Quello che sognavi.

juanita

Io e il mio amico R, che ha vinto al superenalotto un secondo premio di tutto rispetto qualche tempo fa, stavamo cercando di definire la felicità perfetta, come contraltare all’altro discorso – quello sul come i soldi non guadagnati con lo sforzo ti distruggano la vita, la sua. Sono andata da R poco tempo fa per chiedergli cosa posso fare, come mi comporterò se le cose andranno come pianificato: sarò felice R? Gli ho domandato. Ne viene fuori che la felicità perfetta è l’attesa che sta fra lo stare davanti al bancone del gelato e l’ordinare il cono più piccino, o perlomeno quello che sta negli spiccioli avanzati in tasca. Io ad esempio ordino la coppetta, ma solo perchè ho paura che mi diano una dose monca di gelato: magari per motivi di equilibrio ne piazzano meno. Chiedo comunque un cucchiaino da caffè: nulla, posso mangiare o bere con la plastica. Finisco e riporto il cucchiaino.

Ci mettiamo a guardare da fuori le persone che entrano a scegliere il gelato: la tripletta tedesca, si vede da come lei si gratta il culo con forza che è di lassù, col bambino muscoloso e altissimo. Guardano tutto, si consultano, ordinano tre cose completamente diverse – credo lo facciano per tenere aperte le opzioni: se qualcosa non va ci sono ancora tre per due e mezzo gusti da tentare. Furbo. Come comprare dieci paia di stivali da pioggia a sei euro. Poi è il turno del fattone con le scarpe slacciate: a me personalmente è impossibile coglierne la poesia, sono limitata, mi verrebbe da infilargli la faccia dentro la vasca del limone, il mio spreferito. Dopo entrano dei ragazzini alti un metro circa: la razza maschile autoctona è diventata piccina, sempre di più. Ordinano veloci, peseranno in tutto venti chili. Hanno scarpe colorate e teste minuscole.

R sostiene che il Signore gli ha mandato la vincita per punirlo, che da quando è successo ha perso il senso del gusto e le pizze sanno di frutta, i pomodori sono pieni d’acqua e il gelato non ha più ragione di essere. Ha divorziato, anche, e la figlia si è fatta aumentare il seno, restringere il naso, alzare le chiappe: mi fa sentire sbagliato ad averla fatta com’era, mi dice. Ha lasciato il lavoro, e ha finito per finanziare progetti senza capo nè coda dei suoi amici senza soldi – per un motivo. Il fatto è che, dice, pensava che arrivando presso di loro, avrebbe sentito la gioia di donare. Invece si sente semplicemente un povero coglione, che tutti chiamano perchè sanno che ha liquidità. Ha comprato una sportiva dal muso appuntito. La moglie, fuggita, ha scelto un modello post jungla atomica con le ruote giganti. Ha iniziato a giocare a golf. La cosa buffa è che quando sei pieno di soldi non trovi modo di farli fuori, finchè non ti impestano. Dice. R dice anche che più di tutto gli manca andare a giocare la schedina.

2 Comments

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