Rimanere puliti, ricordarsi di.

juanita

Quando ero piccola e fino a poco tempo fa il mio papà mi portava a fare gite. Dove, non era dato di sapere alla partenza; quello che era certo era che il viaggio avrebbe coinvolto un’osteria, di sicuro, e una vista un pò rossa e un pò verde. Ma anche un angolino in cui ripartire da capo in uno dei rapporti più profondi che si instaurano nella vita: come stai, a che punto sei, ma soprattutto, cosa sarai domani. Era sempre un viaggio difficile all’inzio: la cosa più difficile in una conversazione che vuole andare sotto la superficie è quella di trovare uno spunto, un trigger.  Poche volte mi è poi successo di nuovo, con un amico, di arrivare là sotto, dove si parla di sè accertandosi che negli occhi di chi ti guarda ci sia accettazione o rifiuto, senza aspettarsi una risposta predefinita. Ascolto.

Un passaggio obbligato era di certo il denaro: ogni buon padre si preoccupa che un figlio in qualche maniera ce la faccia, ogni buon figlio dovrebbe sapere cosa succede, per non ritrovarsi come quei fantocci che un giorno hanno la macchina cabrio e un altro gliela portano via. Parlavamo di progetti non necessariamente lucrativi, ma senz’altro ambiziosi. Qualcuno di questi è andato in porto per tutti e due, molti sono rimasti là, sulla luna, qualcuno si è rivelato una cazzata micidiale: non importa, quello che conta dei progetti è formularli. Anzi, ogni volta che si arriva a qualcosa di fatto è come se morisse un pezzettino di noi, quello che non voleva arrivarci a potersi permettere l’auto nuova, la casa più grande, le scuole migliori e tutte le gabbie che ci siamo inventati per deturpare la nostra matrice orto e riposo.

Papà mi lasciava andare a ruota e poi trovava la parete su cui scaricare il laser: tagliava una superficie a mezzo e dietro, sorpresa, c’ero io. Era una catarsi: non ci si lascia fare a fettine se non si percepisce un affetto così grande. Parlava poco, papà, alla fine, ma pareva che i dialoghi fossero eterni, che non ci fosse limite alle conclusioni che si possono raggiungere in un solo pomeriggio, davanti a del cacio con vino di Bolgheri e dei carciofini sott’olio, la mia verdura preferita sotto il mio liquido preferito.

Ieri sera, sempre davanti ai carciofini, formaggio e vino, e a due formidabili occhi chiari, puliti, ho pensato all’ascolto, alla salvezza che porta nella nostra vita. E al cortocircuito che genera il parlare senza sapere se le parole che stiamo dicendo troveranno una casina, un cassettino all’interno del quale sostare e rimanere al caldo in una notte d’autunno – quano l’estate è andata, quando la sensazione di potere davvero vivere su una spiaggia ha lasciato il posto al più modesto desiderio autunnale di sapere arrotolare ghirlande e, soprattutto, conservare il vino. Il punto è che quando parliamo molto senza pensare se stiamo sfiorando le orecchie di qualcuno o no, l’aria nel corpo si confonde: non sa più se deve andare di sotto o di sopra.

2 Comments

  1. ig

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