corona del regno. Stamani sono tornato da scuola, con i bimbi in macchina, e mi è tornata in mente Londra, quando vivevo là ogni momento che arrivava, così, semplicemente, con entusiasmo. Sì, ero solo, impacciato, ma era tutto davanti. Davanti alla scuola a riprendere i bambini non mi ritrovo, dove sono; dovrei essere in una prateria a cacciare cervi e bisonti, tigri e avere un ingresso di legno e un caminet to. L’ho sempre voluto cazzo un fuoco dove sentirmi un eroe, mai avuto. Ho avuto tutto fuorchè quello che ho chiesto. Me lo ricordo l’embankement, il freddo, sei sul fiume ma sei in città. E sa di città del nord. Dio com’è bella, così lontana, non ti fa entrare, come una ragazza un po’ troppo lunga e un po’ troppo magra, ma charmeuse. Le spezie nei biscotti, anche quelle sono buone, i dolci confezionati come se fossero panetti norvegesi, ti aspetti sempre l’inverno. Ed è una stagione di assoluta felicità, lì. E’ luce, è tutto, era tutto aldisopra delle mie possibilità. Mi scappa da cagare, deve essere lo sforzo di aver pensato per più di due minuti.

Mi ricordo una giornata in una casa. Avevo quasi ventanni. Lei ne aveva almeno sessanta, sicuramente almeno sessantaquattro. La casa era così bella che avrei voluto farla vedere ai miei genitori, per fargli vedere che ero arrivato facendo finta che fosse mia. Poi non se n’è fatto di niente. Stavo davanti al camino con l’augusta signora che mi aveva insegnato a riempirlo con i legni giusti e a farlo funzionare; teneva tutto nello sgabuzzino fuori, ben diviso per tasso di umidità. Avrei voluto comprarla quella casa, non so con quali soldi e stavamo lì giornate intere, la signora era ricca, poi era diventata povera, poi era ritornata ricca. Ora era solo in discesa. Non era tanto che avevo perso di vista il grande amore e avevo deciso di buttarmi sulla quantità, belle e brutte, giovani e vecchie, e mi ricordo di avere pensato che quella sarebbe stata probabilmente l’unica grinza in cui non mi sarei infilato, e mi faceva pena di una cosa che on avrebbe mai saputo. In casa c’era solo whiskey torbato e un limone in frigo, la balorda sapeva cos’è l’ospitalità. Bicchieri e arredi straordinari, uno stereo grigio super teconologico con bei cd, qualcuno, e robaccia per nostalgici di un tempo che in ogni caso non era il mio. Toquino, che troiata. Dormivo lì, il patto era che offrissi la mia compagnia e che non mi avrebbe mai rotto le palle, non dico che l’avrei picchiata se solo avesse tentato, ma il solo pensiero era violentemente schifoso, mi dava ribrezzo insomma. Aveva le finestre rinforzate perché in campagna tira un vento cane, specialmente a dicembre. Specialmente lì a Camagnani, ridente buco di culo in altezza e sperdutezza. E c’era il cotto e tutto quello che si sarebbe aspettato un british ignorante e con moneta forte, quindi un sacco di gente alla fine. Si stava su due poltrone, separate da un tavolino, davanti ad un caminetto, su legno e intorno legno; la sua più bella, ovvio, la mia gradevole con le gambe tirate su, azione difficoltosa e dolorosa di ritorno se penso alla mia mole. Si stava lì, senza dirsi niente, felici, lei delle mie gambe giovani, io del suo apprezzamento. Mi raccontava di quando era a Parigi e stava in una casa promiscua per figli di ricchi conditi di sinistra. Lei l’ammetteva che non sapeva nemmeno di cosa parlavano quando ne parlavano, ma il fermento quello c’era, te lo potrebbe pitturare. Lei diceva che siamo stati sfortunati noi giovani vecchi. Un giorno prese una brutta infezione giù, mi raccontava, e per farsi controllare chiamò amici e amiche e si fece guardare bene, me lo raccontò come se volesse vedere la reazione. Non ho fatto una piega, la vecchia balorda stava cercando la gara, ma figurati. Si fumava tutti e due come turchi. Stava con uno, ma andava con un altro, rincorreva un altro ancora. In quale categorie di nonne rientra? Mi chiedevo come faceva ad abbracciare i suoi nipoti, sono sempre stato un vigliacco, non mi è mai riuscito prima di allora di buttarmi fra due gambe solo per non sapere che fare, quindi era inevitabile dipingerla dentro di me come una specie di vampirona grottesca. Ma cominciavo a intuire la ricchezza degli incontri casuali, il fuoco e l’acqua per calmarlo, la bellezza della bruttezza. Me le faceva immaginare tutte le scene quel barile di vecchiaia, senza trascendere, brava maitresse del racconto. Lei leggeva e scriveva, io mi annoiavo a morte, ma non c’era niente da fare se non stare bene e ci stavo. La signora mi ubriacò e cominciavo a temere le immagini che mi si dipingevano in testa. Mi faceva schifo come le pubblicità brutte, le stesse che ora bevo come raccomandato. Ti rimangono in testa e ti domandi se l’hanno fatte apposta. C’è la cena con le due piccine amiche della mugliera stasera.

Ecco una persona che crea delle regole che se saranno seguite daranno la felicità. Così ci hanno insegnato, questo abbiamo voluto imparare.Cosa serve per una vita felice? O acquietare i bisogni o sotrarre la loro soddisfazione. Che vuoi? Che cerchi? Certe immagini felici vanno create e in questi quadretti di lega medio bassa le pennellate rosse non ci stanno bene. Bisogna trovare una base, ad olio bella pastosa, e su quella muoversi. Non è più tempo di Picassi qui, è tempo di donne nude tutte uguali fotografate mentre fanno niente, un tentativo di dare un senso a qualcosa che è solo bello da vedere. Passerella vince passera uno a zero.

Ibanez ha preso campo.

Sognare il creatore non è cosa da tutti i giorni, quindi appena me lo sono trovato in macchina gli ho fatto delle domande, anche se la gente era ostile ed ero su uno strano altipiano difficoltoso. NOn ho fatto nessuna domanda, ma mi ha risposto lo stesso. Il bello non è bello perchè gli metti accanto un aggettivo. La bellezza spazia dalla filosofia, alla morale, dall’estetica alla fede. La bellezza è dio in presenza e in assenza. A questo punto chiedo al mio signore cosa vuole dire in presenza e in assenza. Mi risponde che la bellezza esiste ma non tutta si può vedere. Qualcosa è bello in nostra assenza. Invisibile allora dico. No, sei solo tu che non la puoi vedere, ma per altri è palese. Il mio signore cambia sembianze in quelle di una donna che mi attacca e a cui devo rispondere con tutti i miei migliori argomenti, ma è davvero difficile. Sono un pò a Londra, vicino alla casa vecchia, un pò in Africa, in macchina e in aree così aperte da farmi venire l’angoscia. E’ tempo di cena, alla Taverna di Jack a Pistoia. Ora un bicchiere di v ino bianco per la scrittura e uno per la vasca. Tante le volte il Signore venisse a richiedermi di estetica e morale voglio essere pronta a una buona morte.

Retrieving informations from juanita’s buffo come un contrappasso dietro l’altro mi ritorna in mente un inverno di qualche anno fa. C’è da dire che sono un talento a tirarmi le persone dalla mia, nel senso, in un alterco non c’è verso che qualcuno scappi dalla mia posizione. Non lo so perché, non è un orgoglio, non è fatto apposta, non profondamente perlomeno. Insomma mi ricordo quell’ inverno, ero piccina, come se fossero passati venti anni invece che quattro o cinque, e mi ricordo gli occhi della brigata quando detti notizia che non avrei portato il mio fidanzatino in montagna. Ero troppo più brillante all’epoca, si aprivano nuovi spiragli. Non che qualcuno avrebbe solo osato avvicinarsi, ma si aprivano spiraglini. La vacanza fu un trionfo di pasta e trillini di voce, film e caminetti. Poi sono passati tanti anni, poi quegli amici di allora chissà dove sono andati, oggi ci sono persone che vedo qualche volta e sono loro ma non sono più loro, lo stesso varrà per tutte e due le parti. Uno si sposa, uno soffre, uno ripiega, uno è emigrato, uno ha cambiato mestiere, uno non era un amico, non c’erano ragazze a parte me. Ma nessuno più di loro ha assorbito le mie capacità di tour organizer: alla consolle le vacanze organizzate da me, le cene organizzate e cucinate da me, le scuffie capeggiate da me, le vacanze supportate se non qualche volta sponsorizzate da me, me, me e me. Ho imparato da poco il senso dell’amicizia come un contenitore dove tutti buttano e dove i meriti entrano poco. Le skills le chiamano. E infatti gli amici sono diventati amiche perlopiu’ e quella facce sono diventate il dagherrotipo di un tempo che fu, che non solo non tornerà ma che avrebbe potuto sostare solo in quel momento di assenza. Questa è la storia di tutti circa, se non fosse che certe volte non ci si arrende all’evidenza, e si sogna che un giorno ti facciano una sopresa e si presentino a bussare con un rametto di agrifoglio e ti dicano “oh piccina, buon natale. E come stai?”. Aspettative di allora che erano solo mie e che tornano nel Natale di quelli che addobbano l’albero come una meringa ghiozza (troppe palle, troppi colori, troppe lucine) e si arrovellano a cercare il regalo che farà breccia. Ancora. A breve ci rincontreremo tutti e il giorno dopo correrò agli album delle foto.

Forse l’anno prossimo imparo php.

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Juanita de Paola

Settembre

Ovvero dell’arte di fare provviste per l’Inverno prossimo venturo e fare durare l’abbronzatura almeno fino ad Ottobre. Trovare nuovi amici e nuove amiche da mescolare a quelli amati da sempre, smettere di fumare e continuare la ginnastica. Mangiare i tortelli in brodo appena possibile e fumare un sigaro al Vecchio Mulino in Grafagnana. Ospitare qualche amico dall’estero e mostrargli i propri cambiamenti, per essere così costretta a fare due o tre conti: ci sono stati? E se sì, in che misura? E in che direzione. Fare il corso di Karate. Fare corso di Guida Veloce e dare una lezione ai ragazzi. Fare anche un corso di cucina e smettere di farsi dare lezioni dai ragazzi.

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Juanita de Paola

Lunedì 1 Settembre 2003

Sono sicura che Kevin Mitnick ha preso la patente europea di computer e che anche lui adesso spadroneggia Power Point, Excel e Word. Ho ricontrollato ed è vero che Gabriella Carlucci dal 1996 è Responsabile del Dipartimento dei Beni Culturali e dello Spettacolo per la regione Lazio, e recentemente è riuscita a diventare Onorevole.

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Juanita de Paola

Agosto 2003

Ovvero il mese delle vacanze, che le senti anche se stai a casa, il mese in cui anguria fa rima con goduria e flirtare riesce facile davvero a chiunque. Questo è il mese della pelle che ha i brillantini di suo e in cui i vestiti sono necessari come le biciclette ai pesci. Agosto all’insegna di Attilio, Beat Bar a Marina di Massa. Attilio è un surfista che ha questo bagno, credo di aver capito che sia demanio pubblico, ma lui dà gli ombrelloni lo stesso. E cocktails interminabili sotto il sole, la sera dj sessions per tutti e quanti i miei gusti: dai Beach Boys fino a Missy. Una gioia incontenibile, c’è da stare attenti a non essere risucchiati da qualche buco nella sabbia e ritrovarsi nel 1978. Non tanto per trovarcisi, è che poi ti tocca tornare. Pittura, scrivi. Pensa che ora tutti si girano e si guardano. E nessuno, nemmeno io, prova a proporre un punto cui arrivare ma si disegnano pallini di un cammino da percorrere in compagnia. Una lingua comune per potere dire, un orecchio solo per potere intendere e volere. I vecchi raccontano statici, i giovani cambiano idea e tutto confluisce in un vaso capiente e scuro, tutti beviamo con i palmi delle mani. Una musica che accarezza l’animo e la pelle entra nel pane e si fa mangiare, cantiamo. E ognuno canta la stessa canzone, lenta che si può ballare. Tutti si può ballare e cantare senza paura. Un divano di mani incrociate ci regge e liscia la fronte, un cane parla e l’acqua scende calda. Si fa il gioco di sorridersi e ci si dimentica perchè siamo in questo convivio, si decide di non tor nare a casa dopo perchè tutto è diventato casa.

Fuga, fuga, fuga, fuga. Caldo da svenire, caldo che mi fa stare statica su una sedia come una pera con una freccia nel mezzo, una macchina senza ruote, ed è proprio così che mi sento. Motori surriscaldati e avaria dell’animo, mi ci vuole acqua, il sangue fa le bolle, la testa mi ballonzola come se avessi l’alzheimer. Stanotte ho risognato un sogno, quando stavo dentro un’astronave verde, in mezzo al verde, precipitata su qualche montagna e arrivata in campagna per caso cioè per me. Ora vado su in collina, prendo la prima navicella spaziale che mi capita a tiro e ci metto la sella , mi raffresco all’azymuth della galassia lattea e già che ci sono ne approfitto per crescere di due o tre centimetri in assenza di gravità.

Allora oggi guidavo, mettevo le cassettine quelle che non si sono ancora disciolte sul cruscotto dentro lo stereino della Penelope, che mi pare una vacca di centanni prima del macello poverina, provo a cantare e ne esce un rantolo schifoso. Una gramaglia di stenti. Penso che quando non facevo un cazzo dalla mattina alla sera e navigavo nei sensi di colpa come Ulisse incatenato davanti alle sirene io ero felice. Sì, io suonavo e cantavo con il mio gruppino, preparavo le serate, imparavo a mente tutte le canzoni – ma non è strepitosa “take a walk on the wild side” invece del fax.. – e mi esibivo. Ora rientro come un catafalco a casa, lenta, mi ammazzo di ginnastica, poi faccio il bagno, poi mi ungo dalla testa ai piedi, poi mi ritrovo con cento persone che come me non sanno cosa farsene di una serata libera quando sono troppo stanche per apprezzarne la libertà. Ma non ho nemmeno lo scampo dell’idea della vacanza che mi farò, perché ho vinto questo stramaledetto finanziamento europeo, capestro del cazzo, ma chi ci pensava di poter avere questo risultato. Vado a Vellano a pigliarmi due linee di fresco, a non sentire suoni e a non vedere luce, che nel buio si immagina meglio.

Manuale di sopravvivenza per chi non va in vacanza [1] procacciarsi solo la cocaina buona se no in ufficio si diventa matti [2] non sputare dentro la botola dell’acqua per i clienti dentro l’ufficio, non è detto che solo perchè loro vanno in vacanza siano cattivi [3] non indossare magliette smanicate se non si ha dietro un pacco di salviette chilly (a meno che non si abbia l’attività vicino ad una pescheria) [4] liberarsi degli indugi e mangiare il cocomero seduti dentro il cocomero [5] comprare un arbre magique alle cozze e stare in macchina coi finestrini aperti come su una terrazza a capri [6] evitare le cene con chi resta, sono tutti depressi [7] evitare le cene con chi va, sono tutti reboanti [8] evitare le cene [9] sì all’aperitivo a firenze ma solo se a base di capriolo e tordi ripieni di palombo [10] cantare a squarciagola la canzone di Bruno Martino* dovunque ci si trovi appena si sente l’aria di chihuaua (chiuaua? chihuahua? ciuaua? ciwawa?) [11] attivare l’opzione omnitel “you and your mother” [12] sì alla moto d’acqua sulla spiaggia con gli alettoni di metallo [13] sì al referendum sull’eutanasia di Ferragosto [14] sì al silenziatore [15] sì alle cavigliere di cane [16] sushi di sudore e finocchietto selvatico a manetta [17] smettere di piangere per la fine della love story di Debora Caprioglio con Giuppy [18] applicazioni di ortica sugli occhi che stendono le rughe [19] applicazioni di foglie di mentuccia e aringhe che stendono i clienti [20] Tora Bora a Ottobre ha un paesaggio lunare e dei prezzi che ci ripagheranno della fatica estiva [21] addestrare uno sciame d’api assassine [22] andare in un circolo arci e urlare “berlusconi vi ama” [23] andare al fuan friday night fever party nudi con una kefia come un pareo estivo [24] andare in culo

Mare [2] “La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole e reca in mano un mazzolin di rose e di viole, onde , si come suole, a ornar ella si appresta, diman al dì di festa, le puppe e il culo” parafrasava mille anni fa Simone. In ufficio la gente entra e sbava “aveee..eeeteee… ‘ngoraaa … vaccanza… pacchettoegitto… sciarmelsceicche… treeuroo..una birraa..urgh..doh” e dagli la borsina premio per chi prenota prima del 37 Agosto, col loghino, trasparenze, vual alisese e sciffon. L’aria confezionata permette al fumo delle (mie) sigarette di avvolgersi torno torno alla stampante e inviare fax. Si gira in ufficio a piedi ignudi, si beve estathe e ingaggiano gare di rutti con il vivavoce chiamando le linee interne mentre i clienti, quei poveri cani che sono ancora in città, sfogliano compìti i cataloghi, con la bocca così, come un bocciolo di rosa. ” Avete mica un traghetto per l’Elba il 15 di Agosto?”. “No”. Dalla mia postazione non-turistica odo augelli far festa e sotto il maestrale urla e boccheggia il male, mentre inserisco i dati e strutturo il database ricordo con affetto quando al mare ero la più grassa di tutte ma senza seno, un mirabile incrocio genetico: padre altoatesino di gamba corta e mamma ligure dal fisico strepitoso che alla nascita ha messo la spunta sulla conservazione del suo patrimonio genetico a suo uso e consumo solamente. I bei tempi andati. Il trisnonno Pasquale ha invece contribuito tricologicamente, ricordo bene cacciatori inseguirmi in spiaggia e urlare contro il mio dorso di cinghiale, ricordo la pista di pelo gattino che partiva dalla barbetta giovanile unita ai primi turbamenti, chi guardare? le ragazze o i ragazzi? Il risultato era lo stesso. Ricordo il mio primo bikini e qualcuno che mi chiedeva se gli prestavo la maschera di carnevale da Sumo e dove avevo trovato quello zaino di pelle così cool che portavo alla rovescia, mamma provvide a comprarmi un costumino intero a righe orizzontali di topolino. Correva l’anno del topo walkie e i bambini urlavano “avvistata Trudy!” e io ridevo felice sotto i baffi abbronzati, mi piaceva il mare, era la mia dimensione: i flirt, le prime cotte, panne si intende, le abboffate prima delle abboffate, il maldipancia al bagno del mare senza le ciabattine di gomma, il torneo di Beach Volley tirando in dentro la pancia e il ricorso massivo al no-gas Giuliani. Ricordo l’Optimist del mio corso di vela e l’eritema, rammento anche il salvagente arancione che si appoggiava al primo anello di ciambelle stomacali e mi occludeva le vie repiratorie e nascondeva il collo. “toc toc” “chi è” ” il tuo collo, dove sono?”. E le indianate sulla spiaggia, quando anche io finivo per pomiciare e poi riportavo il mio partner a casa in collo perchè quello era il patto. Più due gelati e un pacchetto di sigarette. Lo sciacquio delle onde, il ribordio dei pattini, il tintinnio delle stie, la cors a delle vele sottovento, il giramento, ora come allora, dei miei coglioni.

I miei primi turbamenti marini e la consapevolezza che c’era un odore che era proibito e tanto bello li ho provati verso i quindici anni. Ero la seconda scelta per ovvi motivi di un ragazzino moro, con gli occhi neri nerissimi e magrissimo. Il ragazzino aveva già intuito che non gli avrei fatto fare niente di divertente mentre la Laura, la sua prima scelta, la sua come quella di tutto il gruppo del mare, sapeva come fare i versi ai gatti. Ma dietro le scale dell’orefice mi ricordo questo bacio e poi un altro e poi un altro, con un misto di senso di sporco, di attraente, irresistibile ma anche repellente. Non so se a quella età si analizzino gli accadimenti a fondo, ma ricordo di non avere dormito quella notte. Avrò fatto bene? Avrò fatto male? Ora penseranno che sono una puttana? Il giorno dopo rieravamo lì, alla scala dietro l’orefice. Stavolta una mano correva dal ginocchio in su e io scapppo a gambe levate. Un bacio è una cosa, penso, ma la mano sulla coscia è una cosa da grandi. Eppure quell’odore me lo ricordo ancora, sta nel cassetto “cose belle”. Forse l’unica concessione che mi sono fatta fino a tarda età, l’unico cedimento della diga, il superamento del senso di sporco che per ragioni ancora non chiare avevo altissimo, insuperabile. Qualcuno non riesce a essere giovane mai.

Apache – MySql – Php: qui inizia la mia tragedia personale, l’ennesima. L’diozia mi possiede come un sacerdote con lo ius primae noctis, mi violenta e fa nascere il frutto stupido del mio stupido grembo. Mi infilo in un forum di escperts con un nick che mi si addica, idiota, e cerco aiuto, chiedo quale c onnessione ci sia tra i tre applicativi (?), da quale devo cominciare, perchè sul desktop ho un .exe mentre io ho un macintosh e sul mio librino c’è scritto Windows e Mac. Ho perso il sit? Ho perso la direzione? Ho perso Dio? Ho preso il cd rom di Carlotta e ivi ho cercato i file per l’installazione?

Non demordo. Risposta dal forum, offensiva, mi sono infilata fra i veri ecspert, tutti usano Linux ovvero la lingua del pinguino. Mi sposto su linux e poi su unix perchè i nomi si assomigliano, scopro l’esistenza sul mio g4 con mac osx di un terminale che parla conchiglie unix quindi corro in salotto e ne prendo una, ci soffio dentro e guardo se il mio computer è pronto per farmi scrivere in php. Niente. Il terminale risponde con “comando inesistente” ad ogni mio tentativo di counicarci, allora ci scrivo vaffanculo e almeno l’ho offeso. Sei appena bellina e stupida Juanita, sparati.

Somerset – UK – 9 Agosto 2002.

Questo giorno ero con Carey, boss, amico, padrone di casa a Londra, nella sua campagna a mangiare fragole senza sapore e girare per i campi di una parte dell’Inghilterra che nemmeno sospettavo che esistesse. A passeggiare per un camminamento per cavalli, a ragionare dei massimi sistemi e a guardare la mia faccia nello specchietto della macchina, gonfia di alcol e con gli occhi infossati nelle guance. La vita può essere meravigliosa. La sera ho affogato i sensi di colpa in due buoni whiskey, seguiti a circa un litro di vino, pantaloni taglia 46 e maglie attillate per punirmi. In macchina Turin Breaks e Zero Seven, nello stomaco una distilleria, nel cuore un surgelatore.

Il REGIME DELLA GARANZIA ::.. non è raro di questi giorni incontrare persone che non hanno vissuto, che hanno scelto il regime della garanzia. Gente che non si sporca le mani, gente che ha comunque qualcuno sempre su cui contare, una seggiolaccia di legno vecchio su cui dondolarsi. In genere vogliono aprire un bar in Messico, non calcolando che se qui le zanzare sono tigre là vincono tutti i camel trophy, che united colours of benetton è una pubblicità straordinaria ma se non riesci a sopportare la vicina di casa che usa le pattine come uno snowboard difficilmente digerirai l’odore di una pelle diversa dalla tua e la soja dovunque. Peresempio.

E’ la scelta che frega, l’idea di perdere una via appena ne hai scelta un’altra, la frustrazione di guardarsi continuamente indietro e vedere se si è fatto bene. Se no si ricambia, se no si fa un saltino al bivio un’altra volta e si guarda un pò come butta. Ma a tavola viene tutto fuori. Mentre parli e ascolti parlare chi più ha vissuto più racconta e più ascolta. Tempi di facili soluzioni, di mezze scelte, mezzi uomini e mezze donne

..:: Confidiamo in Mr Potato ::..

Mr Potato mi è apparso la prima volta a Londra, io l’ho creato ma lui era già presente, io l’ho inventato per difendermi dalle brutture e proteggermi dalle sbronze (vedi 12 Agosto). Ci vorrebe ora il signor Patata per spazzare via questi urli che ormai chiunque abiti in un condominio conosce a memoria, le urla quotidiane di qualche famiglia in qualche casa, covi di dolore, fucine di improvvisazioni morali, luoghi dove spesso si sosta solo fino a che non ci si sente espiati. Non tutte, non tutte. Ma queste prepotenze rivangano sem i antichi, mi urlano nello stomaco e mi fanno una rabbia incontenibile. Quindi violenza perpetra violenza, noia genera violenza. Bisognerebbe credere in qualche cosa per non impedire agli altri di crederci, invidiarne la gioia, funestarne la tranquillità. Ma la gioia non è cosa da poco, è “roba grossa” come dice gente nuova.

..:: BRUTTO, IL BRUTTO::..

Gente di chiesa che adori il divino quando non chiudi la bocca e ingrugnisci la faccia, gente che credi in una sostanza stupefacente superiore in grado di redimere ogni assenza di responsabilità morale, gente che ora Katà, ora Olòs, mai insieme, guarda il brutto e sentiti bene. Guarda la definizione del bene, la tua, e guarda quello che fuggi o ti sfugge, meglio. Chi non conosce cattiveria e dolore non parli di bontà o di gioia. Chi giudica sarà giudicato, diceva qualcuno, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Poi l’ultima, enorme, ama gli altri come te stesso. E’ qui mio Caro Supremo che sbagliavi. Dovevi prima insegnarli a questi kamikaze ad amarsi un pochino, a perdonarsi, perchè loro ci trattano come loro stessi. Di merda. Torna giù e spiegagli, spiegaci un po’ va.

Gocce di gutron su di meee, un gatto mi guarda e mi sputa in visooooooooo he! Gocce su di me! But there’s onee thing I knowwwwww…Agosto all’insegna della bassa pressione, svenimenti, cadute alla Eleonora Duse e gocciole per rialzare qualcosa. Il giornale il Tirreno ha trovato finalmente la sua via e coi morti di caldo anche un tema per lo strillo del giornale. Io ce lo vedo il giornalista “rossano sono schioppati altri du’vecchi dar cardo! e fanno 120 solo in provincia, e vaiiii” e via giù di titoloni. E la gente, noi, si legge per vedere a chi è toccata. Gira la ruota, gi-ra-laaaa. La mia nonnina è in montagna a frescheggiare dal suo figliolo e io e la mammina siamo giù a valle che si muore. In ufficio invece c’è l’aria confezionata che mi punta diritta sul collo, quindi mi gira il capo appena esco e riborda colle gocciole di gutron. Sennò casco.

Ma il fatto saliente è che per la prima volta in vita mia non sono con il resto dell’umanità in ferie, non sono al mare, sono qui a iperprodurre per me, per l’agenzia, per le cooperative, guardandomi ghiotta gli aerei e le formule fly & drive per ottobre, ieri ho trovato un link sulle vacanze nel deserto. Ma non so guidare le moto, conditio sine qua non. E allora giù con Ansedonia, una villa da 14 persone con piscina di 18 metri a ottobre costa come un monolocale all’Elba di questi giorni. Il mondo è matto, lo dicevo io. Visitato il sito dei webby awards ( in google cercare “best sites awards” e scansar, rimango impressionata dalla bravura di qualche disegnatore, gli olandesi regnano. Gli italiani mettono donnine in doccia anche nel sito della nasa. Bah.

Perchè stasera noi partiamo alla ventura, direzione Francia, macchina Ka della Lisa, 60.00€ a chiorba: italiani medi unitevi e festeggiate il ferragosto perdiana, entrate di prepotenza nelle statistiche dei telegiornali il 16 agosto (duemilionidimilioniditalianinfilaperferragosto) e tornate sfatti il lunedì seguente. L’emozione, che emozione, due giorni senza albergo, compagnetti di classe, gente che fra di noi ci si chiama ancora ragazzi e si veleggia per i trenta, quelli che i genitori ci chiamano ancora i bimbi, quelli che non si sposano mai e nemmeno vanno a convivere salvo tornare indietro alla velocità della luce, chi ti fa più di mamma ti inganna. E noi si parte, è facile che si arrivi appena a genova e poi ci si fermi a dormire in una pensionaccia, si arrivi appena in francia per comprare cartoline da esibire, o che si rimanga in una casa nascosti fino a lunedì simulando il viaggetto. Ma se si va, chissà se va se va se va se va. Mi dicono che esiste una catena francese, chiamata Ibis, ostellacci da 16 euro a notte, un prezzo più che dignitoso per uno zerbino e un piattone con cui dividere la notte e le tenerezze. E se no abbiamo la macchina. E se no si chiameranno i babbi e ci si farà venire a prendere.Oppure non si tornerà mai più. Ecco, questo è uno di quei giorni che si potrebbe decidere di non tornare mai più.Oppure di smettere di fumare, oppure di comprare venti cd per il viaggio, oppure di andare a vivere tutti insieme nella Comune Limaju, “sì, io faccio i pomodori, te pulisci e lui beve”, quelle stronzate immani che la vita te la fanno felice, illuminata, quelle decisioni estemporaneee che ci lasciano ancora uno scampolo di umanità, vermi galattici che non siamo altro, vergogna di ogni dio che ci abbia incoronato razza eletta, precisini ah precisini siamo.La macchinetta del caffè dell’uffficio balla la samba e chiede una partner di danza, mi vado a ingozzare, -8 ore alla partenza.

Scrivo una data e faccio finta di niente. 15 agosto 2003, non posso fare a meno di sottrarci 2 gennaio 1975. In realtà è un pò di tempo che dico a tutti che ho trentanni, perchè i venti non sono più nella mia percezione da almeno un lustro, o forse non ci sono mai stati. E forse la vita premia quelli che arrivano in ritardo, quelli che al momento giusto non stavano facendo le “cose opportune”, e gli rende un pò di gioia che era in banca. Ai tempi della discoteca ero in piscina con i miei genitori, quando c’era la discoteca mi sentivo così fuordacqua che salvo due o tre domeniche pomeriggio andavo in campagna magari, o a vedere un filmino in casa. beninteso che schiantavo d’invidia per chi si sentiva a suo agio negli ambienti appropriati. Io sostavo alle tavole dei grandi ammorbandoli con iee uloeposmpeubbpunto diveene che dovrebbe esse gcaecugat vei va, v al pl.Isaoè mtoieneilaie’avaquo dllgvtù chsoe. Chiaro ?

Agenzia di Viaggi “ Il Supremo”

“Cosa hai fatto della tua vita figliola?”
“Ho lavorato, ho fatto dei figli, li ho cresciuti e ho tenuto casa in ordine.”
“No, intendevo, cosa hai fatto della tua vita? “
“ So l’inglese, anche “
“… “
“ Ho amato un uomo disperatamente, mi ha fatto tanto soffrire”
“ Che hai fatto con la tua vita? “
“ Cioè“
“ A casa “.

“Cosa hai fatto della tua vita figliolo?”
“ Un cazzo “
“ Villaggio Valtour, trattamento B&B “

“E te figliolo?”
“ ho vissuto due vite per non saperne vivere una sola “
“Ostello in camerata“

“ E te figolola?”
“ Ho lasciato quello che è venuto qui prima”
“ Bretagna, pensione completa e massaggio ai piedi; e poi che hai fatto? “
“ Un po’ questo un po’ quello, so fare i crostoni di pomodori e dei gran pompini “
“ Hai in omaggio una bicicletta con cambio Shimano e la borsina dell’agenzia.”

In Costa Azzurra mi viene da chiedermi come mai la Liguria a parte Portofino non abbia saputo diventare una costa altrettanto vitale, vipposa. Perchè io ci soffro quando gli italiani non vincono, io sono un’italiana affezionatissima, come quando vivevo in Inghilterra e vedevo una gazzetta dello sport mi cantavo tutto l’inno di Mameli e no non sono fascista, che tra l’altro non c’entra un cazzo, ma tanto per mettere le manine avanti. E insomma, l’Italia ha un passo in più, non c’è verso. Gli italiani hanno la pessima abitudine di criticare gli italiani, ma credo di avere scoperto il perchè dopo varie peregrinazioni. Te la immagini una donna di una bellezza e di un’intelligenza uniche al tavolo con una bruttaccia poco simpatica e nemmeno tanto intelligente, te la immagini questultima che dice “tu sei bella ma hai i riccioli fuori posto”, te la immagini quell’altra, che può fare? Dire, ” e tu sei un cesso” ? No, non si può. Allora abbiamo maturato questo sottomettersi per non irritare, perchè è così palese che non c’è confronto da metterci in imbarazzo. Ma da noi la baguette la trovi, il gulash lo trovi, l’ordine, il disordine, la storia, Rimini, le balere e il Savoy, la trattoria ma anche la novelle cuisine. Oh vai all’estero e chiedi pane e mortadella. La donna bella si aggiusta il ricciolo e ringrazia dell’appunto. E poi è ancora più bella.

divide et impera

C’erano una volta due bambine, una chiara l’altra mora, una ricciola e l’altra liscia, una ordinata e l’altra disordinata. Così le aveva create il Grande Angelo per supportarsi nella diversità e sopperire una alle mancanze dell’altra, diverse per non invidiarsi, complementari per amarsi. Ad una dettero il nome che vuole dire che ‘Dio ha avuto misericordia’, la sua origine è ebraica e la sua natura fu fin dall’inizio fatta di pulsioni, di slanci, di mutamenti improvvisi, di contraddizioni. L’altra invece fu insignita del nome di “protettrice degli uo mini”, perchè con la sua forza avrebbe condotto dolcemente le vite di chi le stava intorno.

E le bambine una un pò più grande e una un pò più piccina, ma già più alta, si davano la manina mentre si studiavano con sospetto: così diverse, così la stessa cosa.

Un brutto dì qualcosa successe ed era scritto che sarebbe successo come ogni cosa. Le bambine si lasciarono la mano e le diversità divennero un monticello sempre più grande che cresceva in sofferenza di giorno in giorno, e ancora erano lì a chiedersi cosa era successo. Ogni tanto gli occhi anche quando erano diventate vecchie perlavano per loro ma la bocca non seguiva, la mente neppure, solo il cuore doleva e tanto, perchè si sentiva che mancava qualcosa di importante. E impera et divide, separare è comandare, come amare è controllare, rinchiudere qualcuno in un vestito è perlomeno sapere se fuori è estate o inverno. Ma quanta paura, che razza di errore.

Verrà il giorno in cui ci dovrà essere più ordine nel disordine, più disordine nell’ordine, e si mancheranno allora e magari riprenderanno la manina rugosa e leveranno i vestiti che la vita aveva fatto loro indossare, e lasceranno che a parlare siano solo gli occhi. Visto che la bocca non ci riesce tanto bene. A me, che le ho viste piccine, ve lo posso assicurare che non si lasceranno mai di vista, perchè camminano su due strade parallele con tanti alberi nel mezzo, che ogni tanto lasciano un buco da cui si vedono. E allora si rigirano dall’altra parte, stizzite. Fino al giorno che una dal buchino non apparirà più.

Che follia la vita, più della morte che rende nutrimento alla terra, che ti mette un cappotto che nemmeno te ne accorgi, ti adorna di gioielli che non volevi e ti leva quel che ti fai levare, ma non c’è mica nessun intento, nessuna direzione. Le cose accadono, le persone che ami ogni tanto spariscono per lasciare un letto vuoto, magari per altre persone ancora. E tu rimani con degli odori nel naso, delle immagini nel petto e tutto il resto nello stomaco. E la follia, il dono degli dei, certe volte ti porta via. Ma io so che quel che si odia negli altri è ciò di se stessi che ci fa paura, che non ci si ammette, e che l’amore qualche volta stupisce perchè devia, all’improvviso, nella direzione giusta. E la follia va via, torna la vita come doveva essere, e non ci si ricorda nemmeno di essere stati matti.

Mi sono dimenticata un s igaro toscano ammezzato nella borsa nuova, ora sa di savana, il libro è marrone e se l’arrotolo ho buone possibilità di fumare. La macchina fotografica… ora ha i pallini marroni nella lente accidenti a me. Sono all’ospedale di Pisa, ma questo non limita minimamente il tanfo di sigaro che emano, anzi ci sono appassionati che mi stanno accendendo le ciocche di capelli e leccando le dita per arrotolarle. Devo avere un bollino marrone sulla schiena. Devono visitare il ripieno della ricciolona, siamo in ginecologia, o ostetricia o insomma quella roba. A parte dei mostri che sfilano come carri allegorici, sì, ma del cottolengo, al carnevale di rio e future mamme spalmate come ranocchi sui letti del reparto non c’è niente di triste qui. Io ho il terrore degli ospedali perchè ho la sensazione che quando c’entrerò sarà per sempre, quindi mi aspetto di vederci roba orribile: gente che spira tra le braccia della madre, bambini stragiati, suicidi di massa dalla finestra.

Una donna sbuffa a ritmo perpetuo e regolare. Le dottoresse mi sa che hanno tutte un pò di ipertiroidismo oppure c’è una boccetta di popper aperta di là nella stanzina dei medici. Seguo la voce di una donnina, medico archivista (?) e arrivo dentro l’archivio. Vedo le cartelle, vanto un 11/10 (e un diploma di scuola vela, cat. Optimist), quindi posso leggere i titoli da qui, un pò lontanino. Lo faccio e incappo in una serie di volumi intitolati

ABORTO 1998 I-G

ABORTO 1998 V-G

ABORTO 1998 IVG

ABORTO 1998 H-F

ABORTO 1998 …

ABORTO 1999 …

ABORTO 2000…

Mi si congela un attimo il sangue: c’erano almeno seimila mai nati, tutta Norimberga perdiana, un’amichevole Dakau – Tora Bora.Arriva il mostro di Firenze, mi prende per mano e urla “sono un dilettante”, mi fuma un piede e spariamo all’orizzonte. Che muore sul colpo.

ore 3:56 :: un uccellino bussa alla mia finestra e mi sussurra *che minghia ci fai angòra in piedi?*

NON CI SONO MOTIVI PER ESSERE PARTICOLARMENTE FELICE OGGI. MA LO SONO.

Anzi a dire la verità è bene che non pensi a tutto il lavoro che ho e a quanto me ne serve ancora per rimettermi in piedi dalla crisi dell’anno scorso. Ma questo non è proprio il punto. Una volta che le regole diventanosemplicemente regole e non un ostacolo alla propria umanità, gli amici solo persone con cui condividere momenti felici e dolorosi, finchè la macchina non casca a terra, quando alla fine di una giornata di lavoro si trova la forza per disegnare due cazzate e scriverne quattro, contenta perchè magari qualcuno le legge esei a due passi dal venerdì e dal sabato al mare, ESISTE UN SOLO MOTIVO PER ESSERE TRISTE?

è risorto balsane e ci sono le foto di New York in crisi elettrica/ bianche è quasi finito il diario da settembre diventa più snello le foto della costazzurra sono probabilmente le migliori che abbia fatto in vita mia

vado a scrivere su carta, a domani

Lisa non si può arrivare al venerdì sera alle 19.00 e decidere di andare all’Elba da qualcuno che ci ospiti, perchè ta nto non ci ospita nessuno. O si trova una pensioncina a 7 euro a notte o ci tocca dormire in macchina, e dopo una giornata di mare con tutto il sale addosso e i puzzi del sudore non si può dormire nella Ka. Stasera si sta a Pistoia, si va a giro e io mi addormento al tavolino, ho la letargite.

epilogo arriva al tavolino dell’Irish Pub un bambino Filippo di circa trentanni, gonfio come un papero bagnato e mi fa ” oh vuoi sentire l’odore di questo coso”? – un pupazzino dentro una scatolina tipo portachiavi. Apro e mi arriva un tanfo da vomito, sembra vomito rancido, una cosa insostenibile. “Filippo ora ti tiro una gomitata nei denti”. Non capisce questo Filippo che mi ha fatto venire il vomito, quell’aggeggio puzza come un qualcosa di terribile, un odore che ti aspetti di sentire prima di morire, dentro un pozzo in cui sei caduto e stai per andare in decomposizione tu stesso, un odore di morte mai sentito primo. Ci deve essere dentro una fialetta puzzosa, non lo so, mai sentito niente del genere prima. ” Filippo mi hai incattivito, ora ti gonfio di botte”. Vado dentro al bagno a lavarmi la mano e insaponarmi col cosino del sapone liquido, la puzza non va via. E’ ora di addormentarsi al tavolino e fare finta di niente. Non gonfio Filippo di botte solo perchè ne prenderei, ma se fossi una campionessa di karatè lo farei fuori seduta stante. Coglione.

Ho fame, una fame da bambina di otto anni, una fame che mi tormenta da quando ho sei anni, una fame vorace. E mi tocca non mangiare, mi tocca stare a dieta, mi tocca ordinare le insalate e la carne, a me che mangerei i tortelli ripieni di tortello anche a ferragosto, con un buon rosso che ti fa imperlare i baffi di sudore a nche se non ce li hai, con un dolce di quelli pesanti, con tanto pane e intingoli. Sogno come i musulmani di andare in un paradiso di latte e miele, ostriche e linguine all’astice e panna, no forse questo nel testo non c’è. E leveri anche tutte quelle belle ragazze disponibili che ho già , io, dovuto tollerare in questa vita. E’ colpa delle belle ragazze se a me mi tocca la dieta, è tutta colpa di Claudia Schiffer quando avevo quindici anni e c’era l’esplosione di Versace, delle super top model, questi giunchi di mille metri e sei chili, ma con seni agravitici e tondi e enormi. E io, poverina, al mare con la maglietta. Io con le gambine della 44 dei pantaloni, sì, ma con l’orlo, il giro vita faceva da maligno padrone. E i miei capelli. Tutti crespi. E la pancia, troppo tonda. E la dieta, allora, corse, digiuni eucaristici, una ginnastica forsennata. Che paio di coglioni, voglio andare a Haiti e fare la danza del superventre e pure della ventresca, stare pingue e avere ghirlande di fiori da offrire ai turisti.

A’palazzo. L’allegra combriccola si decide per una cena tutti assieme. Volevo andare al vecchio mulino a castelnuovo garfagnana. Qualche diserzione per la distanza e qualche adesione lastminute. Siamo nove. Guido la carovana e sbaglio strada come sempre, e il vecchio mulino non accetta prenotazioni dopo le sette e mezzo (perchè?). Viriamo per questo posto, letto da qualche parte, sentito da qualche altra, sbaglio strada, arriviamo alla fine. Alle dieci. “Chi non fa non falla” prova a consolarmi Lisa, ma l’effetto è quello di quando provi a spiegare ad uno su una sedia a rotelle che è uguale a te coi pattini.

Quanto bella è una bella ragazza in mezzo a donne, che come leonesse non sanno se sbranarla o difenderla, in genere il risultato è promiscuo ma godibile per i commensali attenti. C’è anche un leoncino. Ovvio che i cuccioli si gettino all’incirca uno verso l’altra, per consolatio animi credo, ma i vecchi stanno troppo a sentire e non se ne fa di niente. Che giochi meravigliosi, vorrei averne fatto parte a suo tempo, ma credo di essere stata troppo impegnata a fare le imitazioni di fantozzi o ad animare il mio personale villaggio valtour. O a contare le calorie. Assaggio l’unicum la prima volta e la seconda, questo retrogusto di erbette è buonissimo in bocca ma lo stomaco oggi rimanda bruciori da aprile inoltrato, ho invocato il dio maalox per ore fino a che non sono svenuta di sonno. Stanotte ho risognato il sogno delle case e dei vicoli dove arriva qualcuno che mi scappa, che lo vedo che era lì e che lo conoscevo ma mi scappa di sottomano e rimango con un pò di tristezza. Stamattina Pistoia era bellissima e l’aria è indubbiamente cambiata, più bellina, più freschina, limpiduccia.

A’palazzo si dic eva. Un borgo andato a male e ripescato per ritradurlo in un ristorante con vista e che vista. Tutta pietra, tutto legno, tutto medioevo che sbuca da ogni dove, un menù buono. Ho rivisto cifre umane dopo tanto tempo: 2.00 euro per un contorno, eccheccazzo, sono verdure lesse o al più fritte, non ostriche. Locazione. Ristorante A’ Palazzo Via San Giusto di Brancoli San Giusto di Brancoli Lucca Tel. 0583/965341. Spesa cena pantagruelica 16,20 €. (e fanno 30.000 Lire, che ai miei tempi erano una cena di tutto rispetto)

Antipasti
Antipasto misto con farro e lardo
Primi
Zuppa frantoiana con olio delle colline lucchesi e erbette di monte
Tortelli nostrali al ragù
Secondi
Coniglio nostrale arrosto con patate
Rovelline rifatte
Dessert
Buccellato con fragole
Castagnaccio e ricotta
Il tutto sarà accompagnato con vini delle Colline Lucchesi.
La pasta è fatta in casa.

Pensieri

L’altro giorno ero in piscina e pensavo che sarebbe stato carino avere una piscina dentro le orecchie per poterci ospitare i propri amici in santa pace, offrendogli tutti i comforts e la protezione necessaria per farli sentire come papi. E anche utilizzare gli occhi, da dentro si intende, come vetrate sull’esterno.

Ieri sera pensavo che bisognerebbe fare un test attitudinale a chi va a cena fuori.

Chiuso per vita, volevo scrivere ieri, ma il computer non l’avevo dietro. A dire la verità persino la macchina fotografica mi dava afa.

C’è anche il mio silenzio, quello che condivido con i miei intimi alla stessa velocità, con pari intensità. Sei stato entrante a sedertici, ma ti si perdona tutto da queste parti, questioni di pariglia. Sicut sicut. La fede non è necessariamente tema tuo, le risposte non sono necessariamente le tue, le tue giuste. E soprattutto io e Eva stavamo dormendo accanto. Vaffa pà, tvb

Che fai rispondi? Juany

COMPLEANNO FEDERICA aka GWEGA ::::.. 15 anni :-) (aka sorellina, alias quindicesimo anniversario di gioia, nonchè ricorrenza amata e festeggianda)

Che la vita ti sia serena piccina di troppi centimetri e che la tua bellezza non sia un ostacolo all’ascolto della bambina cicciuta dentro di te. In questo giorno chiamo la strega bacheca e faccio fare un incantesimo per cui chi cercherà di darti gioie facili si tingerà di verde e tu lo riconoscerai. E questo è il mio regalo. Impara a fare di necessità virtù e a fare della virtù un buon non profit della tua esistenza, ricorda che babbo e mamma sono incrollabili come i piedi di un tavolino di legno e tutti gli altri sono come un centrino sopra, carino. Tu sei il cesto di frutta invece, frutta fresca gwega, e rossa e profumata. Ricorda che c’è chi rimane una bella pesca anche quando è passata la stagione, e che un bell’animo sta in un bel corpo, e che un bel corpo sta in bikini senza i rinforzi. Ricorda di non indossare il push up perchè quando lo levi le tette cascano giù. Segnati da qualche parte di non trascurare le amiche, quelle femmine, quando ti fid anzi perchè quando ti lasci saranno loro a capire perchè vuoi ascoltare le canzoni tristi invece che uscire a fare il guinness di birra nello stomaco. Ricordati che un bacio è un tesoro, ma anche tu. Cerca di guardare a quelli più grandi e imparare il meno possibile, sono in genere invidiosi della tua giovinezza e scontenti della loro vecchiezza, se così non fosse lascerebbero governare a te e ai tuoi amici l’Aprilia per esempio, e i villaggi valtour avrebbero gli adult sitter con supplemento genitori in bungalow nell’isola vicina. Scherzo. Vai piano con il motorino e se ci porti qualcuno fai caso che non abbia in mano un coltello a serramanico. Ricorda che mi puoi chiedere e dire ogni cosa anche se mentre parli hai l’impressione che stia per svenire, per via della schiuma che mi esce dal naso: è proprio così, ma col bene che ti voglio ti seguirei anche nelle favelas. Ma tu non lo sai cosa sono, ignorantaccia che non sei altro. Leggine uno di quei minchia di libri che ti ho regalato, che parli come uno zulù. Quando saremo vecchie e io avrò un girello per muovermi in casa causa obesità tu mostrami il tuo amore comprandomi dei campanellini sonori da attaccare alla ciambella, mi daranno gioia e tu potrai sentirmi girare nel garage di casa tua con la certezza che non sono ancora scivolata in un tombino. Voglimi bene come io adoro te, ma sarà un’impresa dura. Tu sei la luce dei miei occhi. Buon compleanno Fede.

firulì firulà

Stasera sul Golgota tira un’aria da fine del mondo, perlomeno la mia. In quanto figlio del supremo non capisco perchè debba stare qui inchiodata. Alla destra la croce delle compagnie in cui sono fuori luogo, assolutamente pallosa quando non intransigente e taciturna. Alla mia sinistra appena prima del ladrone scorgo puntellone di ferro conficcato nel palmo, rappresentante l’amore e affini. Ai piedi, sprecati nel non portare un sandalo di Casadei ad un party in Costa Azzurra, chiodo multiplo con pensieri di rivoluzioni sopite e affari di stato – non il mio – che mi aleggiano sulla testa come mosche sulla cacca. E’ bello avere un occhio sensibile sulle cose, dà quella depressione tanto chic e in voga e quel livore che ti farebbe urlare ” ooooooooooh! sono quiiiiiiiiiiiiii! aiutoooooooo!”. Invece poi siamo grandi, sì sì siamo grandi, ci si aspetta certe cose persino da sè stessi, atteggiamenti che volano sulla materia, media ponderata degli sbalzi di umore. Insomma bisogna comportarsi a modino. L’antica rabbia ha rifatto capolino vestita da Barbablù, ma forse va bene così, il libro ha ripreso a ritmo vorticoso, la carta mi tiene al riparo e mi gratifica, è come fare l’amore con qualcuno che sa esattamente quello che voglio ed è pure generoso.

Stasera mi dedicherò alle cose del mio Signore, ai miei librini, alle mie scartoffie, stasera aspetto il dolore su una poltrona, gli ho preparato un drink, e una copertina da ginocchio, e una pipa. Non ci si fa mancare niente noi altri. Ora a spaccarmi di ginnastica, ma più che altro a sudare, ah bene.

tango messere

Salve signore, se non sono troppo ardita vorrei ballare un tango con lei. Lo so che ho perso l’agilità ma sono stata una ballerina di quelle che sanno bene come muoversi anche impercettibilmente. Se solo non ne avessi avuto paura. Ora, muoviamoci verso il centro della pista, ti dò del tu, dobbiamo ballare a contatto, il lei non ha senso. Attacca. Uno, due, tr e, gira la testa di scatto, vorrei avere gli occhi chiusi per non vedere chi c’è dintorno, e magari imbarazzarmi. Ti ho mai detto che adoro come balli? Forse no, ma se non sei uno stupido l’avrai visto dai miei occhi e da quanto non ti ho rivolto la parola in mezzo agli altri. E com’è che abbiamo smesso di ballare tanto tempo fa? Non ricordo bene ma cominciano ad essere un visibilio le cose che capitano senza che ci sia una ragione, bene è non chiedersi troppi perchè. Tac, gira la testa. Accostami la guancia. Sono sola, sì. Tu? Anzi no, non me lo dire, o perlomeno non prima del panino alla baracchina, quando il sonno sarà un ottimo palliativo a qualunque cosa, anche ad un lutto figurato. Sono un pò emozionata, sto sbagliando i passi in modo grossolano, mi perdonerai spero, tanto fra un’ora chiude la balera. La dance hall. Ce la sto mettendo tutta, ma sono irrimediabilmente in ritardo. Vorrei silenzio, ballare con le cuffiette, io e te con le cuffiette, con le cassette perchè i cd saltano. Ma allora si perderebbe l’orchestrina midi, gli attacchi sbagliati, i fade out da impallidire dalla vergogna. Fra mezzora mi ritrasformo in una zucca e tu in un topo, Cenerentola si fotta, tanto a lei va sempre tutto bene, è bella e bionda, e sa sempre cosa dire per essere appropriata. Io no. Io devo fare le sopracciglia ogni due giorni se no sembro Manolito di Mafalda. Io devo patire per arrivare, comunque, dopo. Questo è il tango dei ritardatari, il ballo dei naive, non quelli di scritto ma quelli di fatto. Il ballo di chi si arrende all’evidenza della propria inferiorità e magari ci fa una risata, ma da sè. Chi è che riderebbe dei tuoi fallimenti, poi.. Nessuno è così buono. Tanghèro, siamo alla fine delle danze e non ci siamo ancora detti niente; i sudori si sono mescolati però e tanto basta. Vorrei lavare io il tuo completino il lunedì per stirartelo il martedì e rendertelo inamidato il venerdì, qui per i balli. Magari anche se non balli solo con me. Ma spererei di sì. Al prossimo venerdì, allora, chiamami te che io non ho coraggio.

aria settembrina

E cosa credevi stupidella, che ti avrebbero alleggerito il conto una volta levata la maschera? No, e guarda che sono gli stessi che ti incitavano all’inizio del cammino, quelli che ti invitavano a diventare uguale, omologata iso 2000 e qualcosa. Ebbene, ho da farti una confessione. Non solo non hai fatto altro che sgrattugiarti via le cromature ma hai definitivamente capito che uguale e appropriata non lo sarai mai. E quindi stai da te, ebete, senza romperci i coglioni. Che chi ride ride in compagnia e chi piange lo fa da sè. Niente di male, tuttavia, se ti riesce di mettere da parte di nuovo ogni aspettativa, se riesci a ripigliare le scaglie di colore che hai tutte sui dorsi dei piedi e a metterle in una pentola d’olio bollente. Ritinteggia, rimescola, un nuovo colore ne verrà fuori magari un pò più rosso. Assolutamente vintage e irresistibile. Forza forza stupidella.

festival degli artisti

Oggi inizia il Festival degli artisti, dadaisti in gran parte, si tiene sulle montagne e ieri è arrivato un invito a sorpresa. Arrivano matti da tutta Europa, lingua ufficiale tedesco e qui inizio a ridere per le conversazioni che terrò. Alle 17:30 ci si troverà in un punto del bosco, loro lasciano le indicazioni alla locanda, stasera si cenerà tutti insieme, artisti, dadaisti ed entusiasti inutili come me. Non ho ancora ben capito cosa sia Dada, nonostante Martin abbia iniziato questo inverno a spiegarmi. Io ce la metto tutta, ma ho sempre l’ impressione che sia un grande fratello, ho il terrore che arrivi Barbara D’Urso a spiegarmene le fasi. La natura è dada, io sono dada, l’arte è dada. Ok, ma che cazzo vuol dire? ” Che cazzo vuol dire è dada” direbbe Martin. Insomma c’è anche la rosticciana e la pasta con broccoli e salsicce che ritorna in auge dopo la fine dell’estate. Ci sono milioni di musicisti e anche io col chitarrino, niente microfoni. Il microfono lo vedi che non è dada? Perdiana. E per Toutatis.

the way you wear your hat

Frankie canta a tutta randa, mi ha fatto compagnia tutto il fine settimana lavorativo, ha classe lui con quel sorriso di sguincio e le cameriere che gli hanno fatto causa tutte per palpeggiamenti. Un uomo donna da quanto era masculo, di quelli che dopo che sono stati con una ne parlano male perchè tanto amano solo sè stessi, esemplare da congelare e riproporre alle generazioni futre – ma anche alla nostra, va – che crescono al contrario. Ragazzi di sei chili e capelli pieni di pomata, ologrammi di culi che forse un tempo c’erano li’ sotto la schiena, ma che ora devono essere da qualche altra parte. Uominini. E non-bambine di sei metri e ottanta e dodici anni, nude e bestemmianti, ma glabre. E con le meches. Che si mangiano tranci di bambini a colazione e li ruttano a cena. Ma c’è da dire che sicuramente faranno meglio loro di quanto si sia fatto noi nate negli anni settanta, ipocondriache sentimentali, che amano quel che perdono e odiano lo stronzo che hanno accanto, perlomeno finchè non mette incinta un’altra. Ma che potevamo fare? Con l’orrore della vita familiare, dell’incomunicabilità, le maratone di Sentieri e l’arrivo dei Jeans paninari questo era il minimo. E i nostri compagni. Un coacervo di ansie e insicurezze, piattoni. La verità, credo, sia che non è più opportuno dire lui o lei. Ci sono persone, alcune, che brillano di luce, e il minimo che si può fare è amarle, per bere un pò di vita.

Ci sono persone che hanno una ricchezza indicibile: vivono. E non sommano o sottraggono troppo perchè di natura non hanno la calcolatrice. E amano. E si fanno amare per breve tempo perchè un bel gioco dura poco, poi spariscono nel più meschino modo possibile dalla tua vita. E tu ti ritrovi con tutti gli altri, quelli che invece fanno tutto bene, tutto perfetto, che non ti abbandonano mai mortacci loro, che ti cantano il Peana del telavevodetto. E ci si fa una risata, si pensa a quanto un minuto con questi stronzi benedetti sia infinitamente più gradeveole di una vita con gli altri. E che ti devono rendere un visibilio di soldi. E che quando li hai ospitati in casa tua non hanno sparecchiato una volta, quando ci hai fatto l’amore chissà a che pensavano ma di sicuro non è stato un orgasmo simultaneo.

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Juanita de Paola

Giugno 2003: adsl

Migrare sarebbe una soluzione a Giugno. ma Giugno è come Settembre: non c’è via di scampo. E’ inutile fare finta di essere civilizzati, di essere nel terzo millennio. In realtà basterebbe ora un tamburello e un coro di terza per farsi venire voglia di sciogliere capelli e legami. Partire per qualche prato, a fare festa, ma tutti insieme. Coperte a scacchi e fiori in bocca, chitarre e termos di vino al seguito, questa dovrebbe essere la primavera se ci fossimo davvero evoluti.

Questo mese è stato piagato dalle disfunzioni dell’ADSL, un collegamento a singhiozzi come il mio giramento di palle. E fanno venti chiamate al numero Telecom per i guasti adsl, due amicizie nuove via telefono e almeno otto tecnici conosciuti. L’epilogo di questa disavventura sarà che [1] ci avevano messo su una piastra provvisoria (?!) [2] che la legge alla privacy non permette di tutelare l’adsl (uh?) [3] che questa zona è particolare (ma dai!). In mezzo a questa tonnellata di cagate riesco a farmi dare un router nuovo e più bello di quello di prima. Chi s’accontenta gode.

AIDSL PERDIANA

LA PORTABILITA’ DELLE IDEE Un’idea è un insieme fatto di immagini, riassunti di altre idee con conclusioni, illuminazioni. E’ un’associazione di più fattori riuniti secondo un circuito abituale che corrisponde al proprio modus pensandi, unico nel suo iter ma che porta generalmente a non più di una mano di conclusioni. A prescindere da age-sex-location. Avere un’idea è solo l’inizio di un processo di pensiero tra i milioni possibili, e la sua portabilità non ha tanto a che fare nè con la matrice nè con la qualità dell’idea stessa quanto con la sua diffusione consapevole.

Sto dicendo che un’idea esiste prima che la si esprima o la si comprenda. Ma esiste e resiste dentro di noi tanto più la si digerisce, rielabora, reinterpreta ergo acquisisce. Va metabolizzata per “portarla” in maniera efficace e addomesticata per farla assomigliare a noi stessi: quando l’idea e la sua immagine da noi espressa diventano due insiemi praticamente adiacenti ci appartiene ed è pronta per spaccare. Un’ottima idea corre il rischio di sembrare inutile se non è indossata alla perfezione ovvero nasconde in sè il seme della rovina per chi provi a diffonderla senza averne misurata la port abilità , senza aver capito se può davvero cavalcarla.L’uomo cerca altri uomini portatori di idee, cantanti dalle belle canzoni, pittori un pò più in là, filosofi illuminati, coerenti incorruttibili, per attingere e rendere il proprio cammino un pò più soave.

Il buon giardiniere sa far venire fuori le piante meglio del biologo che pure conosce la chimica, e per farlo ritorna al giardino spesso, parla irrazionalmente con le piante e vive d’esperienza. Il luminare osserva il giardiniere e impara.

Le idee però sottostanno alla loro espressione, rimanendo altrimenti in un giardino incoltivato. Ci sono passeggiatori, alcuni distratti, giardinieri, architetti del verde, osservatori, biologi e scienziati che nel pieno rispetto dell’equilibrio si comportano ora in un modo ora in un altro, garantendo ognuno spazio all’altro nella diversità. Le idee è come se si si riproducessero da sole e sotto terra, i loro semi si fanno piantare ma attecchiscono a misura e regola propria, le loro spore spesso ci attraversano, sfiorano senza svegliare reazioni.

<< Papà ho tante visite al mese al sito >>
<< Brava topino >>
<< Qualcuno mi scrive anche nelle e-mail>>
<< Racconta>>
<< Un signore mi ha mandato un libro scritto da lui>>
<< Bello? >>
<< No>>
<< E il tuo libro? >>
<< Devo convincere G. a farsi pubblicare>>
<< Mi passi il parmigiano?>>
<< Ah l’amatriciana >>
<< Ah Roma è sempre Roma>>
<< Sì >>
<< Sì >>
IL FATTORE D-N-A di DONNA

Se avessi un cane non lo farei mai tosare, ma questo non c’entra un cazzo con quello che ho in mente stanotte solo che mi scappava di dirlo. Pensavo che la gente ripiega, nulla da dire. Qual è il passo successivo alla fine di un amore? Si sia chiari, schietti perdio. L’accaparramento. L’accontentatura. Lui mi porta a mangiare il pesce e riesce ad arginare le stronzate che gli maratònano in testa ? Ottimo, sia lui. Lei ride persino quando lui legge la tribuna sportiva e indossa toppini di viscosa nera a fiori rosa? E’ lei. Guadagni sei e hai un cellulare (oddio ma che parola è? Che cos’è ? a che serve ? Come ci siamo arrivati ?) da mille ? Preso, presa, presi. La vita a servizio del benessere, assurto a dio superstizioso. Il mio bene io lo idolatro. Ma cerchiamo di remare verso la sponda dell’ottimismo chè se no qui finisce nel turpiloquio nichilista. Il bene esiste, Juanita, il bene c’è e farsene travolgere non è così difficile. Persino la punteggiatura stasera mi irrita. Allora, che stavo d icendo. Si nasce, si cresce, donna, uomo mio, bambini, fine, nipoti, fine, pensione, fine, morte. Oppure. Nasce cresce, crisi, omosessuale, vacanze a Mykonos, pensione, morte. Oppure. Nasce, cresce, vive, ospedale psichiatrico, muore. Oppure nasce, cresce, carina, single, yoga, buddah, vegetariano, marito dell’amica, causa tibetana, (finalmente) muore. Oppure nasce, donna. Donna, che in sciarada diventa danna. Che in approssimazione diventa si danna. Che in natura diventa donnola e nel deserto duna. Che con un bel vestito diventa dama (ma anche sotto forma di cioccolata tra due cialde di pasta frolla), che prima era domina e negli anni ottanta big domino rally. Che ora è dominio ma è pure dondolante. Dannazione. Donnazione. Dona – azione. Donna-azione. In un campo da calcio è Donadoni (pronunciato alla maniera di Pizzul). Dona doni. Che nella caccia è Diana. Che nel vecchio continente è Danimarca, donimarca, donna-marca, donna marcia, donna in marcia, che nelle negazioni è don’t (e ci mancherebbe che fosse un’ affermativa). Che vicino ad una torre con l’orologio è din don. Che nella vita è un dono, nel tempo domani, nei luoghi dovunque e nel mondo razionale don Quichotte. In Irlanda è il bel Donegal. Della donna si parlava allora, che segue le tappe assegnate(le). Assegnateci. Dai due ai trentanni si è donne in potenza, dai trenta ai cento donne in ricordo. Donna assomiglia a danno, e pure vagamente a dolore, quello che si prova non quello che si provoca. Donne che si patisce le cose che non si sono apprese dalla mamma e che si assumono responsabilità ma non conoscono la parola conseguenza. Donna che senza marito regredisce a ragazza madre ma se lavora è donna in carriera. Meglio in corriera allora. Donna tarpatrice di ali, le sue e quelle delle altre donne meglio se di discendenza propria, perno del proprio vaginocentrismo da terzo millennio, invocatrice del maschio vero e vecchio con camicia a qua dri, rude come Clint, tenero come George, bello come i bellissimi di Rete 4 alle dieci e mezzo. Maledizione alla propaganda. Maledizioni per Anna Karenina Masoch.Il cane sta russando come un peto e tosato così sembra un tarpone. A Serravalle hanno assunto una benzinaia. A Pistoia la signorina Lotti ha vinto le selezioni per Miss Universo con le sue gambe inequivocabilmente corte come previste dal modello mediterraneo, eppure coperta di mille litri di fondotinta e un costume antroporepellente. Lo sponsor della serata è PISTOIA CARNI e tutto torna.

Bisognerebbe poter guardare come quando si è arrabbiati, fotografare come se si smettesse di essere ciechi, vivere come se fossimo stati emarginati, come se avessimo perduto tutto. Allontanandosi dagli oggetti, dai soggetti, acquisendo una visione completa e certa. In distanza persino la carne umana controluce lascia intravedere una specie di scheletro, quello che siamo: una capannuccia di ossa coperta da ciccia e peli. In questa ottica non mi rimane difficile digerire la rabbia di stanotte, quindi questa è una buona ottica.

Perchè la rabbia mi sta prendendo il fiato. Il mio teatrino vuoto è ancora più grottesco, ma no, idiota, stasera. Povera stupidina. Ma se abbatto me stessa, il mio nemico, la sua vittoria sarà meschina, non l’ho inventata io questa tecnica.

Allora riepiloghiamo, cercando di non toccare le corde sbagliate, pena il lancio del quadernino dalla finestra e un eccesso di bile verde che mi cola dal naso.

Sono le due, sono in cucina, qualcuno sta facendo baldoria, in ogni caso sta facendo baldoria lontano da me, non so come, non so perchè, ero io quella che faceva festa a tutte le ore. Schiumo. Sbavo come una lumaca. Devo andare a letto.

La versione Live di Teardrops dei Massive Attack con le Cocteau Twins a me mi fa godere.
Natasha Kiss star del Mi-sex esplica la sua notte con Saddam Jr, leggo sulla Nazione di venerdì 6 Giugno 2003. “ e mi chiese anche le taglie della mia biancheria intima “. “ma dopo circa 15 giorni mi arrivò una telefonata seguita dal biglietto aereo per Baghdad e da un bonifico bancario come compenso anticipato per il mio spettacolo” . “prendermi in limousine e mi portarono in una grande villa, con stanze piene di abiti della mia misura e di ogni lusso ”. “poi mi regalò altri soldi e mi congedò”.


Non mi intrattengo sul fatto che una troia è una troia è una troia è una troia. Né sulla constatazione che libertismo fa più rima con liberismo che con libertà. Che attrice è anche chi si infila i dildi in ogni dove (orefizi principalmente però) e che la Merda d’Autore ha dato un esprit insperato all’espressione artistica in genere. Il tema “oggi parlo di” riguarda invece la forma per descrivere la sostanza qualunque. “Uday Hussein” riporta Luca Cecconi autore dell’articolo “si comportò da signore e mi sembrò uomo di cuore”. Ma chi è? Che colonna ho preso? Riguardo meglio, no no, è quella della foto della ghiottona. La forma è del tipo “ Parvemi quello stallone tanto gentile, sembrommi uomo delicato”. Come Uguccione, insomma, tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta e invece è una maiala risaputa. Se non ci fosse la foto di lei col frustino in cornice tappezzeria gozziana e codina alta ad surtionem pronta mi parrebbe d’esser capitata fra li righi d’un memorabilia: una dama d’altri tempi fulgidata dall’incontro col poeta. E un po’ poeta lo è Uday che le fa trovare stanze di fili interdentali pizzuti per il buco alternativo e proprio della sua taglia, non del mucchio. Chiese alla Natasciona le sue misure difatti.
Riporto : “Finito lo spettacolo parlammo un po’”. Di che? E io provo a immaginarmi ma non trovo argomenti. L’articolone si chiude con “Poi mi regalò altri soldi e mi congedò”. E io mi immagino la carrozza, la Kiss velata come l’amata immortale di Ludovico Van che si congeda con la manina pallida e l’occhio lucido, Uday bello come un giannizzero, impettito, lei nella mente, la patria nel cuore, la daga in mano. Se avessi avuto la fortuna e la stoffa di essere io giornalist a mica mi sarei mai spinta più in là di un passato prossimo, ma che scherzi? Il remoto affossa tutto di una solennità che nulla ha a che fare con la leggerezza dell’arte e dello spettacolo. Avrei scritto “ E’ corretto, paga in anticipo. Mi ha regalato 140 rose rosse e spedito il biglietto per Baghdad. E’ bello, ero eccitata durante lo spettacolo e mi viene meglio se sono umida. Nella reggia ho trovato stanze piene di lingerie della mia taglia, un lusso sfrenato, un piacere per gli occhi e il corpo. Mi ha pagato extra, lo rifarei”. E poi giù di particolari a palla di fuoco, tanto se un giornale nazional popolare fa uscire un articolo del genere è per attirare l’attenzione dei lettori pruriginosi ma vergognosi, cioè tutti, avidi di dettagli.

Lei guarda lui sperando che non si ingozzi, segue i viaggi della forchetta dal piatto alla bocca come un’aquila segue un topo in picchiata. Si p laca fino a che non si accorge che lui ha la mano sinistra, quella libera dalla catena di mangiaggio, sotto al tavolino e probabilmente sulle palle, e inizia a fissare lo spazio vuoto sul tavolino come una madre guarda il letto del figlio morto. Lui chiede che c’è, prende tempo e energia per la buriana in arrivo tra la carne e il caffè. Scòrdati del dolce. Lui ha un singulto di rutto trattenuto e lei decide che è ora di parlare di qualcosa ma non trova argomenti. Perché lo odia. Per averla ingabbiata, incoppiata, sottratta all’ammirazione degli altri maschi per poi farla finire in trattoria. Vuota di parole e piena di livore lei fissa lo sguardo in un punto tra la spalla e la testa di lui ma dietro, lo perfora, lo trapassa ecco. Lui si gira anche lui per vedere se dietro sta succedendo qualcosa, contro luce ha la bazza unta e si rigira. Ma come a “unduetrestella” lei ogni volta è più vicina alla poma, l’espressone è sempre più truce. L’idea di altri sei secondi insieme è intollerabile, eppure repe llente. Lui è ancora dietro alla pizza stavolta, sganghera un “vui ‘ffaggiare?” (vuoi assaggiare) a bocca piena e le saetta del bolo alimentare sul polso. Lei ha lo sguardo che ha odiato in sua madre ogni pranzo domenicale e ora ne capisce l’inferno, si’, comincia ad odiare suo padre per osmosi postuma. La carne dopo la pizza è finita, la cameriera è brutta ma ha le poppe di cento chili e una riga di pelo gatto sulle mascelle, ride come se la vita, la sua e quella degli altri, fosse felice. Lui sta pensando che deve scureggiare e che il viaggio in macchina per riaccompagnare lei a casa dei suoi è troppo lungo per non farsi venire la colite. Lei sta pensando che lui stia pensando alla cameriera che ride in una capanna e lo serve e ride, che lui crede che l’altra saprebbe stare zitta e sorridere e fare i suoi comodi mentre lei è una rompipalle. Caffè, ictus sorridente di denti marroni e nell’ ipotesi più allegra telethon di sigarette in attesa del conto. In macchina, parcheggiata nel paese appena a sei chilometri da quello del ristorante. “Ti amo“. “Anchio”. “ Ci si sente domani?”. “A che ora?”. “Dopo pranzo, dimmi te?”. “Ochei”. “Buonanotte”. “Buonanotte”.
– Buongiorno sono il guasto 873383.
– De Paola?
– Si. Sono nei pasticci, vi ho telefonato l’altro ieri per un guasto all’adsl. Non posso spedire il materiale e non posso nemmeno portare i cd rom a giro per l’Italia, che si fa?
– Mi dà il numero identificativo del suo router?
– 123456 credo. Il led della Lan è morto, svenuto da tre giorni
– Lan?
– (Antani?) Si.
– Il suo abbonamento?
– Talvolta Net Economy, talvolta Business Plus, non lo abbiamo ancora capito.
– Ragione Sociale?
– (Inutile). (Silenzio). (Intuizione). De Paola!
– Esatto.
– Via x n° y ?
– Si!
– Il suo identificativo era sbagliato, non finisce per 34 ma per 50, quindi io ho allertato il soccorso per l’altro impianto, che invece e’ a posto, perché è il numero fiscale, quello della fattura, e’ tutto finito nel nulla. Adesso le do’ un nuovo numero di guasto, segni. E si ricordi che il suo identificativo è quello col 50.
– Ochei. Venite domani?
– E’ sempre a casa?
– No, mi da’ una fascia oraria?
– …
– Le do il mio cellulare?
– Si
– Pronto?
– Dica
– 333333333. A domani allora?
– Suppongo.
– Arrivederci
– Arrivederci
Internet (Infernet, Infernet Branca, Infernet Branca Leone). Inter net, inter-nos, che vuol dire tra di noi: ho trovato per la rete delle reti un’etimologia nettamente più interessante di quella Anglosassone e/o Americana. Mi fa piacere il latinismo specialmente oggi, alla luce delle immagini dove di nuovo due poliziotti bianchi di nuovo sparano ad un negro di nuovo c’era una telecamera di nuovo bastava gambizzarlo. Sì, gambizzarlo già che brandiva un cellulare, invece di crivellarlo come un cartello stradale a Castellammare di Stabbia. L’orribile alieno bruciato cade a terra mentre è girato di spalle e fa finta di non stare morendo, e questa recita sarebbe solo grottesca se a non assecondarla fossero i due pinguini in distintivo, che cercano probabilmente di farlo saltare in aria, non saprei, in due da dietro a sparargli nella schiena come se fosse un cuscino.

Sono un bianco, sono un poliziotto, sto facendo la ronda, mia moglie mi aspetta, cento maledetti negri oggi si sono sparati per le strade e hanno messo in pericolo la mia vita, la felicità dei miei figli, il mio posto di lavoro e il mio sonno. Sono un “cop”, faccio una vita di merda e l’ufficio deve essere caldo si vede in Chips, i no global mi odiano, i global mi odiano, il traffico mi odia e persino Dio mi odia se mi ha fatto diventare un poliziotto a New Orleans. Volante volante inseguimento, macchina con negro alla guida, scappa dal posto di blocco, che succede? Inseguiamolo, scende al benzinaio, che ha in mano ? Oddio muoio stavolta. Questa è la volta buona, anzi quella cattiva. Shot, shot, shot. Shot shot shot.

Sono un negro, sono un negro, non son o un poliziotto. Bianchi cantano che io canto Gangsta, rappa, yo, brotha, street life, dicono come mi muovo io non si muovono, ce l’ho nel sangue, gospel, pistola, oro, potere, madre africa, troppo colore. Maledetti bianchi. Un posto di blocco, non ho la patente, non ho l’assicurazione, ho bevuto?, Portavo il crack? Andavo da Blockbuster? Che faccio, scappare scappare scappare. Fermi ho una pistola (è un cellulare bianco e rosa), non mi sparate. Shot shot shot. Sto camminando, sono ancora vivo, cammino perchè così non muoio, si fermeranno prima o poi, no ? L’importante è vivere, rimanere qui. Shot shot shot.

ZAP ::: RETE 4

I mercenari prendono 6000,00 € al mese, quelli francesi perlomeno. Quando ricevono lettere da casa piangono. Sanno costruire una zattera in trenta minuti, ricavare l’acqua da lle piante, catturare un’anaconda prima che li avvolga e riconoscere i frutti velenosi. Cosa fa davvero un mercenario nella vita non lo so, immagino presti servizio a pagamento per un lavoro di guerra. Fanno anche vedere un’esercitazione: si ammazzano di botte davvero tra di loro, i più violenti vengono arginati o messi in prigione. C’è sempre un medico con loro, si fanno ricucire senza anestesia, a quell’ometto non gli batte un ciglio mentre gli rincollano la bocca. Il pericolo maggiore non è la guerra ma gli insetti. Hanno tutti il collo taurino.

ZAP ::: CANALE 5

C’è qualcosa di capro satanico nel fischio dei denti di Costanzo. Entrano gli ospiti: Carlo Rubbia, Stefano Zecchi, un facceride, due facceride, tre, quattro, Gorbaciov e due Sfogliatelle (Veline, velone, vallette, vallelata, valleombrosa, vallequi, vallelà, il budello..), tanto per dare all’emisfero femminile la parola che si deve. Guarda c’è Tutankamon che canta, la gente si fa mattare dal tricheco e tiene il microfono in mano come si sta in purgatorio. Kledis. E Rutger Hauer dov’è ? Balla tutto, vomito. Che è? Il vascello si muove ma la foca monaca statica dirige il traffico. Boni. E’ il Dottor Kostanzo quella boa della Sirti? Manca Patrizia pellegrino o un’attrice magra che sia testimonial di una campagna anti morbo. E il travestito gesuita dov’è? E Marta Flavi ?! Puntata brutta, non c’è nemmeno George Clinton che fa il karaoke.

ZAP ::: MTV

Intervistano Ben harper, l’artista più sopravvalutato di tutti i tempi. You can jeerk, with your own, two haaands (too). Loghi ganzetti, colori acidosi, qualche canzoncina di merda et voilà, che è questo il Flippaut Festival (dio mtv dio), il “giovane” è servito. Loboto mia. Anche di tutti però.

ZAP ::: RAI

Palestina Israele, è nato prima l’uovo o la gallina? Ma nove per nove farà ottantuno?

ZAP ::: RAI

Febbre da Cavallo. Strepitoso, ma l’ho visto due sttimane fa coi miei cugini.

ZAP ::: Boh

Fabio Volo e un’altra ciabatta bionda presentano uno sciou musicale i ntrepido, che dicono, non capisco, troppi colori, troppo giovane, veri cul.

IL SOGNO

Una notte una compagnia balsana arriva a Villa mansi che per la straordinaria occasione è più grande e arancione. Camminando torno trono il perimetro del piano terra studiamo le finestre perchè, ovvio, si vuole entrare. Questa finestra è adatta urla qualcuno.

Siamo dentro. L’interno è da rifare, cadente insomma, svoltoliamo fili di lampadine gialle, per terra scrorre l’acqua calda a velocità perchè i micro piano sono tutti sfalsati. Le lampadine sono accese, bussano alla porta scassata: si apre e fanno festa entrando, due ragazzi amici che si vogliono bene e si sor ridono a bocca spiegata saltano da un muro all’altro, come indiavolati, cascano di piatto sulla schiena, in posizione da partoriente e pisciano.

Si vede la fontanella d’acqua e niente altro. Danno in qualche modo felicità, nonostante tutti pensiamo che la pipì in casa non si dovrebbe fare. Finiamo tutti a fare la pipì dove capita e a ridere. Siamo al piano di sopra ora, nella stanza da letto che deve essere una delle centinaia. Il letto è sottile in ferro battuto, il tetto altissimo come adoro,

Una notte senza il quadernino, dalla disperazione mi sono scritta due righe sull’agenda quella seria, con la certezza che succederà come quella vol ta che ho lasciato il diario segreto da un vivaista che mi aveva commissionato un lavoro. Figura da danza artistica, un origami, un florilegio di figure di merda, un inanellamento di frasi davvero inopportune, era il mio diarino preferito, quello con il camion giallo su sfondo rosso. C’erano tutte le impressioni delle prime due settimane londinesi, con descrizioni minuziose dei giochini che i miei coinquilini-padroni di casa effettuavano con i loro amici altolocati. Nomi, cognomi pesanti, fotografie rubate con la telecamerina nascosta, un’entomologa. E deve essersele gustate se quando gli ho telefonato per sapere se il mio quadernino fosse lì l’omino balbettava come un assassino al commissariato di polizia.

Lavoro non andato a fine, ovvio. Nemmeno quando ho addotto la scusa, geniale, geniale, che lavoro come traduttrice di romanzi dall’inglese all’italiano e che per me quel quaderno era vitale perchè conteneva un romanzo di prossima uscita, nemmeno allora è riuscito a smettere di balbettare. Sarà stato il racconto del tappeto o quello del regista che viaggia con un ciotolo di pasticche che assume a distanza di un’ora una dall’altra ?

Parlando con quella colonna intellettuale che il destino mi ha fatto incontrare mesi addietro, forse anni, si parlava dell’infelicità. Quella di natura amorosa, è un peccato che la parola “erotico” sia stata storpiata, era il suo turno ora. Tutto per arrivare alla conclusione che chi si innamora perde l’80% delle sue capacita’ intellettuali. Diventa coglione insomma. La donna no, era già malata prima, anzi migliora.

AIDSL
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Chi non ha mai camminato la notte in Piazza del Duomo a Pistoia stringendo una mano che non era quella raccomandata o comandata ha perso innanzitutto una tentazione incredibile, ha trascurato il potere delle luci sulle pareti antiche e la protezione di una struttura che invita ad abbracciarsi, tanto non vede nessuno. Quel loggiato parla di tempi antichi, suggerisce di non andare a crecare troppo lontano, insegna e protegge come i maestri del passato e pochi del presente. O forse ce lo raccontano i vecchi che prima era meglio per farci pagare che loro a scuola non ci sono più. Ma nemmeno io se è per questo.

Chi tradisce ci porti l’oggetto del desiderio, oppure tradisca la noia portandoci persino la moglie, il marito e i nipoti.

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AIDSL (dio madonna dio)
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Quando ero piccola mio padre mi diceva che sarei diventata qualcuno e che tutti i suoi sforzi sarebbero stati ripagati con gli interessi, che io avrei mantenuto tutta la famiglia. Con questo supporto emotivo ammetto di aver veleggiato sempre sopra la media, nonostante molte correnti contrarie. La più tenace quella di mamma (parola voluttuosa): una cosa alla volta, una dopo l’altra, trovati un lavoro fisso, non ti illudere, non ci illudere, un po’ d’umiltà e tutta una serie di verità tanto insopportabili quanto vere. La più trasversale quella della dottoressa bionda secca, non mi ricordo il nome, ex timida psicologa del lavoro liberata, docente di comunicazione per l’unione europea, oddio ma come si chiamava, aveva la faccia da francesca, o paola, o luisella. Acneica comunque col fondotinta troppo chiaro.

Insomma, quando ero tutor per l’unione europea (fan fan fan tu tu pituuu) mi insegnava, la ant onella?, a rimuovere la parola fallimento e a trasformare ogni debàcles in un un punto di una linea di punti che è la vita. A me questa teoria mi ha scatenato l’effetto opposto: ho fallito, gabriella?, ho strafallito e lasciami sbrodolare nel melodramma. Altra controrematrice è stata la Lisa che imperterrita ha continuato a sgranare gli occhi ogni volta che mi ha sentito rispondere alla domanda
<< Che lavoro fai? >> << Ho una cooperativa che ha due divisioni, una grafica, branding principalmente, e una di eventi, sai, dai congressi al matrimonio, cura dell’immagine, restyling >>.
Da questa base si parte poi per innumerevoli microvariazioni strettamente proporzionali all’interlocutore: pende verso il marketing se parlo con un dottore in economia, vira verso l’espressionismo creativo se si tratta con artisti e si tinge di casereccio se si parla di Toscana. “ L’insostenibile leggerezza del menga “ proseguo ideale di kundera. La forma è tutto, mi dispia ce.

Insomma tutto può essere tutto e il suo contrario come si intuisce a dieci anni e dimentica a trenta, e a chi cerca di perpetrare l’antico inganno l’universo si ribella invidioso. Produrre produrre produrre. Veloce veloce veloce. Di più di più di più. (Mi astengo, mi esimo, mi giustifico, gioco il Jolly, il guerriero si riposa, chiedo venia, lasciatemi in pace brutti rompicoglioni che mi state infestando il tavolino di scrittura). Si diceva. La lotta alla verità mi ha visto amazzone fino a che non mi sono mancate le forze, anche verbali.
<< Che lavoro fai? >>
<< Disegno >>
<< Cosa? >>
<< Quel che mi danno da fare >>
<< Per conto tuo ? >>
<< Si >>
<< Guadagni bene ? >>
<< Sono piena di debiti >>
<< Ah >>
Colpo di genio.
Ma il sunto papà è che ti sono un adorato peso, che probabilmente quando avrò due lire (iuros) li spenderò per me e i miei figli manterranno me come io non ho fatto con te dal momento che la vita premia gli indolenti, gli egoisti che hanno il coraggio sorridente della loro meschinità. Io sono simpatica alla vita, la sorella del vangelo che non sparecchia, sono pigra come i gatti e umanamente non particolarmente elogiabile. Tutti si sentono migliori di me ultimamente e mi regalano, compatendomi, approvazione e cena.
Colpo di genio, forse avevi ragione.

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Juanita de Paola

Maggio 2003

Maggio, il mese della Madonna, di mia madre, il compleanno del Papa, del toro camomillo e per me della fine anche del vino rosso. Se mi riguardo indietro vedo una ragazza alle prese con l’alfabeto per la prima volta, con gli altri e il loro linguaggio in un crescendo di imbarazzi e constatazioni leva-terreno da sotto i piedi. Comincio a vedere come ognuno si crea delle specie di isolette asettiche dove essere disturbato il meno possibile, avere pochi scossoni ecco. E tanto è facile vedere quelle degli altri quanto impossibile venire a capo delle proprie. A meno che qualcuno non ci abbia messo una bombuccia per te. Allora viene meglio, e più veloce.

Stamattina è successa una cosa che non accadevada più di dieci anni. La mia disfunzione ha fatto il suo corso dando vita al suo e mio dolore senza rimedio: ho patito, sudato, sono crollata. E poi tutto ha finito di fare male, lasciandomi bianca ed esausta sul letto. Il dolore è stato così forte da creare una tensione quasi piacevole dall’inizio alla fine del corpo, ondate così potenti da scheggiare i denti, un colore così pallido da farmi sembrare l’essere vivente più sofferente del creato, una bella immagine sarebbe stata se avessi avuto la forza di tirare fuori la macchina fotografica. Avevo finito la medicina.

Una donna alza il conto del ristorante dal piattino mentre quel vitello seduto accanto a lei abbassa gli occhi, un’altra inciampa infastidita, un’altra si porta dietro la bimba in collo visibilmente stanca, un’altra è vestita come una ragazzina e avrà almeno quarantanni; i due camerierini si lanciano occhiate di fuoco che sfocieranno in qualche magazzino di birra del ristorante beati loro, il vicino di tavolo non apre bocca, la focaccia è straordinaria e il vino un pò meno. Ci si alza alle due passate non dopo aver scaricato un altro rullino di fotografie e patito un freddo cane, ma bisogna stare fuori a mangiare appena si puo’.

Scoperto un nuovo passatempo, come se non avessi quattro consegne quattro da terminare, di cui due entro mercoledì. Ho steso una coperta vicino ad un ulivo e mi sono messa a leggere nel mezzo di una poggiata collinare: se Luca decidesse per caso di passare dalla rèdola sotto Chiesa di Vellano, oscura credo persino agli autòctoni, non potrebbe non ammettere di essersi perso una donna straordinaria, perdiana. Mi dimentico sempre di prendere il portacenere e me ne accorgo solo quando la torre di cenere mi sta per cadere su qualcosa di nero o sul quadernino. Insomma ero in tenuta da bagno di sole sulla copertina della mia stanza alla Locanda (ma l’avranno fatto per piacere a me di chiamare quel posto “l’antica locanda” ? Perchè a dire “la mia stanza della locanda” secondo me si fa un figurone), ero in mezzo all’erba e al sole, con il libro di Richler sulle mani, gambe piegate come Jane Mansfield di lato coi piedini incrociati. Un’icona bucolica, una sintesi di natura e natura umana. Un gatto mi è saltato vicino facendomi tirare un bercio disumano, che paura. Ad un certo punto mi sono sentita osservata ed alzando gli occhi ho notato sull’altro poggio, ad almeno trecento metri in linea d’aria da me, un lui/lei, non saprei dire, appoggiato/a ad una macchina che, di questo sono sicura, stava lì a guardarmi. A tutti ho detto che era seduto/a e che probabilmente stava leggendo anche lui/lei, ovvio. Suona decisamente meglio. Invece è rimasto/a là a braccia incrociate per almeno venti minuti. Avrà avuto un binocolo? Nel dubbio ho scoperto meglio le gambe.

La lettura assorta e partecipe si è interrotta varie volte. Bere, fumare, lettera testamento e sms: ne è arrivato uno di Lisa con un “che fai?” in calce. Mi è sembrato carino invitarla, lei e Gianluca e Lorenzo a cena quassù visto che quoque i miei genitori mi avevano abbandonato per la cena e che la giornata era trascorsa di una tale bellezza da farmi presagire una serata indimenticabile. Nonostante questo posto per me sia come una casina sull’albero dove ospito col timore che qualcuno me la rubi. Poi “ospito”… ho una camera fissa in Locanda a quota mensile, da Maggio. Ho una camera a venti euro a notte con 4 letti, due armadi, una toiletta, qualche sedia e una cinquenaia di coperte, stanza numero uno, dal 2 Dicembre 2002. Più una vista strepitosa su almeno tre delle Dieci Castella, di cui non so i nomi a parte Pontìto e San Quirico. Morale della favola ecco i miei ospiti, un tuffo di testa nella tensione e in tutto quello che cerco di scuotermi di dosso, un dialogo tra sordi, davvero imbarazzante. Aldilà di ragioni e di torti, tanto le cose càpitano e basta. Mai litigare con un cretino, qualcuno potrebbe non accorgersi della differenza, quindi mi hanno offerto la cena.

Io sono retroattiva, cioè valgo per il proverbio &qu ot;non dire gatto se non l’hai nel sacco” prima ancora che fosse creato. Oppure è un proverbio postdatato apposta per me. Dovevo avere una casa, era mia in pratica. Prima in affitto e poi con un pò di anticipo sui centottantamilioni (lire) per acquistarla. Mia, di legno. L’ho fatta vedere ad una manata di persone: incantevole. Signora, lei non mi conosce, ma userò il mio e-diario per difendermi senza che lei possa ribattere.

Signora, devo tenere le distanze, lei mi capisce, mi ha appena levato la casa. Lei deve essere anche istruita, l’ho dedotto dal boccaccesco appellativo che mi ha attribuito (parlava di me, io mi chiamo Juanita ed effettivamente il nome si presta a ischerno). A me, confesso, una frase come l’incipit che lei mi ha suggerito telefonicamente non sarebbe mai venuta in mente, mi ha fatto ridere per una settimana; conf esso anche di averlo raccontato – senza citarLa, perdiana, è una donna sposata Lei, non vorrei che suo marito, quello vero, la riconoscesse da queste poche righe- a tutti. Lei, tra l’altro, ha un nome a me caro, che mi ricorda la mia religione e al tempo stesso mi sa di light, di vitasnella, con quel diminutivo intrinseco. Si diceva, nessuna tresca. Ha fiutato il male, lei ha un amante se non sbaglio, e so che giocate al capo e alla segretaria: non sa quanto le invidio Il Gioco del Trenino Sotto il Tavolo e la Sua vèrve battagliera. Lei mi ha levato la casa e quindi rimarrà indelebile nella mia memoria come lo Stafilococco Aureo che ho contratto a Lido di Camaiore quell’anno che le carcasse di vacca, dopo una frana, sono rotolate fino al mare impestandone l’acqua. Io vado al mare a marina di Massa quest’anno, lei puo’ scegliere l’Adriatico perpiacere?

Okay, here’s what you’re supposed to do. Copy this e-mail and paste it onto a new email that you will send. Change all the answers so that they apply to you, then send this to a whole bunch of people you know INCLUDING the person who sent it to you. The theory is that you will learn a lot of little facts about your friends. Remember to send yours back! to the person who sent it to you. If you don’t do it….your hair won’t fall out, so don’t fret.

YOU

Name Juanita De Paola

Birthday 02-01-1975

Birth location Livorno, Tuscany

Color of eyes black

Color of hair brown

Height 167

Brother/Sister Alessandra, 23, architect soon, naturally rastafarian; Federica, 14, my tiny tally angel: high school, 2nd class, 5th essence of sweetness.

Bedtime bedtime ?!

HAVE YOU EVER

Have you ever been so drunk you blacked out ? twice

Ever caught a body part on fire for amusement? my finger, trying to prove i could r esist the fire of the lighter, 12 years old

Ever been in a car accident Hmmm, no

Ever been hurt emotionally? Yes like everyone

Ever kept a secret from everyone? Sure

Ever had an imaginary friend? Goommie you mean ? :-)

Ever wanted to hook up with a friend? Boh

Ever cried during a movie? Every time i was supposed to

Ever had a crush on a teacher? No

Ever thought an animated character was hot? Lamù, Georgie, la Striscia, Mordillo, Dago, Savarese, Terence (Candy Candy), Ken ..pffff… all of them…

Ever been on stage? Every given week

FAVORITES

Day/night >> night

Summer/winter >> fall

Lace or Satin >> bleah!

Foods >>row fish, row meet, vegetables, chinese, ragù, nutella, yogurt, focaccia, ravioli, cous cous… EVERYTHING

Cartoon characters >> Stinky, south park

Advertisement >> vigorsol – a car crashing down from the sky on a screaming man who just won the lottery. An other man whispers YES YES YES and smiles

Book >> Gli indifferenti – Moravia, La versione di Barney – Richler

Movie >> Smoke

Ice cream >> Chocolate, cream

Drinks >> Pure alcohol drinks (rum, red wine, porto, brandy, scotch). I hate cocktails.

Quote “(this is the) last cig of the day”.

NOW

Wearing >> red pants and a white t-shirt, stinky.

Eating >> everywhere apart from home

Drinking >> Red wine, Cannonau

Watching (shush)

Last 24 Hours

07.30 Wake up, cartoon, coffee , clean

08.00 Work, Macintosh & me

13.00 lunch break – yuk

13.30 work

19.00 recording studio – sing – fuss – fight

20.30 chinese take a way

21.00 Lisa – friend , chat, eat, smoke, burp, drink a bit of white wine (Pistoia)

23.00 mac

02.00 living room, i collapsed down

When you last cried >> last night

What’s the best feeling in the world >> freedom, friends around, something new to see, someone new to love

Worst feeling >> un-feeling

Who will respond to this email fastest? >> no idea

Who do you know when you send this wont care ? boh

One wish (shush)

I bugiardi non amano il mare che è così aperto e coinvolge i sensi tutti mentre ti sala perbenino. La pelle si tira come quella di una percussione, la pressione scende di paripasso col sole sull’acqua ed il fisico tradisce tutte le sue pecche. Si dovrebbe poter stare a sedere senza che lo stomaco si accalchi sull’ombelico, bisognerebbe poter dirigere la spinta gravitazionale ora verso l’alto (sempre) ora verso il basso (mai) oppure che il corpo assumesse di giorno in giorno esattamente la forma che si visualizza e desidera per se’ stessi. Questo è stato un davvero lungo fine settimana che per cause ludiche mi ha negato tempo per scrivere e concentrarmi, ma l’acqua e il sale con il loro potere astringente potrebbero aver offeso il mio già asfittico masso cerebrale. L’Elba è l’Elba dice la Lisa.

This morning reminds me of London and, no need to say, Carey. If i try to get my mind set on some images of last year Carey’s garden pops out, with that amazing wooden table, that garden, everything was full of light. It’s a problem of timing in someone’s life, and generally im absolutely crap when it comes to time, being in time, timing, precede things before they roll o n me. I wonder how could it be now, how it could’ve been if i was just a little more this, just a less that.. Wasted time. Well, let’s go back to Crouch End. Feta cheese, greek black olives, pachino tomatoes – turkish ones – and a light dinner. Some red wine, Carey prefers the french one (could you blame him ? but still tuscany rocks – and wins). Tonnes of words, it’s good to have a friend you can tell everything. ” How do you feel about that right now…” ” I used to think …

L’amore è un tema centrale nella vita di un uomo. Che sia negato, che sia la luce che rende alle cose il loro colore più giusto, che sia un ricordo o una proiezione, che lo si faccia o ci si trastulli e basta. Insomma cercare di alleviare i suoi effetti – i buoni e i pessimi – è impresa non umana. Quando penso a quanto poco io abbia effettivamente dedicato a coltivarlo sento di dover pagare il conto; e mi sta persino bene di dover mal sopportare la spossatezza che mi lascia il dolore, purchè si trasformi presto in malinconia, ricordo. Eppure basta girarsi attorno e guardare le brutture che tante coppie esprimono per consolarsi. Tutte quelle che io ho scampato come si scappa il sedere al morso di un cane che ti rincorre. Tutto il terreno, non quello del vicino, il mio, in cui non ho piantato semi: è l’innocenza egoista che si ha finchè non si respira la prima fine. La previsione certa, beota, di ogni immortalità, anche affettiva. La passione di provare a prendere quello che veniva con più o meno dignità io non l’ho mai provata. Sono una sarta che ha cucito ora qua ora là, rattoppato qualche tasca, steso paillettes en filàdes sui buchini delle tarme, rispolverato e stirato un vestito che alla fine nessuno si è voluto mettere.

La gente fuma le sigarette alle cene per regalarsi un’altra piccola aspettativa esauribile tra una portata e un’altra. D’altronde si chiamano portate, non malzodaltavoloemivoapprenderedamangiare : essere serviti si paga perchè è un piacere disumano.

L’arte Contemporanea, io la adoro, questo intreccio transgender di arti e tecniche sempre in fìeri – e se l’artista è bravo, in fìeri persino dopo la sua morte. Mi ricordo alla Tate Gallery – ero convinta fosse la Modern Tate finchè non ci sono capitata per sbaglio davanti –

questa installazione con minuscoli orecchi /altoparlanti, centinaia, appesi a fili nylon a spiovuta dal soffitto alto e nero. Era tutto nero, solo suoni, da ogni microamplificatore una voce, una lingua e un tono diversi. Mi sono commossa e non mi ricordo il padrino di questo capolavoro. ma ricordo invece che l’installazione successiva era invece la solita inglesata patrocinata dagli inglesi, fieri dell’inglesità dei loro giovani talenti emergenti (brit, sure). E non è che un Goya mi faccia meno effetto di una foto di Lachapelle o una “merda d’autore” (Manzoni, e mi verrebbe voglia di fare una battuta qui) , e nessuno toglie a Mirò i diritti d’autore per E.T. (se fosse ancora vivo avrebbe estorto a Arcimboldi tutti i soldi guadagnati), solo che li percepisco in maniera diversa.

La mia conclusione che quando su un’opera d’arte sono stati scritti più di mille libri è proprio inutile mettercisi davanti. Con spirito critico intendo. Saranno quelle cento righe cincischiate di un manuale a venire fuori, al più tre pagine fitte per le buone memorie. Un’emozione plagiata in funzione di quel poco che purtroppo si riesce a ricordarsi. ” Nel 2223 si trasferisce a Mil’ano 80 e lì inizia il suo periodo artistico ialuronico”. Ora, ammettiamo che io abbia un quadro appeso nel più grande museo quantico dello spazio, che corra l’anno 2409, che io sia morta ovviamente (e che abbia lasciato in testamento l’ordine di non mettere le mie opere al Pecci di Prato finchè non levano la antistante fetta di cocomero in ghisa). Soddisfatta scorrerei dal paradiso tutta la mia vita all’indietro per ricercare il come, quando, tutto di quel mio parto artistico tanto caro agli uomini rimasti laggiu’ in terra.

Ecco, non credo troverei nessuna pagina con su scritto ” Oggi, 37 ottobre, con questa tela di poliuretano contractus do il là al mio periodo artistico ialuronico”. No. Credo però troverei paginate di “non so come fare a consegnare questa mia per domani sera, mi si è rotto il cambio della porta teletrasportante e al dopo biliardo ho perso tutti i neutrini che avevo in tasca”. La critica è decisamente una piaga se si decide di veleggiarci sopra come mezzo autocelebrativo: la critica è un’altra arte che accompagna l’Arte.

POESIA “squilla cellulare squilla per me”

OH SIGNORE DELLE MARGHERITE ROSSE

ASCOLTA QUESTA TUA POVERA CREATURA

E FALLE AV ERE QUEL POSTO

Non una nottata tranquilla, serena intendo. Mi sono rivoltata di continuo alla ricerca di sagome note, confondendo il sonno profondo con le immagini del pre abbandono, una specie di gelatina comatosa poco rassicurante. Sono letteralmnete saltata in piedi appena ho sentito una moto, saranno state le cinque di mattina, perchè ero convinta che quel rumore mi riguardasse. persino tra i miei adorati ulivi ogni suono felpato di passo su erba proveniente dalla rèdola appena sopra il mio covo è stato un attentato alla serenità. Invece era il Parroco che per non avermi visto si è messo a fare una beata pipì vicino al capanno, e quindi vicino a me. Ci siamo salutati come se niente fosse appena mi è passato davanti, consci entrambi di essere imbarazzati. Ma nemmeno poi troppo: lui non sapeva e io mi sono girata.

Ognuno nel suo piccolo è un’artista. Ma quando l’arte è minima, o minore, ci si muove lungo i binari delle cose che va bene cantare, dipingere, scrivere e raffigurare in genere. Dal macro al micro e mai l’inverso. La canzone d’amore più bella non dovrebbe mai usare la parola amore, dovrebbe esserci una legge che proibisce composizioni sulla guerra e i suoi effetti. La guerra è brutta e cattiva. E certo. E la fanno i padroni. E certo che ci sono anche i morti, le vittime innocenti, il sangue.

L’ignoranza e la protervia in genere compiono miracoli, beate in te tutte e due, ti riparano dall’arte e dalle sue sofferenze: in fin dei conti tu con la tua”arte” mantieni famiglia e macchina, vero ? Lascia perdere oi dialogoi, non è roba per te e i tuoi rialzi di gomma. Tu sei un nano morale, è all’anima che devi mettere le zeppe.

L’afa sotto gli alberi alle tre del pomeriggio è umida a calorosa, la terra sfiata anche lei e il corpo fa acqua tra le braccia, sotto le ginocchia, dalle tempie fino ai piedi: gocciole, gocciole, che sembrano insetti e ti fanno scattare su come se ci fosse una belva vicina.

L’ulivo non ci si può montare perchè è troppo basso, non ci si può riparare perchè è troppo piccolo, non ci si può appoggiare perchè è come una vecchietta secca.

Le foglie sono acute, ogni tanto si staccano e cascano pesanti se si pensa a quelle degli altri alberi, mi cascano addosso e mi svegliano ogni volta. Lucida di sudore.

Letta una dispensa di Morelli sulla felicità, ne seguiranno altre sull’etichetta della coppia, cioè cosa dire e cosa non dire, e su argomenti correlati alla capacità di trasformare la propria vita in un percorso autorealizzante invece che in una gara ad ostacoli.Le virtù dello scritto sono varie, non ultima la raccolta dei bollini che attraverso Donna Moderna ti immettono in un concorso di viaggi. La prefazione è di Maurizio Costanzo Show, che partecipa criticando quando non è impegnato a criticare partecipando.Cita Ennio Flaiano per prendere distanze ragionevoli dall’argomento. Scorro in maniera troppo veloce il librino per poterne davvero afferrare (con i piedi o con le mani?) il significato ma sufficiente per riconoscere miei tutti gli atteggiamenti negativi da bandire: mi porto il passato sulle spalle, faccio sempre il giochino dei “se”, ho aspettative enormi che si scontrano continuamente con la realtà e quando trovo un ristorante che mi piace ci torno fino a che il menù non mi chiama per nome.

Ma lo spunto è ottimo, il librino ha l’intento lodevole di fare stare meglio anche me, ennesimo lettore, attraverso questo mezzo piuttosto che un altro. Mi piace l’idea che ci sia chi ha il coraggio di dirti che si’ devi essere felice, quando delle risate amare e del cinismo non se ne può più. Certo è più popolare ridere di una donna di sessantanni on un litro di mascara sulle palpebre che va in balera, è più popolare e facile che arrivare ad un’età in cui gli altri si aspettano di vederti marcescire con dignità, la loro, invece che esserci nei fatti con la voglia di sparare altre due o tre cannonate. Ripensando alle mie serate in discoteca tra l’altro non posso fare a meno di rammentarmi di quanto sfigate e mortifere siano state.

“Lettera aperta del gruppo di lavoro sulla comunicazione Strano Network alle persone libertarie, a chi – individui e organizzazioni – si sente di sinistra, alla società civile, al Senatore Cortiana, all’arcipelago hacker sull’esigenza di reagire politicamente contro i recenti orientamenti liberticidi dell’Europa in tema di comunicazione digitale.” link

Mi stavo per tuffare con la bava alla bocca a mettere firme, firme elettroniche, io devo posso cambiare il mondo mi ripeto ogni giorno, il mondo non ha colore ma colori, bisogna combattere per la libertà proprio quando sembra che sia merce alla portata di tutti. E come mi sento?

Sì mi sento della società civile, mi lavo i piedi tutti i giorni. Sì mi piacciono gli hacker, sì sono d’accordo sul definire liberticidi gli orientamenti dell’Europa in tema di comunicazione digitale ma meglio qui che in Cina, sì sono un idividuo e sono anche un’organizzazione a scopo di lucro. Se mi sento di sinistra? Sì, quando il mio emisfero sinistro prende il sopravvento su quello destro, sì quando mi sveglio con la gota sinistra piena di segni, sì quando devo dare la precedenza in macchina. Tutto il resto del tempo mi sento una persona, maledetti stronzi, una persona. Fascisti infami che date una direzione alla libertà e che non vi compromettete mai le mani, fascisti voi non meno dei fascisti che non hanno mai messo piede in un centro sociale o un dubbio nella loro testa, integralisti, che avete messo il copyright al bene ma che state dalla parte del torto perchè fa chic.

Mentre mi rileggo l’articolo livorosa come un vecchio cirrotico che ha finito il vino e le forze per arrivare all’alimentari mi viene in mente l’artista Rudolf Schwarzkogler, morto per una sua performance. Il visionario, l’artista, l’ossessivo, il patologico Rudolf Schwarzkogler che si amputava per levare al corpo non solo dei pezzi. Morto dissanguato in nome dell’arte: forse il re dei coglioni, forse il Duchamp della body art, forse un malato e basta. Ma lui artifex vitae (mortisque) suae. Epoca di codardi che siamo, tutti dietro qualche bandiera. Di lino se di sinistra, di seta se di destra, seguo il clichè. Come diceva Piero Ciampi “mavvaffanculo, guarda che bel vaffanculo ti porti nella tomba, he he.”.

C’è qualcosa di peggio di un ignorante pieno di certezze: la sua fidanzata che gli dà manforte nella discussione. Ignorante è ognuno che affronti una discussione di politica internazionale (è tutta colpa delle multinazionali, Bin Laden è della cia, gli europei hanno più cultura, Matrix non è un film da Cannes, gli italiani sono dei codardi, questa sinistra non esiste, Berlusconi è come Mussolini, Sachmo la faceva parlare la tromba, i Francesi sono tutti fascisti, Elvis Presley è a Cuba e Saddam Hussein è nella stanza ovale con George Dabliu Bush) con la stessa leggerezza con cui si snocciola una ricetta della nonna dalla riuscita miracolosa – e come si fa a contraddire la nonna ?! – e dagli ingredienti segreti in dosi segrete come nella ricetta della Coca Cola. < /font>

Sono tempi bui, per l’informazione, ma ottimi per la disinformazione e pare che tutti ci si stia abituando a sleggere, sparlare e dispensare opinioni che non lasciano all’interlocutore nemmeno la gioia della risposta. Abbi dubbi cantava Bennato. Di tutte le cose sicure, la più certa è il dubbio diceva Brecht. Le promesse degli amanti andrebbero scritte sull’acqua, Eraclito o il Draghetto Grisù, non ricordo.

Non ho voglia di scrivere oggi e nemmeno ieri sera, mi fa male il ginocchio e fra telefono e campanello oggi l’umanità ha fatto un complotto per rovinarmi creatività e concentrazione.

Non ti viene mai voglia di cambiare la rotta? Non ti viene mai in testa che ci sono almeno due vite migliori di quella che stai facendo? In una di quelle invitami a cena e ripagami degli sforzi che ho fatto in questi ultimi giorni per “starti accanto” senza provare niente per te. Sei non solo ingrato, ma poco previdente. Stacco per un po’ di tempo se non ti dispiace.

Donne, uomini. Unitevi. Non è scritto che fino ai trenta sia discoteca e dai cinquanta liscio. Siamo timorosi noi italiani, si ha paura delle bandiere perché si sa che ci si fa avvolgere, ci si abbandona, noi si apprende ogni cosa persino ad una velocità straordinaria. Ti piace la stoffa indiana? La mia stoffa è indiana, comprala signore. Ti piace la stoffa francese? La mia stoffa è provenzale, comprala signora. La mia stoffa va venduta perché è la migliore e io te la adatterò fino a che non me la comprerai, con un’identità nuova ogni giorno, non si va per il sottile qui. Italiani che hanno paura dell’inno fascista e che non sanno (ricordano?) che è stato scritto prima della seconda guerra mondiale, prima.

La coorte, si stringono in coorte per difendersi. Tanti morivano anche di infarto a trascinarsi i cannoni a piedi. Italiani con un presidente che si spera solo non sia finalmente ammazzato per non doverci puppare anche la sua beatificazione a reti unite.

Uniamoci nel sacro ballo dunque, senti la musica stanotte che pace rotonda. La tua voglia di ballare, come la mia daltronde, come un idiota ha tutte le sue ragioni d’essere: abbiamo il corpo e la scusa che iddio ce l’ha dato probabilmente per non lasciarlo alle piaghe da decubito. Balla allora anche se non c’è nessun altro in piedi, che se non hai nemmeno la libertà di agitare le braccia da solo che vita è la tua?

Ci sono cose che se una avesse il coraggio di scriverle diventerebbe famosa in cinque minuti. Primo perchè una diventa un’icona, che so, di qualcosa. Ecco, con una sortita del tipo “la mattina un ditalino prima di iniziare a lavorare mentre bevi il caffè davanti al computer e poi inizi a messaggiare tutti e quaranta gli stronzi che ti messaggiano a loro volta” e una diventa un’icona del neo femminismo. E poi rimane invischiata nel personaggio come la povera Fallaci che per una sortita probellica ora si ritrova a tutte le conferenze del Fuan. E soprattutto gli uomini la scansano come una merda dei cani. Perchè la donna è vedo non vedo, dico non dico, dieta non dieta (io?! mangio come un maiale ma non ingrasso, seee seee, se tu vedessi, ma davvero, no io non ci vado in palestra sai che palle, no, no poi io sono magra ma morbida). Kyrieleison. O invece ” la mattina la prima cosa che faccio è guardare l’oroscopo. Poi mi spoglio e faccio yoga nuda, per entrare in contatto con me stessa, vado sul prato sotto casa, per non scottarmi mi ungo tutta di mallo di noce, ma piano, così mi friziono la pelle. No, non bevo e non fumo, sono cose da uomini, si fa il bagno nudi? sembra di stare nella placenta”. Kristeleison. E una diventa subito uno di quegli oggettini peluti e morbidi per cui i maschi vanno matti. Per le donne diventi una merda dei cani, ma questo è davvero meno importante. Oppure hai una causa cui immolarti: la famiglia, i monaci del Tibet, la foca bianca, la parrocchia, danza il martedì e il giovedì, i musei e via discorrendo per dieci anni) e te ne esci fuori con ” la nike di samotracia è meglio di un uomo, un’emozione al luuuvr, non puoi capire, mi sono dimenticata di mangiare”. In questo caso toccano gli uomini con una disfunzione o con un’alitosi biblica. Insomma scrivere o parlare è una responsabilit&ag rave; enorme nei confronti della tua persona e scegliere una direzione invece che un’altra può essere letale ai fini della propria esistenza sociale. Mi sono sempre chiesta perchè le donne dei circoli arci hanno i capelli crespi e quelle che prendono l’aperitivo in centro preferiscono l’oro bianco al giallo. E perchè gli uomini che hanno la risvolta dei pantaloni sono più bassi della media. E una quantità importante di interrogativi popolano la mia testa da quando ho capito che a spalancare gli occhi si ottengono più risultati che ad aprire bocca. Non sempre via.

Guardo il canino tosato cercando un lampo di umanità nei suoi occhi, un segno rivelatore di una vita passata da essere umano e mi indecido tra il grottesco – peli, cane, tagliati, animale, parrucchiere dei cani, regno animale, euro, moneta, cane, peli – e l’esistenziale – reincarnazione, cane, occhi, sguardo lucido, segni, umano, animo imprigionato. Io e il canino risolviamo la questione con un trancio di pizza vecchia e secca da dividere: metà in terra per lui metà sul tavolo per me dopo la sigaretta.

Si vede quel che si vuol vedere e stasera avrei gradito che il mio cane mi rivelasse (pacatamente per non spaventarmi) ciao Juanita sono io, sono qui dentro. Rimango delusa quindi, lui si accovaccia con quella testa rapata alla Giuni Russo e la pettorina rossa. Povero cane tosato e senza pulci. Il canino interagisce con il mio silenzio come nessuno, si sta zitti come topi solo che lui e’ un cane.

Dieci anni fa stavo studiando ” Alle fonti del Clitumno” in previsione della maturità classica, dove mi sarei esibita in una doppietta Latino – Italiano che è stato il mio esprit migliore in quarantadue anni di scuola – fra elementari e tentativi universitari -. Ieri sera ci siamo incontrati con degli ex compagni di classe per una birra: Gulio Lotti, Chiaretta Marcotulli, moi ed il fido Giulio. Mancavano Lisetta e Valentina perdiana. Abbiamo riso e deciso di organizzare per il 22 Giugno una due giorni a Vellano alla Locanda, un “grande freddo” de noantri, dove dormire e tirare le righe di quello che è successo nel frattempo, niente, e di tutte le realizzazioni messe in saccoccia, nessuna. E vedere chi di noi è ingrassata, si è sposata, fidanzata, chi è diventato più bello e chi più brutto. Si dorme tutti li’. E si fa colazione insieme. Tutti in gita e mi viene voglia di invitare anche i professori.

Le grandi rivoluzioni non le fanno i capi di stato, i rivoltosi o gli scienziati e nemmeno i giornalisti che raccontano le storie, i fotografi che fanno le fotografie o i sarti che cuciono la moda.In genere qualcuno, corrotto dentro e malanimo, capta l’aria e se la respira bene bene. Poi la espira e modella come fosse proprio sua e diventa il capo di una revoluciòn, il volto emblematico appunto. Tutti aspirano a diventare i capi di un moto di portata mondiale poi qualcunaltro ci riesce ed ecco com’è nata l’Opposizione. Queste specie di Tsunami epocali che noi identifichiamo in genere con una scoperta scientifica, con un certo giorno, anno, minuto storico, con un volto o un gruppo di umani facentigli capo, usano le persone – e non viceversa – per diffondersi, l’idea ha spirito e vita in sè. Ma i suoi focolai stanno negli uffici. Andiamo per esempi e gradi. Lo stitignoso times new roman debosciato in un punto quattordici , inguardabile oggi, vintàge domani, da cornice dopodomani, ha lasciato il posto al verdana punto dodici (omettendo il passaggio dell’entusiastico comic sans), font arrotondato, smussato, fluido, che nasconde il senso e appiattisce la forma a distrarre. Il verdana è una cellula di Al Qaeda.Ma fino a che si parla di forma i danni sono limitati. E’ nel frontespizio del fax che si annida il kèr kamikaze.

” Carissima Moira, allego fattura per richiesta da voi sollecitata mediante telefono riguardante numero dieci contenitori cartacei A4 sigillati spessore 120 mg/mm2 appresso alla merce in questione” Grazie, Jonatan.

Questo messaggio vuol dire Moira ecco le dieci risme di carta buona con la bolla. Moira non solo non è carissima perchè per un mugolone chiede solo dieci e uri, ma tu non l’hai nemmeno mai incontrata Jonatan, non ci hai condiviso nemmeno un attimo della sua e tua vite insulse, Moira esiste come te: in una firma commerciale. Carissima.

Ma che si vuole, da quando l’amministratore è delegato e la segretaria è assistente di produzione (umorale probabilmente) e tutto ha un nome, e ognuno ha una posizione nella gerarchia creata per giustificare l’obbedienza a un simile ma anche garantire la possibilita’ di progredire nella scala che porta al successo, ai soldi, al rispetto degli altri e poi si biforca in fica-fica-fica se uomo o culo-puppe-tutto-rifaccio se donna, da che questo miasma è assodato e accettato abbiamo iniziato il conto alla rovescia.

moira@lamiadittalamiavita.it

Chiamata dal Signore delle margherite rosse – Conad – per la campagna pubblicitaria toscana ho affrontato in data 12 maggio un colloquio. Mi ha onorato essere chiamata per una cosa così importante, sarebbe stata l’acme per me. Nel colloquio la signorina pressa sul fatto che non ho mai avuto un lavoro assicurato. E’ così che ci volete, no? Liberi, free lance, lancia libera. E allora perchè mi stai facendo tutte queste domande? Sì che mi è piaciuto insegnare, sì che mi è piaciuto lavorare a Londra, no non mi ha mai assicurato nessuno. No, non litigavo. Sì mi piace lavorare in team. Sì parlo Inglese. No, niente tedesco. No non ho mai fatto una campagna pubblicitaria per i supermercati. Sì fumo. Vorrei questo lavoro (che domanda del cazzo) perchè mi permetterebbe di utilizzare in sincrono tutte le conoscenze che ho: marketing e grafica. Bocciata.

Ci danno un test a scuola un giorno – Classico Forteguerri- verificare in un grafico Spostamento/Aumento di peso il variare di posizione di un cestello con dentro sei monete aggiungendo monete. Accapa Serena Lucarelli e chiede “professore fa lo stesso se il test l’ho fatto con delle forchette”? E io devo ancora capire se questa scena l’ho sognata o se davvero questa t’ha fatto davvero un test di Fisica con le forchette.

Più scrivi e più scriveresti – e più ti rileggi e più non capisci perchè scrivi.

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Juanita de Paola

Nonna, smetto di fumare.

Martedì 2 Settembre 2003 La malattia mi ha ricoperto come un cappuccio per le galline ed effettivamente l’effetto è il solito: non faccio altro che dormire, sudare e dormire, dormire e guardare la televisione, mangiare il brodino cercando di deglutire il meno possibile perchè mi fa un male boia, dormo, faccio gli incubi e ci ridormo sopra. Pensavo che se il mio corpo mi ha castigato così pretende che io faccia una vita più morigerata quindi smetto di fumare. Qui lo dico e qui inizia la scommessa con nonna Elena, chi perde versa 500€. Questo è il terzo giorno, novanta sigarette che non ho fumato, la testa mi gira inverosimilmente, mi viene da vomitare e mi sanguinano tutte le gengive. Voglio quella pallina che si mettono i masochisti in bocca, ho una smania che nemmeno a sei mesi al primo dentino.

Venerdì 5 Settembre 2003 “Sotto dettatura” Febbre, febbre, febbre, sudare, un corpo in rivolta ai ritmi imposti per mesi, quasi due anni, senza tregua. Ora, al raggiungimento dei primi obiettivi, si è finalmente lasciato andare. E oggi è la centoventesima sigaretta che non fumo, mi manca la mia postura, le mie volute di aria grigia, il gesticolare con le dita, il mio calmante naturale. Ho smesso. Le gengive impazziscono di smania, i vasi si ridilatano, non posso credere che solo dopo quattro giorni la pelle abbia questo bianco bellissimo, lucido: ho incaricato Federica di comprare un rullino a 400° iso per farmi fare fotografie nei momenti di febbre alta, per archiviare immagini degli imperlamenti e dare il giusto trofeo a queste ghiandole sul collo che mi hanno tramutato in Don Chuck Castoro. Corrono in pensieri qui, non posso fare altro che disegnare il mio sudario nel letto e guardare ogni tanto un pò di televisione, ma il malditesta – non so se della febbre o dell’astinenza da nicotina – non permette grandi maratone.

Bella la televisione, erano anni che non ci stazionavo davanti come una mucca al pascolo, stesso sguardo vivo. Belle le trasmissioni su Sky, nei quattrocento ci sono i documentari di ogni genere, riconosco la voce di Francesco in un sacco di pubblicità e di voci che sento dovunque dalla scatola magica, mi fa impressione, una bella impressione. Nonna e mamma mi fanno i grattini ai piedi da mattina a sera, mamma mi vola intorno come una farfalla, con il suo sorriso bello, mi fa stare serena così. Tonsillite, dunque. Non tumore come previsto. Le ghiandole come palloni, dice il dottore, sono una difesa, ci metteranno un pò ad andare via, ma lo faranno. Tonsille purulente, il dolore copre anche tutto l’orecchio destro, quello da cui non sento. Ma ieri sera ho pianto tanto, anche stamani all’ospedale. Ho avuto paura, il collo gonfio non è una cosa rassicurante, specialmente per noi ipocondriaci. E ho tirato di nuovo le somme: chi c’è, chi non c’è, ma soprattutto perchè. E comincio a capire, dio se comincio a capire. “Ha voglia l’asino a cinguettare, un raglio ogni tanto scappa” dice un detto toscano. Me ne deve essere scappato uno fortissimo. Oggi è venuto Flavio, ieri sera Giulio e l’Alex, mi piacerebbe andare al Cinese.