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Juanita de Paola

Quella notte a Bolgheri, a piedi nudi. Non io.

Vorrei scrivere tanto di più, ma oggi la mia bambina mi dà il tormento, e alla fine della fiera e delle filosofie, bisogna che giochi a Barbie.

JUANITA

La gita scolastica delle medie suona come una punizione per le bambine grasse, e si può stare certi che il viaggio sarà in qualche località semi marina, tipo Baratti, dove per non morire di caldo bisogna mettersi a maniche corte o, tragedia, sbracciate. Le ragazzine senza seno ma con stomaco da festa della birra a Monaco, apparentemente ormoni maschili in eccesso – nel mio caso quattro uova fritte e due mars al giorno -, tenevano il giaccone a vento agganciato, anche ad Agosto. Sudavo, Dio come sudavo. E puzzavo. Ma solo dentro, perchè non facevo trapelare nulla dal colletto.

La gita è il primo grande teatro della sessualità, è il primo scontro generazionale tra bambini (voglio andare in discoteca) e professori (ma possibile che non capiate quanto è bella l’Acropoli), è un momento cruciale e straordinario; di fatto, la bellezza dei tredici anni, è irraggiungibile, a maggior ragione quando non si è belline, o quando si hanno i brufoli e la barbetta anzi tempo. Qualcuna delle mie amiche era già formata all’epoca, voglio dire, aveva curve e rientri, mentre io non avevo distinzioni materiali dalle spalle alle ginocchia, e sapevo giocare a basket. Quelle ragazze trovavano un filarino durante la gita, di certo, e a (quelle più in vista di) noi spettava il compito di coprirle il mattino seguente: era in camera con me. Sì, sono sicura.

Si tornava dalla gita con storie incredibili, che eppure non facevano nessun effetto sui genitori, chissà perchè. Tipo che la Chiara si era riunchiusa in un armadio a piangere perchè non le stavano bene i vestiti. Oppure che la Daniela si era messa la maglia anni ottanta scollata, ma come, proprio lei. O ancora che cosa e coso avevano dormito assieme, ma senza fare niente. Le ricordo, le gite, vividamente. Minuto per minuto. Non dimentico mai nulla, specialmente di quello che non mi tornerà utile in futuro. Conosco a memoria le sequenze del mio primo mese in Inghilterra, nella casa delle suore cattive. Ricordo che giocavo a scacchi e suonavo le canzoni al pianoforte. Che non volevo andare in piscina. Sento ancora il patimento, vero, profondo, per il bell’Andrea. Ricordo i miei primi spaghetti di mezzanotte, e la sensazione che la mia vita era appena iniziata. Ricordo la sorella di Giacomo, che era una povera sfigata. Come me.

Il caffè veniva su nella macchinetta accuratamente portata in Florida, ma tanto l’acqua era quella che era, quindi il risultato era deludente. Mentre l’odore di giusto si spargeva per l’appartamento bianco e tecnologico, guardavo fuori dalla finestra e sognavo, un giorno, di avere ricordi da lasciare in quel posto. Mi piaceva la spiaggia bianca, mi allietava avere dintorno i locali fluorescenti e la gente vestita come i matti, e la musica che si sentiva nelle macchine era avanti, più ritmata. Condivo i miei ricordi in anelli di cipolla fritti: a chili. Con la salsina di yogurt acido e aglioso, ci andavano infinite bevute. Le immagini dolcissime di un amore in nascita mi accompagnavano ogni minuto, come un morto caro.

Una delle cose che ancora mi ossessiona è la capacità delle persone di dimenticare: ma come è possibile? Certi particolari, certe espressioni, certe promesse, rimangono con te in una scatolina, la cui chiave va tenuta custodita lontana da tutti e da tutto, altrimenti che senso ha fare le cose, amare, odiare? Come si fa a ripetere lo stesso nomignolo per due diversi amanti? Come si fa a seppellire qualcuno dopo poco che ha dormito con te? E se anche in quel letto fosse successo poco e senza storia, non é forse vero che a forza di fare finta si diventa veri?

Di juanita

50% business, 50% eggs benedict

Una risposta su “Quella notte a Bolgheri, a piedi nudi. Non io.”

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