Ragazzini, ragazzine.

Se ne camminano cosi’, come se fosse il loro momento, avvolti dal piu’ grande dei magnetismi: quello che ognuno gli appiccica addosso. Loro sono specchi di quello che noi enta e anta avremmo voluto essere, e vivono lievi nel mondo in cui noi ci trainiamo da una parte all’altra senza davvero sapere cosa ci sta succedendo, se non fosse che la paura fottuta di stare a perdere tempo ci immobilizza e ci muove allo stesso tempo, giacche’ fra due minuti avremo quarantanni, e fra dieci sessanta. E poi chi lo sa. Quell’egoismo assoluto e’ la chiave della loro vacua felicita’, me lo ricordo, e l’incapacita’ di approfondire le cose e’ il trampolino per potersi innamorare ogni minuto di qualcuno, di qualcosa: ogni giorno una nuova vita, nuove decisioni completamente slegate da quelle di prima, un milione di diverse possibilita’ che si possono permettere di non cogliere perche’, effettivamente, non e’ ancora il momento opportuno. Qualcuno da questo stadio non uscira’ piu’, e Dio lo benedica per la sofferenza di rimanere uguali a se’ mentre si invecchia. Ma per adesso, a condizioni normali, hanno il mondo sotto i piedi, perche’ del mondo non capiscono nulla.