Pauperismo, un letto al giorno e di molto altro, incluso il vino in cartone.

La mia storia di redenzione passa da un appartamento di Pistoia, dove per svariati anni ho dormito senza essere titolata a farlo e da San Francesco: chiamava il suo corpo Frate Asino, perchè sosteneva che dandogli poco e di nullo gusto, si ottenessero risultati straordinari. Difatti, il corpo, se lo si abitua a certe mollezze, si ammala e finisce per governarci. Da cosa mi sono redenta: da quello che io non solo non avevo fatto, ma che ho giurato a me stessa di non fare mai. Tipo. Allestire una casa per tenerci oggetti. Suonare una canzone perchè tutti la sanno. Cucinare in presenza di altre donne. Essere educata con un insolente o malvagia con un debole.

Per anni, alla fine di ogni ragionevole conversazione e bicchiere di vino, ho chiesto: da chi dormo stanotte? L’esigenza di eliminare un luogo fisico cui adattarmi prima o poi è stata impellente a partire dai 26 anni. Altrettanto mi sono esercitata a collezionare cose cui affezionarmi e buttarle via, così, tutte, da un giorno all’altro: non ho più foto, perlomeno nemmeno un decimo di quelle che avevo. Non ho più diari. Non ho più le canzoni che avevo scritto perchè se non me le ricordo a memoria vuole dire che facevano schifo. Non ho vestiti di cui non potrei fare a meno, ma ne ho pochissimi che potrei perdere domattina. Guardo con sospetto alle due borse di grande valore che mia mamma mi ha regalato, perchè in caso di incendio dovrei preoccuparmene. La crisi non mi preoccupa, perchè non ho nulla da perdere.

La collana di oro che nonna mi aveva regalato, una catena di un metro, pieno, pesante, l’ho data via l’anno scorso. Poi sono andata a mangiare fuori, con quei soldi che ci avevo fatto, per un mese di fila, tutti i giorni. Ogni volta che in casa è entrato un oggetto, ne ho eliminato un altro, affinchè non si conoscessero, non si coordinassero, non mi diventassero in qualche maniera necessari. Ho smesso di comprare cose nuove molto tempo fa, perchè preferisco oggetti che siano già stati di qualcunaltro: non vorrei mai influire sul terreno che mi circonda, non vorrei trovarmi a incoraggiare qualcuno a produrre un chicchessia per me – lo troverei mostruoso, come l’ego di certi uomini senza capo.

Ho distrutto l’ordine, attorcigliandolo attorno all’accoglienza. Ho ricomposto l’ordine, intonandolo con la moralità. Ho imparato a declamare i miei immani difetti – cambio la realtà, vedo tutto bene, tutto buono, anticipo i pensieri altrui, ho due lingue per un pensiero unico, sono vanitosa, arrogante e pure poco seria, se ritengo che sia il caso di non morire santa l’indomani mattina – a grande voce, di modo che a nessuno sfugga il fatto che si può amare il verde anche se ci si veste sempre di nero.

Ho buttato via tutti i libri che ho letto, lasciandoli sui treni o nelle sale dei dottori, da cui vado il meno possibile e solo se sento un grande dolore, e regalato i miei quadri a chi li ha voluti, lasciandoli per strada, ad ornare condomini o orrende villette rosa, cercando di non comprare mai un ombrello. Ho dimenticato il senso di onnipotenza che comprare può dare, ma più di tutto ho rinunciato all’abominio del sapere di potere. Sono un elettrone, che può scegliere qualunque orbitale.

Ho un solo possedimento, in questo mondo: l’amore infinito per una bambina, e per tutti i bambini, perchè nei loro occhi sta la chiave del mio alzarmi al mattino ed essere felice. Io, anche se non si può dire, sono un essere contento, che esplode di gioia o piange per poco – ma chi se ne frega. Dormo molto, ancora, senza nemmeno bere la camomilla. Tengo i miei vizi come santi – fumare, bere vino, mangiare veloce e vestirmi male – perchè i bravi muoiono prima. Il mio cantico è gioioso, tragico quando serve, ma onesto.

Non hai capito, amico mio, che di te come degli altri non me ne faccio nulla. Altrimenti non ti vorrei bene, ma anzi ti lascerei ai lati di un condominio, per farti pigliare da qualcunaltro.