Questo siamo oggi

juanitadepaolaLa mia revisione mensile consiste nell’esercizio di immobilità: per due giorni almeno scelgo un angolo e mi ci infilo, come un gatto cieco, senza muovermi se non per bisogni di tipo elementare. Ci metto sessanta ore per mentalmente ripercorrerne seimila, dormo di continuo, mi lascio gonfiare gli occhi, dolere la schiena, brontolare la pancia e infilo spesso il naso nella maglia per sentire quell’aroma di bambino invecchiato che si piglia quando si sta a letto per molte ore: certe volte sembra di potere odorare il grembo della madre, la carezza del padre, la mano ruvida della nonna.

Nella revisione mensile prendo con velocità quelle stesse decisioni che che ho lasciato decantare mentre mi erano oscure, ostili. Qualcuna è rimasta lì un anno, due, dieci. Ho tempi di reazione da bradipo, da bambino autistico, se vado all’inferno mi diranno che posso uscire subito se rispondo in due minuti a dieci domande elementari: e rimarrò lì, per l’eternità dolente.

Accovacciata e indolente decido per il presente prossimo e fino a un attimo prima quello che diventa sì potrebbe essere un no deciso – e viceversa: il giusto da farsi suona bene dall’orecchio allo stomaco, mi si adagia nella testa e solletica i piedi. Si sente subito. Qualche volta invece devo chiedermi ad alta voce “è giusto questo?”. Non è facile sentire punto e basta, in qualche caso.

Non mi stupisce il fatto che le decisioni siano così fluttuanti, volubili, perchè mi piace pensare di essere, in quanto umana, in quanto a metà circa del mio percorso, flessibile come una piuma, anzi, come una statua di piume – venga signora, mi vuole dare il cappotto, venga signora si sieda qui, signora  come li vuole i capelli, un pò rialzati qui sulla cima.

Quello che ieri era verde e solido, oggi potrebbe essere azzurro e liquido: non sappiamo davvero quello che ci aspetta dalla mattina alla sera. Pensare di potere influenzare effettivamente il corso della nostra vita con un programma di micro-management è un intento da sradicare: come un’orca che si avventa e stragia un pinguino troppo esuberante, così è il destino o Dio, che non ama che si alzi troppo la testa, se non per pensare al Verbo.

Per diventare fluttuanti, liberi bisogna tagliare le zavorre e ognuno ha le sue.

Per potersi avvicinare al cielo e godere di quella luce piena, che viene dal passato e dal futuro dell’universo, bisogna tagliare quelle zavorre.

L’opposto della libertà non è la prigionia, all’interno della quale effettuare una revisione salvifica di sè stessi, ma la fuga. La bugia.

Quindi ci sono uomini e donne che vanno alla fonte di sè per vedere come siano stati fatti e altri che finiscono per amputarsi gli arti assieme alle cime e non voleranno mai più. Così è beffardo l’ordine superiore: finchè non hai risolto la cosa di ieri, la cosa di domani ti si presenterà sotto mentite spoglie e il tuo presente diventerà un fiume limaccioso e pieno di vortici.

Per un grande volo ci vuole una grande forza. Per vivere in pace occorre un combattimento violento ed onesto, a mani nude: stupidi e pieni di livore sono quelli che non hanno mai fatto a botte, violenti nella remissione e negazione del loro essere umani. La paura è la loro dimora, la loro bocca si riempie di api e non ne esce mai nulla di buono, le loro facce diventano stanche e vecchie, il loro odore peggiora perchè vanno a male come mele piene di vermi.

Per abbandonare il nostro territorio è necessario affermarne i limiti – o non sapremo dove tornare. Per abbandonare la nostra tribù bisogna tracciarne le origini ed i difetti genetici – o non sapremo mai di cosa siamo malati davvero. Per preservare l’albero presso il quale ci affilammo le unghie e riposammo le membra occorre urinarci finchè nessun’altra tigre ci si avvicini mai: dobbiamo proteggere quello che lasciamo a casa una volta imboccato il mare, altrimenti sarà impossibile distruggere le navi e conquistare il territorio come fece Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano.

La tavola di vetro è coperta di manate di bambina, di biscotti al limone con la panna e bottiglie di vetro verde; dovrei alzarmi e spruzzare qualcosa, pulire, ma la revisione non è finita e la decisione non è ancora arrivata. L’uomo lungo e magro che ho accanto per questa vita soffre uno stomaco dispettoso ed è steso e contorto allo stesso tempo, la bambina che stiamo allevando mi sembra piena di gioia ed è seduta in mezzo a noi nel peggiore assetto possibile.

Mi restano ancora sette ore di revisione, acciambello la coda e chiudo gli occhi un altro pò.

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