Quello lo so fare

I cani qui attorno abbaiano come se questo fosse un canyon, eppure il suono sta bene con i canti dei rospi. Qui è Vellano sopra Pescia, con la radio sulla stazione classica e con i sagrati che arrivano dal ristorante in basso, lievitati come il pane sotto il cielo del Dio bestemmiato che noi Toscani pratichiamo senza offesa. Latrano alla stessa maniera di quando questa palla infernale è iniziata, fra premesse di amore immenso e diverso, figli, compagni e i loro compagni di cui non volevo sospettare l’esistenza, malattia e una vagonata d’affetto che era meglio se stavo un pochino più cauta, ma tanto non mi riesce. E quelli come me ci pigliano delle belle musate sull’amore, perché siamo nati col chip storto, e poi c’è finita l’acqua sopra, e poi invece di portarlo al centro assistenza vai dal cinese, spendi meno ma nulla.

Una ci spera sempre, nonostante tutti quelli che le vogliono bene e sanno cosa fare. Loro si, chissà come fanno.

Non ho acquisito una conoscenza particolare, non ho capito come funziona, non ho maturato una capacità superiore di capire le cose, la vita, ma so come si fa a nascondersi in uno stanzino sperando che, piano piano, tutto passi senza interventi – quello lo so fare. Non ho preso la coccarda del campione, non mi hanno ringraziato, non mi è venuto il terzo occhio, ma spesso mi si blocca il collo sul lato sinistro e penso sempre che sia una ghiandola inferocita, un cancro, la giusta punizione.

Come Joni Mitchell con la Morgellons syndrome, che si sente i vermi sotto pelle nonostante abbia scritto delle canzoni senza paragone, e cosa c’entra comunque?, meglio ricordare cosa è stato prima, e dimenticare questa porzione, di questo si tratta, così umana, così drastica e inevitabile, ma tanto prude tutto e non si può fare finta di nulla.

Sono tutti preoccupati per me, non sei ancora vecchia – dicono, devi pensare per te, è la tua vita, e io gli stendo a tutti le mie magagne in maniera chiara e umile come la pancetta sulla padella a friggere, le di lui cliniche, la malattia mentale che è diventata una cosa di cui non si parla ma che pesa come un tir ripieno d’acqua e poi congelato, il nostro itinerario – non posso dire nostro, è il suo, io mi devo emancipare – la nostra vita che è evaporata e tutto quello che ci ho messo che mi fa vergogna. Presento il mio caso, un episodio di CSI, e tutti hanno le lenti e il DNA (it’s a match), e io sono qui imbrattata di viscere, ma giuro che non ho ammazzato nessuno.

Continuo a non cenare la sera, devo fare pace con il fatto che alla fine non sono mica grassa, che forse anche io un giorno avrò una televisione in casa e una opinione di cui mi importa, nel frattempo sto su una terrazza di pietra con le bodde che urlano di sotto e io sono felice, come ora, più di quanto mi riesca.

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